L’estate è una stagione che dilata il tempo e il nostro modo di viverlo. Le sere trascorse all’aperto sfumano in notti al chiaro di luna, accompagnate da musica e racconti piacevoli in sottofondo. Cerchiamo naturalmente di condividere attività in compagnia, complici i cinema all’aperto, i piccoli teatri di paese, le sagre, le feste contadine e tutti quegli eventi che invitano a godere del meritato tempo delle vacanze. E, senza accorgercene, continuiamo a coltivare una relazione molto antica, iscritta nella nostra memoria collettiva, con tutto ciò che diverte, ispira ed entusiasma; un legame che prese un nome e un volto grazie agli antichi Greci: le Muse.
Furono proprio le Muse a dare il loro nome alla musica (l’arte delle Muse), al museo (il luogo sacro alle Muse) e al mosaico (l’opera dedicata alle Muse).
Le Muse: le dee dell’ispirazione di ieri e di oggi

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Secondo Esiodo, poeta e mitografo della Grecia classica, le Muse erano nove sorelle, figlie di Zeus e di Mnemosine, la personificazione della Memoria. Secondo la tradizione più diffusa, ciascuna era custode di una forma di sapere e di arte:
• Calliope: poesia epica ed elegia
• Clio: storia e canto epico
• Euterpe: poesia lirica e musica
• Talia: commedia
• Melpomene: tragedia
• Tersicore: lirica corale e danza
• Erato: poesia d’amore e canto corale
• Polimnia: inni sacri, danza rituale e mimo
• Urania: epica, geometria e astronomia
Nel mito, le Muse erano figlie della Memoria perché allora ogni forma d’arte dipendeva dalla capacità di trasmettere questo sapere e, quindi, di ricordarlo.
Erano considerate la fonte dell’ispirazione per eccellenza. Ancora oggi molti artisti cercano la propria musa: una fonte di energia creativa che ne guidi l’arte, un canale che collega l’umano al divino, alla sorgente stessa della conoscenza e della memoria collettiva. Questa connessione, tuttavia, non avviene in modo meccanico o didattico, bensì attraverso la passione, l’ispirazione, l’entusiasmo e il fervore che infiammano l’animo.
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Il dono delle Muse: l’ispirazione (e perché è maggiore d’estate)
Quando qualcosa ci illumina all’improvviso, come un’idea, una melodia, una storia che sembra scritta apposta per noi, parliamo di “ispirazione“. L’etimologia della parola deriva dal latino inspirare, “soffiare dentro”. Questo soffio è la stessa forza vitale ed archetipica che ci anima. L’ispirazione è come una guida divina che per un istante si fonde con noi, portandoci a creare qualcosa che era già iscritto nella memoria del Tempo e cercava solo un canale per manifestarsi e discendere nella materia.
E quel canale d’espressione siamo noi.
Come un fiume, possiamo lasciare che l’ispirazione scorra in noi, ma molto dipende dalla nostra apertura interiore e dalla capacità di lasciarci attraversare da questo flusso. In psicologia, questo stato è stato definito dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi come flow (“flusso”): una condizione di superamento della dualità tra mente e corpo, in cui siamo totalmente immersi in ciò che facciamo.

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L’estate ci predispone naturalmente a questa maggiore apertura e ricettività perché ci diamo finalmente il permesso di vivere a pieno il tempo libero, legittimando i momenti d’ozio come bisogni naturali per ritrovare l’armonia interiore e ricaricarci.
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Questo stato interiore di maggiore tranquillità ci predispone a essere attraversati dallo stato di flusso e dall’ispirazione che ne deriva.
Sebbene nel mito le Muse fossero accompagnate da Apollo, un dio solare, ciò non significa che l’estate sia l’unica stagione in cui entrare in relazione con i loro doni. Tuttavia, la bella stagione, complici le giornate più lunghe e le notti miti, ci invita a posare i pensieri e a riconoscere, anche nel semplice canto delle cicale, una porta verso l’immaginazione.
La musica come lingua della memoria
D’estate, quando la musica torna a essere ascoltata più spesso all’aperto e in contesti piacevoli e condivisi, recuperiamo la connessione con Euterpe, la Musa della Musica e figlia della Memoria.
È curioso notare come le neuroscienze moderne avvalorino questo legame tra musica e memoria autobiografica. Quanti di noi hanno legato determinate canzoni a momenti importanti, al punto che basta ascoltarne le prime note per riviverli in modo quasi fisico e sensoriale? Ognuno possiede una personalissima colonna sonora della propria vita.

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Questo accade perché l’ascolto musicale coinvolge simultaneamente aree cerebrali legate all’elaborazione uditiva, alle emozioni e alla memoria episodica. Quando queste aree si riattivano, un frammento della nostra memoria personale si riaccende.
Quando certe canzoni ci procurano una sensazione di piacere fisico e ci regalano quei classici “brividi”, stiamo in realtà tracciando una mappa interiore. Simbolicamente, la Musa della Musica ci guida lungo quel sentiero misterioso che unisce la vita alla memoria.
Poiesi e poesia, tra creazione e verità interiore
L’estate ci invita a riavvicinarci anche a un’altra forma d’espressione creativa: la poesia. In passato quest’arte rivestiva un’importanza fondamentale, complice la sua etimologia che apre a nuovi livelli di comprensione. Poesia deriva dal greco ποίησις (Poiesis), che significa letteralmente “il fare”, “la produzione” o “la creazione”.
Nel Simposio, Platone riporta:
«[…] La poesia, come sai, è qualcosa di complesso; infatti la causa per cui un qualcosa passa dal non-essere all’essere è sempre poesia (creazione), tanto che anche le realizzazioni che provengono da tutte le arti sono esse stesse poesia e i loro artefici sono tutti poeti (creatori).»
Questo passaggio metafisico dal non-essere all’essere attraverso l’arte della creazione e la Poiesi che diverrà poi Poesia, svela la relazione tra le Muse e l’essere umano, mostrando il dono che queste forze divine offrono ai mortali: semi d’immortalità. Ciò che creiamo, infatti, ci sopravvive, e un po’ della nostra memoria viene custodita attraverso la nostra arte.
Al di là dell’aspetto spirituale, la poesia, intesa come fusione tra la musicalità delle parole e il loro senso profondo e immaginale, apre porte percettive verso mondi interiori talvolta inesplorati, prima di tutto nell’autore e poi nel lettore. La scrittura poetica non è soltanto fatta di versi, rime e metriche, ma è soprattutto un’esperienza emotiva complessa che ci restituisce uno squarcio di verità, di autenticità e, talvolta, di rivelazione. E questo avviene grazie all’attimo sospeso che troviamo spesso d’estate, tra il canto delle cicale e il luccichio delle stelle, in quella musica del mondo che fa eco ai nostri silenzi interiori.

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Come invitare le Muse nella propria estate
Non serve credere agli dei greci per riportare nella quotidianità ciò che le Muse rappresentavano simbolicamente: una soglia verso l’immaginazione, verso l’espressione creativa e verso quel dono di Poiesi che abita in ciascuno di noi.
Possiamo, per esempio, portare con noi un taccuino su cui annotare le intuizioni che ci giungono all’improvviso, oppure ritagliarci un’ora per ascoltare un vecchio album e lasciare che la musica risvegli emozioni e ricordi dimenticati. La luce del sole, soprattutto nei momenti di passaggio come l’alba e il tramonto, favorisce naturalmente l’ispirazione, creando una soglia di quiete e contemplazione in cui è più facile cogliere un’intuizione.
Le Muse restano tutt’oggi compagne di viaggio preziose, capaci di aiutarci a vivere il tempo con entusiasmo, passione, gioia e con quel senso profondo che il tram-tram quotidiano ci porta spesso a dimenticare.
Loro, attraverso la Poiesi, ci aiutano a recuperare la memoria.
Fonti e approfondimenti:
• Platone, Simposio, a cura di P. Sanasi, Edizione Acrobat
• Musica e cervello: il potere invisibile delle note sulla mente
Sandra Saporito
Autrice, operatrice in DBN e core shamanism




