Nel corso della nostra esistenza siamo chiamati a vivere momenti cruciali, periodi in cui la vita si restringe divenendo un passaggio più ristretto rispetto al solito: è lo stato di confine tra una condizione che conosciamo e un’altra che percepiamo estranea, un punto dell’esistenza – spesso prolungato nel tempo – in cui non siamo più dentro a ciò che era ma non siamo ancora dentro a ciò che sarà. Uno spazio interiore di sospensione, attesa, smarrimento.
Pensiamo all’ultimo respiro di un nostro caro che sta morendo, l’ultima volta che dormiamo in una casa a cui siamo legati, l’addio alla nostra relazione affettiva, l’atto del licenziarsi, il ripensamento di una convinzione che ci ha accompagnati per gran parte della nostra vita, una trasformazione interiore che lascia andare un parte di noi, l’inizio di una malattia.
Non sono solo eventi. Rappresentano soglie della psiche. Che vanno prima abitate e poi attraversate. Con calma, concentrazione, anche con gratitudine, se si riesce a considerarle tappe determinanti del proprio percorso biografico.
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Come affrontare la fine di un ciclo senza fuggire

Ogni fine contiene una trasformazione. Una relazione che si spezza, per esempio, non è solo rottura. È anche rivelazione. Mostra ciò che non poteva più continuare a esistere nella stessa forma. E proprio lì, in quello spazio interiore dove tutto viene a galla, siamo chiamati a rimanere per il tempo necessario. Non finalizzato a interpretare, ma a percepire cosa sta accadendo dentro di noi.
Le soglie sono opportunità, occasioni di risveglio interiore, porte da abitare. E sì, è strano parlarne in questi termini, di solito la porta si attraversa, non si abita. Siamo abituati ad andare oltre una soglia, non soffermandoci sulla nostra percezione nel percorrerla, abbiamo fretta di superarla, spesso la rifuggiamo, non volendo nemmeno aprirla.
Eppure abitare la fine di un ciclo è il modo più sano per viverlo. Bisognerebbe trovare il tempo, il modo e la volontà di trasferirsi per un po’ in questo stato interiore, portare un dono simbolico per l’ospitalità offerta, accomodarci tra le pareti di questa dimora sospesa dove abita il dolore, lo smarrimento, la gioia e la curiosità. Fare amicizia con ogni residente della psiche. E superare la soglia solo quando sentiamo l’esigenza di andare oltre. Non per fuga, ma per desiderio autentico di rinnovamento.
La parola crisi, scritta in cinese, è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.
(John Fitzgerald Kennedy)
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Il valore dei cicli che si chiudono
I cicli che terminano vanno rispettati. Le porte che si chiudono, le fasi finite, le versioni di noi che non possono più proseguire sono momenti che richiedono attenzione, cura, tempo. Non sono fallimenti, sono compimenti del nostro cammino evolutivo. E ogni traguardo merita celebrazione, silenzio consapevole, sguardo direzionato. E soprattutto tempo e pazienza. Non si cambia in modo immediato, così da un giorno all’altro: le soglie possono durare anche mesi (spesso nove mesi sono necessari per far nascere una nuova parte di noi). Quando sembra che il mutamento giunga all’improvviso in realtà è perché il terreno per il suo germogliare è già stato preparato tempo prima.
Nei momenti di rottura con il passato vi è la possibilità di afferrare un’energia vitale che passa tra le fessure delle nostre crepe interiori, energia rimasta intrappolata nel tempo da paure, convinzioni, automatismi. Una forza intima preziosa che rende la nostra linfa vitale più ricca e forte. Rompere è generare. Quando percepiamo l’esigenza di cambiare forse qualcosa dentro di noi si è già sgretolando e vuole emergere nella realtà per permetterci di imboccare strade diverse.
La crisi può essere una vera benedizione per ogni persona e per ogni nazione, perché è proprio la crisi a portare progresso. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
(Albert Einstein)
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Il dolore come soglia, non come condanna

Il dolore accompagna spesso questi passaggi, è un segnale di trasformazione. Durante le soglie della vita siamo dinnanzi ad un bivio: restare ancorati al passato o lasciarlo andare. Rimanere aggrappati con le unghie a qualcosa che non esiste più non elimina il dolore, lo prolunga nel tempo, spesso lo rende prigioniero del corpo, attraverso i suoi sintomi, o nelle relazioni, mediante dinamiche distorte nei legami affettivi.
Per poter lasciare andare il passato bisogna aver abitato le soglie.
Ciò che cambia la nostra esistenza non sono gli eventi in sé, ma il modo in cui li viviamo. Uno sguardo chiuso trasforma tutto in peso. Uno aperto muta il dolore in significato. Non è un modo per addolcire la pillola, per portarci a sopportare le nostre sciagure, è una scelta di vita.
Chi ha imparato ad abitare le soglie, a rimanere in quello stato sospeso ma fertile, non può ritornare a desiderare la fuga, il lamento, la non accettazione del dolore. Ha sperimentato su se stesso quanto le immagini oniriche di quei giorni e l’energia vitale in circolo fossero nutrienti e sane per la sua interiorità. Ciò non vuol dire non soffrire, ma vivere le nostre emozioni con uno sguardo introspettivo: le emozioni sono un biglietto per iniziare il viaggio dentro di noi.
Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.
(Marie von Ebner-Eschenbach)
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Una diversa lettura dell’esistenza
Non abbiamo bisogno di una vita migliore, ma di uno sguardo diverso, che sappia leggere ciò che accade non solo come evento, ma soprattutto come linguaggio. Fatto di simboli, immagini, passaggi. Non di semplici fatti da elencare. Allora, sì, la nostra giornata diventerebbe ricca di spunti di riflessione, di aperture mentali, di passi da compiere. Di storie da scrivere, dipinti da creare, balli da danzare. L’arte si nutre degli eventi vissuti con una mente più poetica.
Siamo chiamati a rimanere sulle soglie, a toccarne i contorni, annusandone gli odori, a percepire cosa si prova nel mezzo, sul confine, a immergerci in uno stato che di solito non ci appartiene: lì, dove tutto è possibile, possiamo incontrare davvero noi stessi. Le paure, gli scheletri, le gioie mai provate. La nostra interiorità si mostra in tutta la sua potenza.
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La soglia come spazio sacro

Ogni “ultimo” contiene già un “inizio”. Non come promessa astratta, ma come possibilità concreta che nasce proprio nel momento in cui qualcosa finisce. Nella fine c’è già il seme piantato per il cambiamento, è la primavera della nostra interiorità: l’inverno ha già lavorato dentro di noi per porre le condizioni ideali alla trasformazione.
La soglia non è solo vuoto. È potenziale. E proprio per questo non va sprecato, ma abitato in lungo e in largo.
Bisognerebbe mettere in pausa tutto il resto, allontanare le distrazioni, alleggerirci di tutti i pesi della quotidianità e dedicarci solo a rimanere nel tempo della soglia. Che è sfuggente, imprevedibile, non replicabile. Come un’occasione preziosa che ci viene concessa poche volte nell’esistenza. Stare, per poi poter andare.
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Il gesto del lasciare andare
Lasciare andare non è dimenticare, rinnegare, odiare, ma riconoscere che qualcosa ha compiuto il suo ciclo. E che trattenerlo significherebbe solo impedirgli di trasformarsi. Come la foglia in autunno, il bambino che si fa adolescente o la vecchiaia dopo una vita vissuta. Siamo chiamati a celebrare la fine, qualunque essa sia. A onorarla, viverla, custodirla.
Ogni ultima condizione è una soglia aperta. Da abitare come un viaggio interiore dove tutto si ferma. Per far vivere la fine.
“Il maestro, se egli davvero è saggio, non vi invita ad entrare nella casa della sua sapienza, ma vi guida sulla soglia della vostra mente.”
Khalil Gibran
Elena Bernabè




