La notte di San Lorenzo è una delle notti più attese dell’anno; complice la bella stagione e il cielo terso che caratterizzano di solito l’estate, è possibile osservare lo spettacolo mozzafiato del cielo stellato che prende vita sotto ai nostri occhi; la notte di San Lorenzo è conosciuta come la notte delle stelle cadenti, o “lacrime di San Lorenzo” in onore del Santo martire.

Ad accendere la notte e gli occhi dei sognatori è in realtà lo sciame delle Perseidi che prendono il loro nome da Perseo, una costellazione settentrionale che ospita il radiante dello sciame meteorico.

Se molti quella notte del 10 agosto esprimono desideri alla vista delle stelle cadenti, alcune le vedono come lacrime del cielo. Fu il caso di Giovanni Pascoli che scrisse X agosto, una poesia profonda, commovente, pubblicata per la prima volta ne Il Marzocco, il 9 agosto 1896.

libro-di-poesia
Credit foto
© Pexels

Le emozioni e le immagini che questa poesia evoca ci catapultano nel vissuto doloroso e travagliato di Pascoli, segnato da numerose tragedie e da un dolore che avrebbe fatto crollare chiunque, ma contro ogni aspettativa il “poeta vate” riuscì ad incanalare la sua sofferenza nella sua arte e lasciò dietro di sé opere indimenticabili.

Giovanni Pascoli, la tragica vita del poeta

Giovanni Pascoli nacque in provincia di Forlì il 31 dicembre del 1855, nella località di San Mauro (divenne poi San Mauro Pascoli in suo onore), figlio di una famiglia benestante e numerosa. La sua infanzia trascorse in maniera serena ed agiata fino a quel giorno tragico che segnò la sua intera esistenza: era il 10 agosto 1867, giorno in cui suo padre fu brutalmente assassinato mentre tornava da Cesena. La drammatica e prematura dipartita di Ruggeri Pascoli rimase impunita, lasciando nel cuore dei suoi figli una richiesta di giustizia che non trovò mai pace.

Quella notte di San Lorenzo che si portò via suo padre segnò l’inizio di un periodo estremamente buio per Giovanni Pascoli: dopo la morte del padre, la famiglia dovette lasciare la tenuta di famiglia. L’anno seguente si spense la sorella, Margherita, ammalata di tifo. La loro madre, Caterina Vincenzi Alloccatelli, non resse questa seconda tragedia e decedette dopo poco di crepacuore.

Il destino tuttavia non ne aveva finito con la famiglia Pascoli e si portò via pochi anni dopo altri due fratelli di Giovanni: Luigi morì di meningite, mentre Giacomo, il fratello maggiore che ricopriva la carica di assessore comunale, morì il 12 maggio 1876 di tifo secondo le cronache, tuttavia rimase il serio sospetto di omicidio per avvelenamento dopo che lo stesso si fu avvicinato alle personalità che avrebbero complottato all’omicidio del padre. I fratelli minori di Giacomo, Raffaelle e Giovanni, si avvicinarono talmente alla verità sul complotto da essere minacciati anch’essi di morte.

Giovanni-Pascoli-indagini-du-omicidio-del-padre
Credit foto
© Pexels

Questa vita travagliata non ebbe la meglio sull’umanità del poeta che malgrado queste terribili ingiustizie fu sempre contro l’ergastolo e la pena di morte mentre dell’arte fece il suo nido, un luogo protetto dove il “Poeta-Fanciullino” poteva esprimere la sua saggezza sensibile, fatta di “umili cose” com’era solito chiamarle.

“C’è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c’è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall’immutabile destino.”
(Giovanni Pascoli)

Leggi anche —> Hermann Hesse: cosa ci insegna la sua vita

X agosto, la poesia di G. Pascoli in onore del padre defunto

L’arte non serve soltanto a creare bellezza, ma anche a fare anima; è un viaggio alla scoperta dell’essenza che riesce a dare una via, un significato, una direzione alle ferite del cuore; così è anche la poesia, l’arte suprema della parola che attraverso il suono, il ritmo, le immagini che è in grado di suscitare, ci porta sulla soglia del conoscibile e ci fa sbirciare nelle profondità dell’animo umano.

E le ferite, si sa, sono come altrettante brecce nel cuore attraverso le quali può filtrare l’immenso. Ne è un mirabile esempio la poesia di Giovanni Pascoli, intitolata X agosto, scritta in onore del padre deceduto.

uomo-guarda-le-stelle
Credit foto
© Pexels

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

La poesia, quando è medicina per l’anima

L’arte eleva l’uomo, gli sta a fianco nel dolore e lo aiuta a rialzarsi, ad elevarsi, a trasformare il veleno in medicina. Giovanni Pascoli visse un dolore atroce per le perdite in seno alla sua famiglia; ma invece di fuggire, accolse quel dolore e gli diede voce, una voce poetica, ricca di simboli e metafore che parlano una lingua che va oltre le parole.

Il dolore si trasformò così, grazie alla sua piuma, in un’opera di rara bellezza. La sofferenza lasciò spazio ad una breccia attraverso la quale filtrava la luce dell’anima che cantava l’amore, la tristezza, il dolore della perdita, la speranza; creò una porta verso l’Oltre.

L’uomo si fece da parte e lasciò spazio al Poeta, sacerdote e profeta dei moti dell’anima.

Fonti

Giacomo Pascoli, un oscuro sospetto
Giovanni Pascoli: fra Ottocento e Novecento, la stagione decadente

 

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline in Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it