Ci hanno insegnato a cercare il fuoco come si cerca un oggetto smarrito. Da qualche parte, dentro di noi, dovrebbe esserci una fiamma originaria: basterebbe trovare il metodo giusto per riaccenderla. Una meditazione, una formula, il coraggio di dire finalmente “io sono una strega”. Ma il fuoco non esiste da solo, ha bisogno di aria, materia, distanza, consuma e trasforma. Una fiamma chiusa in un barattolo muore; una lasciata divampare senza cura può distruggere la casa. Il nostro errore comincia quando desideriamo una donna eternamente ardente, capace di illuminare gli altri senza mai chiedere legna, senza mai attraversare la cenere.
Quella donna è un’altra forma di sacrificio.
La strega non è una donna eccezionale
Oggi la parola “strega” viene spesso pronunciata come un complimento. Evoca una donna intuitiva, libera, magnetica, padrona dei propri poteri. Capisco il desiderio di sottrarre questa parola alla paura e all’offesa, tuttavia, se ne facciamo soltanto il nome di una donna straordinaria, rischiamo di ripetere una vecchia richiesta: per essere degna di esistere, una donna deve possedere qualcosa in più. Deve guarire, prevedere, attrarre, trasformare, deve perfino soffrire con grazia.
A me interessa una strega meno luminosa e più vera, una donna che non sa, che si ferma davanti a un albero perché non riesce a passare oltre, che riconosce nel proprio rifiuto un’informazione, che ascolta un sogno senza precipitarsi a interpretarlo, che non chiama “energia negativa” la propria tristezza, né “blocco” il tempo di cui ha bisogno.
La strega, in questa prospettiva, non è colei che ha potere sulle cose. È colei che rinuncia all’idea che le cose siano mute.
Un dolore parla, ma non sempre chiede di essere eliminato, una stanza parla attraverso il modo in cui ci fa respirare, un desiderio parla anche quando è impossibile realizzarlo. La strega non possiede una chiave universale per tradurre queste voci: impara a restare abbastanza vicina da non coprirle con la propria spiegazione.
Questo, per me, è un gesto di cultura immaginale: non sostituire la realtà con una fantasia rassicurante, ma riconoscere che la realtà è più vasta dell’uso che sappiamo farne. Le immagini che ci abitano non sono decorazioni della vita, partecipano al modo in cui la sentiamo e in cui agiamo. Possiamo incontrarle, interrogarle, lasciarci modificare, senza pretendere che ogni immagine sia un messaggio infallibile o una promessa di miracolo.
Il rogo dentro la voce
Ci sono roghi che continuano senza fiamme. Accadono quando una donna sta per dire “non voglio” e corregge la frase in “non posso”. Quando sente rabbia e la traduce subito in un sorriso, quando il piacere deve giustificarsi come cura, crescita o servizio, altrimenti sembra un lusso colpevole, quando il suo sapere vale solo dopo essere stato confermato da qualcun altro.
Non parlo di una colpa individuale. Nessuna donna si mette a tacere da sola, in un vuoto senza storia. Le parole che abbiamo a disposizione, i modelli di famiglia, il lavoro, le aspettative sull’età, la maternità, la bellezza e la disponibilità compongono il paesaggio nel quale impariamo a riconoscerci. Anche il corpo porta le tracce di questo apprendistato, e talvolta trattiene il respiro prima ancora che la mente abbia capito il motivo.
Per questo non basta ordinare a una donna di essere libera. “Scegli te stessa” può diventare un nuovo comando imposto a chi è già stanca di dover riuscire in tutto. E non basta neppure ripetere che le streghe bruciavano perché erano potenti. La persecuzione reale delle persone accusate di stregoneria è stata complessa, crudele, attraversata da paure, interessi e violenze. Non serve trasformarla in una leggenda semplice per sentirne la ferita.
La domanda che essa ci consegna è più scomoda: che cosa accade in una comunità quando l’ambiguità di una persona diventa insopportabile? Quando il sapere non autorizzato, la solitudine, la povertà, la differenza o una voce troppo difficile da controllare vengono trasformati in minaccia?
E che cosa facciamo oggi, nel nostro piccolo, con ciò che in una donna non riusciamo a classificare?
Prima del fuoco, la cenere
Quando qualcuno mi chiede come recuperare il proprio fuoco interiore, penso spesso alla cenere. Nessuno ama parlare della cenere. La spiritualità contemporanea preferisce la fioritura, l’espansione, la rinascita immediata. Ma la cenere è il resto di qualcosa che ha davvero bruciato, non è un errore del fuoco, è una sua forma di memoria.
Ci sono periodi nei quali una donna non sente slancio: ha perso una persona, una fiducia, un’immagine di sé, oppure non ha perduto nulla di riconoscibile e tuttavia è esausta. Chiederle di tornare subito ardente significa negare la verità del suo inverno.
La cenere domanda una cura diversa, domanda: che cosa è finito? Che cosa ho continuato ad alimentare quando era già morto? Quale immagine di me sto tentando di tenere in piedi con il mio stesso corpo?
Non ogni risposta arriva in forma di frase, a volte arriva come un gesto piccolissimo: togliere dalla tavola un posto che continuiamo ad apparecchiare per chi non verrà; smettere di promettere una disponibilità che ci ferisce; dormire; lasciare una finestra aperta. Non c’è niente di spettacolare. Il fuoco ricomincia spesso da una fedeltà così minuta che nessuno la vedrebbe.
Qui il linguaggio immaginale ci aiuta a non ridurre la cenere a un sintomo da cancellare. Possiamo domandarci quale figura ha abitato la nostra vita fino a consumarsi. La salvatrice? La figlia impeccabile? La donna che capisce sempre? La guerriera che non posa mai le armi? Non dobbiamo uccidere queste figure: un tempo ci hanno protette, possiamo ringraziarle e smettere di consegnare loro il governo della nostra esistenza.
Il fuoco non coincide con la rabbia, ma può attraversarla
La rabbia femminile viene temuta o celebrata. In entrambi i casi, spesso non viene ascoltata. C’è chi la considera una prova di disordine e chi la trasforma subito in uno slogan di emancipazione. Ma la rabbia, come ogni fuoco, cambia a seconda di ciò che incontra.
Può essere una richiesta di confine, o un dolore che ha trovato voce, può contenere una percezione esatta di un’ingiustizia, oppure una storia più antica che si è accesa nel presente. Non dobbiamo dichiararla sempre giusta per darle cittadinanza. Possiamo chiederle: che cosa stai proteggendo? Che cosa non hai potuto dire prima di diventare così calda?
Recuperare il fuoco vuol dire poter sentire la temperatura delle cose prima che il corpo sia costretto a gridare. Dire “questo mi fa male” quando la frase è ancora pronunciabile. Dire “lo desidero” senza chiedere subito perdono. Dire “non lo so” senza sentirsi meno autorevoli.
Il fuoco diventa una facoltà di discernimento. Illumina ciò che è vicino, ma non pretende di vedere tutto il cammino.
Una conoscenza che passa per il corpo
Il corpo è stato chiamato, a seconda delle epoche e delle mode, peccato, macchina, tempio, strumento di prestazione. Preferisco pensarlo come un luogo di incontro, non un veggente che ha sempre ragione: anche le sensazioni possono confondersi, e hanno bisogno di tempo, relazione e cura, ma un luogo che non possiamo continuare a escludere dalle nostre decisioni.
A volte il fuoco si annuncia come piacere, un piacere semplice, senza oggetto prestigioso: l’acqua tiepida sulle mani, il peso dei piedi sul pavimento, l’odore della scorza di un frutto, un respiro che finalmente scende. A molte donne è stato insegnato a riconoscere il piacere solo se lo hanno meritato, oppure se serve a qualcun altro. E così perfino la meditazione può diventare un compito: rilassarsi bene, guarire in fretta, risultare luminose.
Vorrei proporre un gesto diverso. Per un momento, senza chiudere gli occhi se non lo desideri, senti dove il corpo è in contatto con ciò che lo sostiene. Non cercare un’emozione particolare. Non cercare un segno. Domandateti soltanto: “c’è qualcosa, adesso, che posso smettere di stringere?”
Se la risposta è no, rispettate quel no. Se una mano si apre, lascia che sia abbastanza. La pratica consiste nel non sottrarre valore a ciò che sta accadendo.
Una strega può cominciare così: dal permesso di abitare il proprio corpo senza trasformarlo immediatamente in un progetto.
Il cerchio non è un rifugio perfetto
Mi colpisce quanto spesso immaginiamo la strega da sola, una figura che conosce i nomi delle erbe, attraversa il bosco, non ha bisogno di nessuno. Eppure, nessun fuoco dura senza un mondo attorno. La legna arriva da qualche parte, qualcuno ha insegnato a custodire una brace, qualcuno porta acqua quando il fuoco supera il limite.
Recuperare il fuoco interiore significa anche chiedersi con chi possiamo essere incompiute. Chi sa ascoltare senza occupare tutta la nostra storia? A chi possiamo dire di no e continuare a essere amate? Con chi possiamo condividere il pane, il lavoro, la responsabilità, anziché soltanto le rivelazioni?
Un cerchio di donne non è per forza un luogo innocente. Vi possono entrare rivalità, giudizi, gerarchie, il desiderio di essere riconosciute come le più consapevoli. Proprio per questo vale la pena costruirlo con sincerità, senza farne un’immagine perfetta. La sorellanza comincia quando smettiamo di chiedere alle altre donne di confermare la parte di noi che vogliamo mostrare e impariamo a restare anche davanti alla differenza.
Non voglio una strega sovrana di un regno privato, la immagino capace di partecipare al mondo senza esserne divorata. Capace di conoscere il valore di un confine e quello di una porta.
Che cosa alimenta la fiamma?
Se chiediamo al fuoco soltanto intensità, prima o poi si esaurisce. Una vita può essere piena di esperienze straordinarie e povera di nutrimento. Possiamo attraversare riti, viaggi, incontri, corsi, cambiamenti, e continuare a ignorare la domanda più semplice: che cosa alimenta davvero la mia vita?
Non sempre la risposta è un grande destino, talvolta è un’ora senza interruzioni, un mestiere svolto con attenzione, il tempo per imparare una lingua, un’amicizia che non chiede di essere interessante, la possibilità di non essere sempre disponibili, la terra di un vaso da toccare con le dita, la decisione di dare un nome preciso a un torto subito e di cercare l’aiuto necessario per affrontarlo.
La cultura immaginale non ci invita a negare i fatti, ci chiede di guardare quale storia viviamo attraverso di essi, e se quella storia lascia spazio a un’altra forma di presenza. Non possiamo comandare alla vita di obbedire alle nostre immagini. Possiamo però accorgerci delle immagini che restringono il nostro gesto e di quelle che gli restituiscono respiro.
Oggi una donna non ha bisogno di immaginarsi fenice, ma le serve immaginarsi custode di un piccolo focolare: una persona che sa aggiungere legna, aspettare, spegnere quando occorre, condividere il calore. La fenice deve risorgere ogni volta dalle fiamme, la custode può anche riposare.
Una domanda da portare nel bosco
Pensa alla parola “strega” come a una soglia, non come a un’identità da esibire. Attraversarla significa rinunciare per un momento a essere immediatamente comprensibili e ascoltare ciò che la nostra vita ci dice quando smettiamo di chiederle soltanto di funzionare.
Se puoi, fai una passeggiata senza una meta utile, fermati davanti a qualcosa che non hai scelto: un albero, una crepa nel muro, una pietra, una foglia quasi disfatta. Non chiederti che cosa rappresenta, guardala finché non ti accorgi di come stai guardando.
Poi fatti una domanda: “quale parte di me sto cercando di rendere presentabile prima ancora di averla incontrata?”
Non cercare una risposta nobile. Può arrivare una gelosia, una stanchezza, un desiderio che imbarazza, una gioia troppo semplice per essere raccontata. Resta con ciò che appare, senza obbligarlo a diventare un insegnamento.
Il fuoco interiore non è una luce che ci rende finalmente impeccabili, è la possibilità di non abbandonarci quando incontriamo ciò che in noi non somiglia alla donna che avevamo promesso di essere.
Alla fine, la strega è proprio questa: non la donna che controlla le forze invisibili, ma quella che siede accanto al fuoco e sa che la notte non è un difetto del giorno. Ascolta il legno che cede. Sente il freddo alle spalle, se qualcuno arriva, fa posto, se la fiamma si abbassa, non si vergogna. Protegge la brace con le mani a coppa. E aspetta che il mondo, ancora una volta, le insegni come ardere.
Articolo di Selene Calloni Williams
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