Psicologia

Kintsugi, l’arte di riparare e aggiungere valore alle ferite

Di Redazione - 18 Settembre 2025

L’imperfezione è in qualche modo essenziale per tutto ciò che sappiamo della vita, è il segno della vita in un corpo mortale, vale a dire, di uno stato di progresso e cambiamento.

~ John Ruskin

Capita un po’ a tutti di far cadere un piatto, un bicchiere o una tazza, sono stoviglie, ne abbiamo diverse in casa, poco importa se uno si è rotto, nella maggior parte dei casi quello che urta di più è il fatto di dover pulire dove la stoviglia è caduta. A volte però la tazza o il vaso che si rompono avevano un significato particolare, magari erano pregni di ricordi e allora ci dispiace e cerchiamo di aggiustarlo nel miglior modo possibile cercando di nascondere le crepe.

Eppure c’è una pratica giapponese che fa l’esatto opposto, evidenzia queste “fratture”, le impreziosisce e aggiunge valore all’oggetto rotto: è il kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”.

tazzina con crepe dorate

Credit foto
©mangoli / 123rf.com

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I giapponesi e il Kintsugi

Ma perché i giapponesi riparano con un metallo tanto prezioso (che può essere oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro) un oggetto di ceramica rotto?

La risposta la possiamo trovare nella resilienza, un concetto che per i giapponesi è molto radicato, nella loro cultura infatti è importante che ogni persona sia in grado di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose e queste vengono valorizzate, rese preziose.

Ogni crepa rappresenta una ferita, una cicatrice che dev’essere valorizzata, che racconta una storia, che fortifica e simboleggia l’opportunità positiva che la vita offre, senza perdere l’integrità dell’oggetto, senza che venga a mancare l’identità stessa della persona: ferita sì ma guarita e resa più forte, più bella ma sostanzialmente non diversa.

La tecnica dello kintsugi permette di creare vere e proprie opere d’arte, sempre diverse, ognuna con la propria storia da raccontare, ognuna con la propria bellezza e preziosità da condividere, questo proprio dovuto all’unicità delle crepe che si creano quando l’oggetto si rompe, le stesse ferite che cambiano da persona a persona e che lasciano tracce diverse su ognuno.

Proprio come le persone resilienti che riescono a risorgere, a fronteggiare con coraggio e forza le avversità e spesso a raggiungere mete importanti, anche gli oggetti riparati con il metallo prezioso risorgono e acquistano valore e bellezza diventando molto più preziose di quello che erano prima.

La leggenda narra che il Kintsugi sia diventata un’arte intorno al 15° secolo, quando Ashikaga Yoshimasa, uno shogun giapponese dopo aver rotto la propria tazza di tè preferita la inviò in Cina per farla riparare. Purtroppo le riparazioni all’epoca avvenivano con legature metalliche poco estetiche e poco funzionali, la tazza sembrava perduta, ma il suo proprietario decise di farla riparare ad alcuni artigiani giapponesi, i quali sorpresi dalla tenacia dello shogun nel riavere la sua amata tazza, decisero di arricchirla ed impreziosirla riempiendo le crepe con resina laccata e polvere d’oro. La tazza tornò dal suo proprietario più bella, più preziosa e con una storia da raccontare.

Quando ci sentiamo feriti, rotti, pensiamo alla tecnica del kintsugi, cerchiamo di trasformare il dolore in qualcosa di nuovo, di prezioso, lasciamo che diventi la nostra storia, la nostra cicatrice dorata, sempre lì a ricordarci che è possibile farcela e percorrere nuove strade perché una ferita può diventare perfezione, positività.

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Kintsugi e body positivity

foto sensoriale di una donna con gli occhi chiusi.

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© Pexels

Il body positivity è un movimento sociale che sta prendendo sempre più piede, cerchiamo di capire di cosa si tratti: body, “corpo”, e positivity, “positività”. La body positivity è, quindi, un invito all’apprezzamento per tutti i tipi di corpo, indipendentemente da imperfezioni e caratteristiche lontane dagli standard comuni. 

La connessione tra questo movimento e il kintsugi sorge spontanea: l’imperfezione, le cicatrice, le ferite non sono da nascondere ma da risaltare perché ci hanno resi quelli che siamo, ci hanno portato insegnamenti, hanno marchiato il nostro e corpo portandoci ad essere quello che siamo diventati nel presente. Lasciamo andare il passato, quindi, dopo averlo elaborato e concentriamoci sul presente rendendo le nostre cicatrici, del corpo e dello spirito, energie interiori in grado di rafforzarci e non indebolirci.

“Non c’è niente di più bello di una persona che rinasce. Quando si rialza dopo una caduta, dopo una tempesta e ritorna più forte e bella di prima. Con qualche cicatrice nel cuore sotto la pelle, ma con la voglia di stravolgere il mondo anche solo con un sorriso.”

Anna Magnani

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Psicologia trasformativa della ferita

Viviamo in una società che considera le ferite come pesi da portare per sempre, come problemi irrisolvibili, in grado di rovinare la vita. In realtà i nostri dolori sono delle aperture in grado di mostrarci la nostra interiorità e la via da seguire per la liberazione dalle catene del vittimismo.

Ciò che abbiamo vissuto è sì da ricordare, prendere in mano, raccontare, rivivere ma è poi da lasciar andare se siamo riusciti a compiere il faticoso lavoro della sua elaborazione. Non deve segnarci tutta la vita, il suo compito è insegnarci, mostrarci gli errori da non commettere più, le strade da imboccare. In questo senso la ferita è un monito, un sassolino sulla strada da seguire, una presenza costruttiva in grado di farci continuamente aprire gli occhi della consapevolezza. Per giungere a questa visione della vita è necessario mettere le mani nel nostro fango interiore e farvi uscire pietre preziose di saggezza.

Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.”

David Richo

 

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Articolo aggiornato il 18-09-2025






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