Psicologia

Il potere della montagna su corpo e mente. Le parole di Selene Calloni Williams

Di Redazione - 5 Agosto 2026

La montagna ci restituisce a noi stessi.

Esiste una “conoscenza delle vette”, non è sapere, piuttosto è la sensazione che sapere non è necessario, la sola cosa che conta veramente è vivere. Solo la montagna ti regala questo. Per una scrittrice come me è fondamentale, altrimenti rischi di rimane intrappolata nei libri e dimentichi di vivere. La vera vita è quando contatti la bellezza e dialoghi con gli spiriti. La montagna ti offre entrambe queste cose e non ti chiede nulla in cambio, se non autenticità.

In un mondo in cui l’autenticità è materia rara e più preziosa dell’oro, va da sé che camminare in montagna diviene quasi una questione di vita o di morte.

Ci troviamo in un’epoca che ha trasformato ogni cosa in una tecnica: dormire serve a essere più produttivi, meditare serve a ridurre lo stress, camminare serve a bruciare calorie. Perfino la natura è diventata una medicina da assumere a piccole dosi.

Anche la montagna, spesso, viene raccontata così: fa bene ai polmoni, migliora il sistema cardiovascolare, abbassa il cortisolo, riduce l’ansia. È tutto vero! Eppure, credo che la montagna faccia qualcosa di infinitamente più importante: ci costringe a smettere di essere la persona che credevamo di essere.

La sua cura consiste nel togliere. Toglie rumore, velocità, identità e l’illusione del controllo. Ed è proprio attraverso questa sottrazione che accade qualcosa che nella vita ordinaria è sempre più raro: torniamo ad abitare noi stessi.

La montagna parla una lingua che il corpo non ha dimenticato

tramonto in montagna

Esiste una memoria molto più antica della memoria cosciente, è la memoria del corpo.

Per centinaia di migliaia di anni l’essere umano è vissuto tra montagne, foreste, fiumi, vento, pioggia e neve. Il nostro sistema nervoso si è evoluto dentro questi paesaggi. Solo negli ultimissimi istanti della storia evolutiva siamo entrati nelle città.

Per il cervello, un grattacielo è un’invenzione recentissima, una cresta di roccia, invece, è casa.

Forse è per questo che molte persone, appena arrivano in alta quota, hanno la sensazione di respirare non solo con i polmoni, ma con tutta la propria storia.

Come se qualcosa dicesse: “ti ricordi?” Non un ricordo personale, una memoria della specie.

Il cervello cambia davvero

Le neuroscienze stanno iniziando a osservare ciò che gli alpinisti conoscono da sempre. Passare del tempo in montagna modifica il funzionamento del cervello.

La riduzione degli stimoli artificiali permette alla cosiddetta “Default Mode Network”, la rete coinvolta nella costruzione continua della nostra identità narrativa, di rallentare.

Quella voce incessante che commenta, giudica e confronta tutto perde forza. Emergono invece attenzione, presenza, percezione. È come se il cervello smettesse di raccontare la vita e ricominciasse finalmente a viverla.

Molti descrivono questa esperienza come una sensazione di libertà. Io credo che sia qualcosa di ancora più radicale. Per qualche istante smettiamo di essere il personaggio della nostra storia.

L’altitudine modifica anche la coscienza

Selene Calloni Williams in montagna

Chi frequenta spesso la montagna conosce un fenomeno difficile da spiegare. Dopo alcune ore di cammino, soprattutto sopra una certa quota, la mente cambia. Non è soltanto la fatica o l’ossigeno più rarefatto. Il tempo rallenta veramente, i pensieri diventano essenziali.

Molti problemi che sembravano enormi improvvisamente si ridimensionano. Altri, invece, acquistano un’importanza che avevamo dimenticato. È come se la montagna operasse una selezione naturale anche tra i pensieri. Lascia vivere solo quelli veramente necessari.

Il silenzio della montagna è diverso, non è assenza di rumore. In quota il silenzio è pieno.

C’è il vento, il richiamo lontano di un rapace, il rumore dell’acqua, il respiro, i passi, il cuore.

Il silenzio non elimina i suoni, spazza via il rumore della mente. Per questo molte persone raccontano di avere intuizioni profonde proprio durante una salita. Non perché stiano pensando di più, perché, finalmente, stanno pensando di meno.

La fatica come esperienza spirituale

Viviamo cercando continuamente di evitare la fatica. Ascensori, automobili, scale mobili. Consegne a domicilio.

La montagna compie un gesto rivoluzionario, ci restituisce il diritto di faticare.

Ogni passo va conquistato, ogni metro di dislivello richiede presenza.

Non possiamo delegare la salita. E proprio questa impossibilità produce una trasformazione: il corpo ricorda di essere vivo e l’anima comprende che la bellezza ha quasi sempre un sentiero in salita.

La montagna distrugge l’ego con estrema gentilezza

L’essere umano moderno è abituato a sentirsi al centro.

La tecnologia obbedisce, le luci si accendono, l’acqua arriva, la temperatura si regola, la connessione è continua.

In montagna tutto questo scompare, arriva una nuvola e cambia il mondo. Una parete ci obbliga a rallentare, un temporale interrompe ogni programma.

La natura non ci considera il centro dell’universo e ci dà lezioni di umiltà. E, sorprendentemente, questa umiltà produce una grande pace.

Mantenere il ruolo di protagonista richiede una quantità enorme di energia, quando smettiamo di voler controllare tutto, scopriamo quanto sia riposante appartenere al mondo invece di dominarlo.

Il paesaggio entra dentro di noi

Selene Calloni Williams

Credit foto
ph. Adrian McCourt
per gentile concessione di Selene Calloni Williams

La cultura immaginale ci insegna che una montagna non è soltanto un oggetto geografico, è un archetipo, è l’immagine della verticalità, dell’ascesa, dell’incontro tra terra e cielo.

Per questo l’immaginario collettivo ha sempre collocato sulle montagne gli dèi, gli eremiti, i profeti, i monasteri. Lassù la coscienza cambia e poi la montagna diventa un’immagine che continua a vivere dentro di noi anche quando torniamo in città. E forse è proprio questa la sua azione più profonda: la montagna modifica lo sguardo.

Camminare significa pensare con i piedi

I monaci e i pellegrini lo sanno, molte delle intuizioni più profonde della storia non sono nate dietro una scrivania, sono nate camminando.

Ogni passo produce un piccolo ritmo, il respiro trova una cadenza, il cuore si sincronizza, la mente smette di saltare continuamente da un pensiero all’altro.

Entriamo in una forma di meditazione spontanea, non dobbiamo fare nulla, basta continuare a camminare.

Forse è per questo che, quando affrontiamo un periodo difficile, il corpo ci chiede istintivamente di uscire e camminare, sa qualcosa che la mente ha dimenticato.

La vera vetta

Selene Calloni Williams in meditazione

Quasi tutti credono che l’obiettivo della montagna sia arrivare in cima, ma non è mai veramente così. La vetta dura pochi minuti, poi si scende.

La vera trasformazione accade lungo il sentiero, è lì che perdiamo lentamente le maschere, che il corpo riprende il comando, che impariamo a distinguere il necessario dal superfluo.

Alla fine della giornata torniamo a valle apparentemente identici: gli stessi vestiti, lo stesso telefono, le stesse responsabilità. Eppure, qualcosa è cambiato, adesso portiamo con noi una nuova domanda: chi sei quando il vento cancella ogni ruolo e rimane soltanto il passo successivo?

La ragione per cui continuiamo a salire non è per conquistare una montagna, ma per lasciare che, almeno per qualche ora, sia la montagna a conquistare noi.

Articolo di Selene Calloni Williams 

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