Spiritualità

Parlare con i propri morti: riti moderni per nutrire il legame

Di Redazione - 31 Ottobre 2025

Parlare con i morti, porre loro domande, condividere con il mondo invisibile le nostre riflessioni. Dovrebbero essere pratiche abituali quotidiane da mantenere sempre ben allenate. Questo perché innanzitutto ci prepara alla nostra di morte: avere a che fare ogni giorno con l’esperienza di un contatto tra mondi permette di giungere consapevoli al momento del trapasso, non rischiamo così di giungervi impreparati, increduli, non attenti. La disattenzione in un tempo così fondamentale della vita porta a non viverlo in modo adeguato. Inoltre mantenere un collegamento con i nostri cari defunti è la via maestra per sentirli vicini, per farci giungere messaggi attraverso i sogni, per aprirci la via della conoscenza di noi stessi.

La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande.
(Vladimir Nabokov)

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Il dolore che unisce: la presenza invisibile dei nostri cari

cimitero

Il dolore per la perdita dei nostri cari è un dolore che vivrà sempre in noi, soprattutto se non siamo stati in grado di elaborarne il lutto. Quel vuoto lasciato scava dentro la nostra interiorità in modo silente ma continuo, è una presenza perpetua che ci parla dell’assenza, dell’invisibile, dell’incapacità di farsi una ragione della finitudine dell’esistenza.

Il dolore però può essere visto come un legame che unisce, non come una forza che distrugge.

Nel dolore possiamo rifugiarci ripensando a chi non c’è più, in quello spazio vuoto le nostre lacrime trovano sfogo, le emozioni possono vivere da regine. Il dolore è un grande maestro di vita, può insegnare importanti lezioni se ci poniamo in un atteggiamento di completa apertura e fiducia. I nostri cari sono uniti a noi grazie ad esso, al ricordo, al vuoto: esperienze faticose ma fondamentali per riportarci al centro di noi stessi.

La grande debolezza della morte è che può vincere solo la materia. Non può nulla contro i ricordi e i sentimenti. Al contrario, li ravviva e li radica in noi per sempre, come se volesse farsi perdonare dicendoci: “È vero, vi sto togliendo molto, ma guardate tutto quello che vi lascio”.
(Joël Dicker)

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Rituali simbolici per continuare a comunicare

scultura di mani in preghiera

Si può davvero trovare il modo per comunicare con il mondo invisibile? Sentire ancora la voce dei nostri cari? Provare a instaurare un vero e proprio dialogo con loro?

Il mondo dell’Oltre invia continuamente messaggi all’uomo, mascherati da sogni, simboli, coincidenze, accadimenti che si ripetono di continuo. Il linguaggio dell’anima è fatto di immagini, di codici che non appartengono alla mente, li possiamo cogliere solo con l’intuizione. Per poter attivare questo dialogo particolare è allora importante creare un tempo favorevole all’instaurarsi di questi scambi tra i mondi.

Tutto ciò che alimenta l’intuizione è benvenuto come esercizio dell’anima. Che sia lo yoga, la preghiera, la meditazione, il ballo o qualsiasi arte creativa, tutto può aiutare a sintonizzarci su altri livelli di coscienza. Spesso basta molto di meno: una candela accesa, occhi chiusi, una melodia soave e una domanda da porre. La risposta può arrivare nei sogni, in una frase udita da un estraneo che ci cattura in modo particolare, nell’apparire di un uccellino che ci porta meraviglia e che ci vuole portare consolazione. I messaggi dal mondo invisibile arrivano spesso all’improvviso, portano stupore, ci destano dalla nostra quotidianità. Sono segnali che sorprendono, spesso molto semplici, ma che ci fanno comprendere di essere un vero e proprio collegamento con qualcosa di più grande di noi, un segnale.

Andare al cimitero pensando a un defunto può farci incontrare una persona che ci riporta alla mente un ricordo vissuto proprio con quel nostro caro che stiamo andando a trovare e questa “coincidenza” è da vivere come un vero e proprio dialogo con l’Infinito.

Inoltrarci nella natura è la via maestra per iniziare a dialogare con l’invisibile poiché in questo luogo non vi è distrazione e siamo sempre ben disposti ad ascoltare il silenzio, gli animali, ad ammirare il cielo, a sintonizzarsi su un altro canale, più sottile, potente e rivelatorio.

In tutti i casi è bene rimanere desti, alle date, alle coincidenze, agli intoppi che viviamo quotidianamente: gli antenati hanno un modo particolare di farsi sentire, i loro messaggi giungono a chi è pronto ad afferrare quel linguaggio, a chi si fida dell’intuito, a chi osa abitare tempi, luoghi e persone che sente chiamare a sé senza una spiegazione logica.

Ognuno può trovare la via prediletta per innescare il dialogo con i propri defunti: sperimentate, provate vie nuove, seguite l’intuito. E provate a decifrare il linguaggio di un altro mondo.

Non stare sulla mia tomba a piangere.
Io non sono lì, non dormo.
Sono mille venti che soffiano.
Sono il diamante che scintilla sulla neve.
Sono la luce del sole sul grano maturo.
Sono la dolce pioggia autunnale.
(Mary Elizabeth Frye)

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Il ricordo come nutrimento spirituale e ponte tra i mondi

candela accesa

Ricordare chi non c’è più è la via migliore per comunicare con il mondo invisibile. I nostri defunti si sentono riconosciuti, visti, il loro ricordo rimane vivo nelle generazioni. Spesso è importante ricostruire il proprio albero genealogico per fare chiarezza sul passato, fissarlo nella mente, nel cuore e su carta, tramandarlo ai figli, mantenere viva la memoria delle origini.

Ricordare non vuol dire rimanere nel passato, ancorandosi a ciò che è stato e non voler proseguire nella vita, vuol dire invece avere un filo che ci lega all’affetto delle origini e grazie a questo filo intrecciato proseguire con più consapevolezza verso il futuro.

Chi non viene ricordato lascia un vuoto, un non detto, un irrisolto che pesa sulla famiglia e sulle generazioni future. Ricordare invece è un ponte tra i mondi, un collegamento fondamentale per la vita, una preparazione necessaria per prepararsi al morire.

Vita e morte non sono due estremi lontani l’uno dall’altro. Sono come due gambe che camminano insieme, ed entrambe ti appartengono. In questo stesso istante stai vivendo e morendo allo stesso tempo. Qualcosa in te muore a ogni istante. Nell’arco di settant’anni la morte arriverà a compimento. In ogni istante continui a morire, e alla fine morirai davvero.
(Osho)

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