Scrivere è una via preziosa per entrare nella propria interiorità. Le parole emerse dall’intimità e impresse nella realtà esteriore portano a un movimento di cura e attenzione con enormi benefici per il corpo, la mente e le emozioni. A queste virtù della scrittura si aggiungono le potenzialità poco conosciute del dialogo introspettivo, soprattutto di quello scritto.
Quando instauriamo un dialogo con parti della nostra interiorità stiamo compiendo uno dei più importanti gesti di amorevolezza verso noi stessi: ci stiamo donando tempo, presenza, concentrazione e intenzione. In questo modo il nostro lato più saggio può emergere mostrandoci la via per la chiarezza, l’intuizione, la comprensione.
Intraprendere un dialogo scritto con le nostre emozioni, i pensieri o i ricordi è un viaggio interiore tra i più rivoluzionari: la scrittura permette la discesa negli abissi più intimi. Non servono abilità particolari per compiere questo cammino nella psiche: basta un tempo silenzioso, il desiderio di conoscersi meglio, la curiosità di voler intraprendere un cammino che non si vede ancora.
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Il dialogo scritto come cura di noi stessi

Quando percepiamo che dentro di noi vi è un sospeso, un accumulo di emozioni o parole trattenute, ferite che ancora pulsano, prendiamoci del tempo per dialogare con questi vissuti che chiedono in tutti i modi la nostra attenzione. La vita è come lo scorrere di un fiume: siamo chiamati a lasciare andare lo sguardo verso il passato, a gustarci il presente, avendo un occhio curioso e fiducioso verso il futuro. Gli ostacoli che l’acqua del fiume incontra nel suo fluire non sono pietre che ne appesantiscono il corso ma occasioni per percepirsi, tramite il tocco con altro da sé. Il dialogo scritto è per noi come quel tocco, un’occasione di conoscenza interiore breve ma intensa.
Igor Sibaldi, scrittore, drammaturgo e traduttore, considera la scrittura l’unica via per dialogare con l’invisibile. Nel suo prezioso libro “Vocabolario. Le parole dei mondi più grandi” edito da Anima Edizioni, scrive:
“L’atto di scrivere è, secondo la mia esperienza, indispensabile nelle conversazioni con i Maestri. Gli Spiriti guida non possono comunicare, infatti, né attraverso voci che ci sembri di udire, e nemmeno attraverso i nostri pensieri, poiché sia le eventuali voci allucinatorie sia qualsiasi nostro pensiero devono, per non scomparire immediatamente, venire afferrati e conservati nella nostra memoria, che è un contenitore tutt’altro che affidabile: troppe censure più o meno inconsapevoli agiscono sempre in essa, troppe aspettative, ansie, certezze e incertezze, dimodochè se anche vi fosse in una nostra voce interiore o nostro pensiero qualcosa che provenga dai Maestri, nell’arco di pochi secondi verrebbe inevitabilmente manipolato e stravolto. I Maestri comunicano bensì attraverso il tuo scrivere le domande che poni loro e le loro risposte, a condizione che tu scopra queste ultime via via che le scrivi, parola dopo parola, e non prima di muovere la penna sulla carta. Anche Dante sembra esser stato dello stesso parere, se diche che (…) a sé torce tutta la mia cura quella matera ond’io son fatto scriba (…) Paradiso X, 26-27 cioè che della ‘matera’, degli argomenti dell’invisibile l’io può divenire non depositario (come sarebbe se la sua memoria servisse alla comunicazione con l’Aldilà) ma appunto scriba, che nello scrivere (e non nel voler ricordare) concentra (‘torce’) tutta la sua attenzione (‘cura’)”. (…) Anche la neurologia concorda: l’atto di scrivere favorisce, attraverso la stimolazione delle terminazioni nervose dell’indice e del pollice, quel particolare equilibrio tra i due emisferi cerebrali, che occorre per utilizzare funzioni superiori della coscienza”.
Sibaldi parla del mondo invisibile, dei Maestri, ma ognuno di noi può attribuire a questi concetti il nome che sente più vicino alla propria interiorità: per esempio saggezza o chiarezza di direzione. La scrittura, di certo, ci riporta a noi stessi, risvegliando lati assopiti della psiche. Dalle parole appena citate si comprende appieno la rilevante importanza dello scrivere a mano: le dita mosse con consapevolezza e in modo creativo divengono antenne di un contatto autentico e profondo con la nostra intimità.
Il dialogo scritto può divenire lo specchio dell’interiorità umana: porre domande dirette a una parte di noi, dandole un nome, ponendoci in un atteggiamento di ascolto e formulando quesiti che ci stanno a cuore, sono movimenti della coscienza in grado di nutrire la nostra fame di conoscenza.
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Come comporre un dialogo introspettivo

Per scrivere un dialogo tra noi e un nostro vissuto non serve alcuna abilità specifica. Basta trovare un momento della giornata tranquillo, un tempo preferito dove ci sentiamo a casa, ovvero quel momento della quotidianità che ci rilassa, che attendiamo con pazienza, che ha il potere di regalarci attimi di quiete interiore o di tenera gioia. C’è chi trova questo benessere all’alba, chi al tramonto, chi ancora la sera dopo cena. Non esiste una regola per questo incontro con noi stessi.
Non è consigliabile avere qualcuno intorno mentre si è alle prese con questo dialogo speciale. Essere disturbati da rumori, richieste o altro rischia di far perdere il contatto con la nostra parte più saggia, quel legame costruito con impegno, cura e attenzione e che, essendo delicato, si spegne con facilità.
Scegliete la vostra penna preferita e un quaderno che potrete chiamare “Il quaderno dei dialoghi introspettivi” o con un altro nome che più vi risuona. Queste preparazioni al dialogo possono apparire superflue, in realtà tutto ciò che è cura va a favorire uno scambio costruttivo.
Sta a voi decidere, poi, se accendere una candela, un incenso, un sottofondo musicale, quale angolo della casa scegliere. Pensate a questi dialoghi come a dei veri e propri riti di guarigione della vostra interiorità: ogni momento va preparato con lentezza, precisione, amore. Questa cura fa già parte del rito stesso.
Prima di iniziare a scrivere pensate con chiarezza a chi volete porre le vostre domande: la libertà su questo punto è totale. Può essere un’emozione, un ricordo, una ferita antica, un defunto, un addio, un semplice oggetto. Tutto è degno della vostra attenzione. L’intento del dialogo introspettivo è guardarsi dentro mediante quel vissuto, afferrare il simbolo che è venuto a portarvi e salutarlo, in modo che possa essere libero e non più imprigionato dentro la vostra sofferenza. Può accadere che basti un dialogo per riuscire a scalfire il dolore, a volte è necessario riprenderlo più volte: non abbiate fretta di risolvere, cercate di avere un atteggiamento curioso, senza aspettative.
Voi siete colei o colui che pone domande. Il vissuto risponde. Potete anche scrivere una semplice frase non interrogativa, come avviene anche in uno scambio tra due persone. Non ci sono regole nell’incontro con voi stessi.
Alcuni esempi di domande iniziali possono essere: “Perché sei giunto a me?“, “Se ascoltassi il tuo messaggio cosa cambierebbe nella mia vita?“, “Perché mi stai facendo così male?“, “Come faccio a renderti mio alleato?” ecc. Fatevi trasportare dalla curiosità dei vostri interrogativi.
Le domande sono inviti preziosi e potenti a dare movimento dentro di voi. Come un temporale estivo spaventano, ma poi alleggeriscono l’afa, dissetano le radici, cambiano l’aria. Divertitevi a portare scombussolamento nella vostra interiorità.
Ponete al vostro interlocutore 5-6 domande, non di più. Il dialogo non può prolungarsi troppo e gli interrogativi sono da scegliere con attenzione e con selezione, non sprecatene nemmeno uno.
Liberate poi la mente e date piena libertà alla vostra mano di rispondere. Non giudicate, non intervenite, rimanete nell’accoglienza completa. Anche se all’inizio con comprenderete fino in fondo le parole del dialogo, lasciatele sedimentare in voi nel tempo, mediante i sogni, le coincidenze, gli eventi della vita.
La conclusione del dialogo dovrebbe essere un finale con una lezione di vita appresa dal dialogo stesso. Lo scambio con voi stessi è un vero e proprio viaggio nella psiche alla ricerca di risposte, domande, chiarezza e nuove intuizioni. Siete gli eroi di un’avventura speciale: tornate con un tesoro che avete scoperto. Può essere un tesoro semplice, quasi impercettibile, oppure grande e di rilievo. Non importa: ogni cammino interiore è già di per sè un dono immenso.
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Dialogo con una paura antica

La tecnica del dialogo introspettivo è uno strumento di grande valore. Eccovi un esempio di utilizzo, uno scritto che compongo ora insieme a voi.
“Paura antica, perché continui a perseguitarmi?”
“Non sono io a perseguitare te. Ma tu che continui ad aggrapparti a me, come un naufrago che non trova la via della salvezza. E scambia qualsiasi mano per un sostegno.”
“Cosa dovrei fare per liberarmi della tua presenza?”
“Nutrire i tuoi sogni, non i timori.”
“Come si fa?”
“Abbandona la via che hai sempre percorso, amplia lo sguardo, mettiti alla prova. I tuoi sogni ti stanno attendendo, ma tu non li trovi. Sei troppo occupato a dar retta al rumore della mente, all’opinione degli altri, alle regole che ti hanno imposto. Segui la via dell’ignoto e li troverai. Ti troverai!”
“E tu non avrai più tutto questo potere su di me?”
“Io mi trasformerò in un tuo sogno. La paura diviene alleata, se ricamata con intenti d’amore.”
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Articolo di Elena Bernabè
Scrittrice di elogi funebri, storie di guarigione, dialoghi introspettivi, meditazioni, lettere
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