Settembre, nei giardini e negli orti, ci invita a un’attività di pulizia e raccolto; da una parte i frutti maturi colorano i rami, dall’altra le foglie iniziano ad ingiallire, e ci prepariamo a un momento dal forte valore simbolico, quello del taglio. La potatura eseguita nel rispetto dei tempi della pianta è uno dei più grandi atti di cura che si possano compiere nei suoi confronti. Orienta la linfa vitale verso ciò che ha davvero valore per la sua crescita futura e impedisce una dispersione dannosa. Spesso è ciò che le ridà vigore. Quante volte è capitato anche a noi di dover tagliare con certe abitudini, relazioni, ruoli, convinzioni che ci impedivano di fiorire?
→ Leggi anche: Il significato spirituale delle foglie che cadono
Il taglio generativo, quando potare fa crescere
La potatura è un’arte dalla quale possiamo sorprendentemente trarre ispirazione per vivere meglio, anche se “tagliare per crescere” sembra controintuitivo. Ma se ci guardiamo intorno, comprendiamo che la natura ha una saggezza dalla quale non possiamo che imparare. Infatti, esiste un concetto chiamato potatura generativa: mira a eliminare ciò che è compromesso e interviene selettivamente su rami sani per reindirizzare la linfa, così da generare poi frutti più abbondanti e una pianta più forte ed equilibrata.
È un concetto che possiamo fare nostro nel momento in cui comprendiamo che una pianta che conserva ogni ramo, ogni germoglio, ogni direzione di crescita possibile, disperde le proprie risorse e finisce per indebolirsi.

Fonte: Pexels.com
Ma per compiere questa operazione, occorre osservare con attenzione: dove l’energia viene risucchiata massicciamente senza produrre nulla? Cosa richiama linfa vitale e porta malattia, indebolimento, malessere? Cosa compromette l’equilibrio?
I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
(Italo Calvino)
Il bias dell’impegno che risucchia le nostre risorse interiori
Spesso si parla di tagliare i rami secchi, ma c’è anche un altro aspetto che fa eco a una necessità che spesso fatichiamo a mettere a fuoco perché se ne parla poco: quella di tagliare nella nostra vita ciò che, oggettivamente, non è fonte di problemi, ma che in un modo o nell’altro sottrae tempo, attenzione, energia.
Eppure, non è raro percepire un lieve senso di malessere che troverebbe giovamento nel distacco da certe dinamiche, ma che allo stesso tempo fa salire in noi un senso di colpa, un’incomprensione, un lieve senso di smarrimento che poi ci inchioda lì dove siamo. Cerchiamo allora di mettere a tacere la nostra voce interiore e lasciamo che la logica esteriore prenda il sopravvento, col risultato di farci un po’ violenza, senza accorgercene. Eppure, quel sottile disagio andrebbe accolto e osservato senza giudizio, perché ci mostra un punto di non-reciprocità: lì scorre tanta energia, ma non fioriamo.
Questo può tradursi nel continuare a proseguire su una via che non porta da nessuna parte, non avere il coraggio di mollare un progetto perché ha già richiesto tanto tempo, sforzo e impegno e sarebbe un peccato mollare (questo bias cognitivo si chiama sunk cost fallacy o “la fallacia dei costi irrecuperabili”). Questa logica ci incatena con la necessità di giustificare uno sforzo che non ha avuto il risultato sperato. E purtroppo, piuttosto che ammettere la sconfitta e mollare, recuperando tempo, energia e risorse, cerchiamo un motivo qualunque per continuare.
Ed è proprio in queste situazioni che la potatura generativa diventa cura. Così come un ramo che esplode in molte foglie ma non produce nemmeno un fiore, nella nostra vita ci troviamo di fronte a strade a senso unico che rischiano di portarci lontano dalla nostra destinazione. A volte occorre ammettere semplicemente l’errore e tornare indietro.
La necessità psichica di tagliare per rinascere
Ogni ramo non produttivo che manteniamo attaccato alla nostra vita ha un costo, anche quando non ne siamo consapevoli. Non produce più foglie né frutti, ma continua a richiedere attenzione mentale: lo si controlla con la coda dell’occhio, ci si sente in colpa se non lo si cura, si spende energia per giustificarne la presenza, anche solo a sé stessi.
I progetti interrotti, le decisioni rimandate, le relazioni non definite (come quelle caratterizzate da ghosting), continuano a occupare una parte della nostra attenzione anche quando crediamo di non pensarci più. Nel rimanere sospesi, impegniamo risorse mentali, emotive, talvolta fisiche, che ostacolano il nostro benessere psico-fisico e la nostra realizzazione personale.

Fonte: Pexels.com
Tagliare un ramo non produttivo, allora, non è più solo un atto di igiene mentale e/o psicologica, ma un modo molto concreto di restituire a sé stessi energia mentale e fisica che altrimenti resterebbe intrappolata nella gestione di qualcosa che, in fondo, sappiamo già non essere più vitale e che occorre lasciare andare.
Come riconoscere cosa potare nella nostra vita?
La domanda più difficile, a questo punto, non è se potare, ma cosa potare. Qui non esistono regole universali valide per tutti, ma occorre presenza e ascolto interiore per riuscire a distinguere con chiarezza tra ciò che merita di restare e ciò che è tempo di lasciare andare.
→ Leggi anche: Saper chiudere i cicli, la lezione autunnale del lasciare andare
Ci si può chiedere, per esempio, se una determinata relazione, abitudine o impegno continua a essere scelta liberamente e consapevolmente, o se viene semplicemente mantenuta per inerzia, per paura del cambiamento o per evitare di deludere le aspettative degli altri. Ci si può chiedere quanta energia mentale richiede rispetto a quanta ne restituisce osservata nel tempo, su settimane e mesi. E ci si può chiedere, con onestà, se ciò che stiamo trattenendo appartiene ancora alla persona che siamo oggi o se apparteneva a una versione precedente di noi, che nel frattempo è cambiata.
Fare chiarezza può richiedere tempo, ed è normale che sia così. Il discernimento è più simile allo sguardo attento del giardiniere che osserva la pianta per settimane prima di scegliere dove intervenire, che al gesto rapido di chi taglia tutto ciò che lo infastidisce solo perché non riesce a gestire la frustrazione.
Allenarsi alla fiducia nel ciclo vitale
Chi pota una pianta lo fa perché confida nella sua capacità di rigenerarsi, di produrre nuovi germogli più forti proprio nei punti in cui è stata tagliata con cura.

Fonte: Pexels.com
Questa fiducia nel flusso vitale, nella capacità della vita di rigenerarsi dopo una perdita consapevole, è forse l’aspetto più difficile da coltivare, perché richiede di tollerare un periodo di vuoto apparente tra il taglio e la nuova crescita. Un ramo appena potato non fiorisce il giorno dopo. C’è un tempo, spesso silenzioso e poco gratificante, in cui la pianta sembra semplicemente più spoglia, senza che nulla di nuovo sia ancora visibile.
→ Leggi anche: Lasciare andare il dolore, l’unico modo per crescere
Anche nella nostra vita funziona in modo simile. Dopo aver lasciato andare qualcosa che occupava una parte significativa della nostra esistenza, c’è spesso una fase di vuoto, di silenzio, di dubbio sulla scelta fatta. È qui che può emergere il coraggio, non tanto nel gesto del taglio in sé, quanto nella capacità di attraversare il tempo sospeso che lo segue, fidandosi che la linfa, liberata da ciò che non serviva più, stia creando letteralmente una nuova forma di crescita.
Forse il coraggio più autentico, in questa stagione di raccolta e bilancio, non sta nel fare tabula rasa, ma nel fidarsi che ogni taglio ponderato, anche il più doloroso, prepara lo spazio per una crescita che ancora non possiamo vedere, ma che sta già, silenziosamente, prendendo forma sotto la superficie.
→ Leggi anche: Lasciare andare è l’unico modo per fare spazio al nuovo
Sandra Saporito
Autrice e divulgatrice, operatrice in DBN
www.risorsedellanima.it
Fonti e approfondimenti:
• Miki Sakamoto, Lo zen e l’estasi del giardinaggio, Mondadori, 2022.
• AA. VV., Piccola enciclopedia della potatura. Innesti e talee, Edizioni del baldo, 2018
• Bias cognitivi: come la nostra mente ci inganna




