Psicologia

La creatività come rimedio a un mondo che pesa troppo sulle spalle e sul cuore

Di Sandra Saporito - 13 Luglio 2026

La creatività viene di solito definita come capacità della nostra mente di inventare, generare nuove connessioni, idee, oggetti per diletto o hobby, ma è anche una necessità fondamentale che ci permette di dare senso al nostro vissuto, trasmettere qualcosa di noi, agire nel mondo e, allo stesso tempo, ci aiuta a mantenere un equilibrio psichico, soprattutto quando tutto intorno a noi pesa.

È difficile capire da dove viene perché non dipende dall’educazione, né dalle regole socio-culturali che cercano di omologarci. Anzi, sembra che la creatività sia un impulso naturale, quasi istintivo, anche se difficile da incasellare e definire ancora oggi, malgrado le diverse discipline che si sono chinate sulla questione, tra cui psicologia e neuroscienze.

Eppure, la creatività cambia il nostro rapporto con noi stessi e con ciò che ci circonda, ci protegge dal peso dell’esistenza e dal grigiore degli impegni che tolgono il respiro grazie al gioco, alla trasformazione del limite e a quel pizzico di ribellione che rende le giornate più stimolanti. Inserisce nella nostra vita nuove varianti e dinamiche che ci permettono di sentirci vivi.

Tra esperienza di libertà e processo d’identità

Creare è un piccolo atto di ribellione, è dare voce a qualcosa che ribolle nelle vene e cerca in tutti i modi un modo per tradursi nel mondo, per diventare forma, significato, movimento. È un sospiro di sollievo, la risposta a una tensione interiore che non dà pace finché non sboccia in un costrutto nuovo o in una connessione improvvisa. È in quell’atto talvolta senza senso, senza scopo, che ci riflettiamo, che ritroviamo noi stessi.

ragazza pittrice dipinge un quadro come atto d'identità creativa

Fonte: Pexels.com

Ogni creazione parla di noi, non solo nel risultato, ma nel processo, nel nostro divenire mentre creiamo. Non a caso si parla di identità creativa, ovvero di quell’insieme di caratteristiche attraverso le quali una persona esprime la sua unicità, la sua originalità. La creatività è quindi un atto di affermazione personale con un potenziale plurale: può diventare riflessione, ispirazione, ma anche esperienza condivisa con altri.

Può, ma non deve esserlo. La bellezza dell’atto creativo sta nel fatto che propone ma non impone. In ogni momento può essere abbandonato, per un po’ o per sempre. La sua funzione non si limita al risultato o, peggio ancora, al successo. Il suo lavoro invece si svolge nel momento stesso in cui viene esperito, perché non è tanto il risultato a contare quanto la breccia che ha aperto dentro di noi e che ci ha cambiato nel momento esatto in cui l’attraversavamo.

Quando il limite diventa sperimentazione

L’atto creativo è quella facoltà che abbiamo di creare connessioni nuove, a volte bizzarre, senza sentirci in difetto, per una volta, per essere usciti fuori dai sentieri battuti. Anzi, è proprio in questo territorio inesplorato che la creatività svela la sua natura più autentica e ci permette di scrutare nuovi orizzonti da esplorare. È un atto sovversivo, ma anche un respiro profondo che ci permette di crollarci di dosso il peso talvolta schiacciante di una quotidianità che ci vuole produttivi, mentre la creatività ci chiede di sentirci profondamente e incondizionatamente vivi.

Tuttavia, ci permette anche di relazionarci in modo più propositivo con il rigore, la regola, il limite: la creatività fa come l’acqua di fronte alla roccia, la sorpassa e, al suo passaggio, la cambia. Ecco che il vincolo qui diventa condizione, quasi canale di sbocco. Argina un fiume in piena e gli dà direzione e forza.

Il limite si fa definizione, prende l’idea e la costringe a vestirsi di concretezza e fattibilità. Lei scappa, si svincola, finché trova l’abito che le piace. La difficoltà si trasforma in prova, in sfida, in tappa di un processo quasi alchemico che ridà nuova vita a un quotidiano stanco, alla banalità, e le restituisce la sua essenza d’imprevedibilità. Nulla è sempre uguale a se stesso perché cambiamo, e il tempo stesso trasforma, volente o nolente, tutto ciò che tocca.

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E se non fossimo noi a creare, ma la creatività a passare attraverso di noi?

Quando allineiamo il corpo, le emozioni e i pensieri, succede qualcosa dentro di noi: accediamo al nostro potenziale e sperimentiamo uno stato di armonia interiore, di presenza, di autenticità, di chiarezza, come se tutto avesse finalmente senso. Questo allineamento trova uno sbocco nell’atto creativo e diventa un vettore di cambiamento nella nostra vita nel momento in cui lo viviamo. Tuttavia, questo è possibile quando ci svincoliamo, almeno per un attimo, da ciò che dovremmo fare ed essere, e ci permettiamo invece di fare ed essere ciò che vogliamo.

Il modo in cui viviamo e sentiamo la creatività tradursi attraverso noi è proprio il modo in cui questo potenziale prende forma e ci cambia.

Per questo motivo, propongo di ribaltare la nostra visione un po’ ego-riferita del vivere la creatività. Pensiamo che la creatività sia un nostro prodotto, una conseguenza lineare di azioni determinate dal pensiero. E se invece di essere gli agenti dell’atto creativo, fosse la creatività stessa che s’infonde in noi, come quando la vita pesa e sentiamo un improvviso sussulto interiore o un colpo di acceleratore quando tendiamo a lasciarci sommergere dalle sabbie mobili degli impegni che ci soffocano piano piano?

A guardarci da più vicino, potrebbe essere che sì, la creatività sia un impulso vitale che ci chiama e chiede di manifestarsi. E noi vi rispondiamo, chi con la pittura, la scrittura, la danza, il canto, la cucina, la ceramica, i fiori, esprimendo quella parte di sé che nella vita quotidiana difficilmente trova terreno d’espressione.

una donna anziana si diverte sperimentando forme di creatività con bolle di sapone

Fonte: Pexels.com

Forse essere creativi è un atto di fede in sé. Richiede di credere che ciò che creiamo abbia valore anche se il mondo delle regole urla il contrario, perché sta fuori dalle caselle, fuori dalle righe. Se lo è, resistiamo alla tentazione, diamoci la libertà di essere ibridi, inclassificabili.

Quelle categorie alle quali apparteniamo forse non esistono ancora. Appunto.

Il rischio di fallire è parte del processo

Dare voce alla vena creativa, quella che esula dal mestiere e appartiene al gioco, alla sperimentazione, al mondo fanciullesco che ci resta dentro con un retrogusto di nostalgia e rivendicazione, mostra quanto, malgrado il passare degli anni, sopravviva in noi la ricerca di noi stessi attraverso ciò che creiamo.

E sì, il rischio di fallire è dietro l’angolo. Lo scalpello scivola, la torre d’argilla crolla, una punta di blu scivola sul pennello e lascia una scia azzurra su un fiore giallo. E poi, la scelta: ricominciare da capo o perseverare, andare al di là dell’errore e arrendersi all’ignoto? L’errore, il fallimento è parte del processo, non una sua definizione. Può invece trasformarsi in una grande opportunità.

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Basta pensare alla storia di Spencer Silver che nel 1968 studiò per creare una colla super resistente. Fallì. La sua colla era invece estremamente leggera ma aveva una caratteristica interessante: era riutilizzabile. Nacque così il mitico foglietto riattaccabile che adorna da allora le agende, le bacheche e i supporti più vari per la gioia degli smemorati come me.

La creatività ci insegna che talvolta è dall’errore che nasce la genialità; richiede però un pegno: affidarsi alla propria intuizione, aprirsi alla propria intelligenza, divertirsi.

atto di creatività con gli amici

Fonte: Pexels.com

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Fonti e approfondimenti:

• Salvatore Vicari, La creatività dell’impresa, Etas Libri, 1998 (Estratto disponibile su Unibocconi)
• Elena Antonelli, Analisi dell’espressione creativa: dai modelli teorici all’arteterapia, Dipartimento di Psicologia Generale, 2023. (tesi di laurea).
TED Talks: The case for making art when the world is on fire

 

Sandra Saporito
Autrice e operatrice in DBN e core shamanism





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