Spiritualità

Il libro tibetano dei morti: antiche parole ricche di saggezza

Di Sandra Saporito - 16 Febbraio 2026

Vi è un testo buddista di saggezza millenaria che svela con rara precisione la conoscenza degli stadi intermedi della coscienza: il sogno, la morte, la rinascita: Il grande libro della Liberazione attraverso l’ascolto nel piano intermedio o Bardo Thödol, più conosciuto in Occidente come Libro tibetano dei morti.

Non si tratta di un libro sapienziale teorico come lo intendiamo in Occidente ma di una mappa del viaggio dell’anima, sia per accompagnare i defunti nel trapasso che per liberarsi dal karma e, quindi, dal ciclo delle reincarnazioni che porta alla sofferenza secondo la concezione buddista.

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Il titolo originale dell’opera nomina l’ascolto, per il motivo che il defunto viene guidato nel suo viaggio dalla recitazione delle tappe che attraverserà. Il buddismo tibetano insegna infatti che l’udito è l’ultimo senso a svanire e il primo a risvegliarsi nello stato intermedio (bardo) e grazie a questo testo accompagna le anime nell’arte del morire e trasformare la morte in illuminazione. Va comunque precisato che nella tradizione tibetana, non esiste il principio di anima ma di coscienza o flusso mentale.

Le origini del Bardo Thödol

Il Bardo Thödol o Libro tibetano dei morti fu redatto nel VIII secolo da Padmasambhava (in sanscrito “Nato dal Loto”), considerato come il secondo Buddha, e diffusore del buddismo Vajrayāna in Tibet. Secondo la tradizione, Padmasambhava non scrisse direttamente il testo per i suoi contemporanei, ma lo nascose come terma, un tesoro spirituale che resta nascosto. I terma sono insegnamenti deliberatamente occultati per essere scoperti in epoche future.

Il testo fu “rivelato” nel XIV secolo da Karma Lingpa, un tertön, (“scopritore di tesori spirituali”), una figura particolare nella tradizione Nyingmapa, capace di accedere a questi insegnamenti nascosti. Secondo la leggenda, Karma Lingpa trovò il testo sul Monte Gampodar quando aveva 15 anni.

monaco buddista in contemplazione

Fonte: Pexels.com

In realtà il Libro tibetano dei morti rappresenta solo una parte di un ciclo più ampio di insegnamenti chiamato Kar-gling Zhi-khro traducibile come Il profondo insegnamento della liberazione naturale attraverso la contemplazione delle divinità di buddha miti e feroci, che comprende pratiche, visualizzazioni e rituali collegati per attraversare con consapevolezza il territorio dell’Oltre.

Prima del Bardo Thödol, molti insegnamenti sulla morte erano riservati ai praticanti iniziati. Questo testo offre la possibilità di liberazione anche a chi non ha praticato intensamente in vita la via buddista, attraverso il semplice “riconoscimento” nel momento giusto in quanto le figure narrate sono archetipiche e il semplice ascolto del testo, secondo diversi studiosi, può essere sufficiente a piantare semi di liberazione nella coscienza del defunto.

La saggezza antica sul passaggio

Nel cuore degli insegnamenti del Libro tibetano dei morti viene svelata la natura dei Tre Veleni (dug gsum) che determina la natura della rinascita, le radici profonde che tengono gli esseri intrappolati nel Samsara, il ciclo dell’esistenza. Questi Tre Veleni sono rappresentati simbolicamente da animali feroci.

Le divinità irate e i Tre Veleni nel Libro tibetano dei morti

Il primo e più fondamentale è l’ignoranza, simboleggiata dal maiale: quell’oscuramento primordiale che ci impedisce di vedere la vera natura della realtà e ci fa credere in un io separato e permanente. Da questa cecità primaria nascono gli altri due Veleni.

Il desiderio, rappresentato dal gallo, ci spinge a bramare e trattenere tutto ciò che percepiamo come piacevole, mentre l’avversione, incarnata dal serpente, ci fa respingere con rabbia e disgusto ciò che giudichiamo spiacevole. Talvolta, a questi tre veleni se ne aggiungono altri due: l’orgoglio (mana) rappresentato dal leone, e la gelosia (irshya), col pavone.

Coda del pavone

Fonte: Pexels.com

Durante il viaggio attraverso il bardo, questi Tre Veleni non riconosciuti si manifestano come visioni terrifiche e divinità irate che minacciano il viaggiatore.

Riconoscere le molte afflizioni dell’anima nell’aldilà

Da questi veleni fondamentali che ingannano la coscienza fioriscono le Venti Afflizioni Secondarie (upakleśa), che possono tormentarla nel bardo: collera e ira, rancore, dissimulazione, dispetto/malevolenza, gelosia/invidia, avarizia, inganno/frode, ipocrisia/pretesa, arroganza/presunzione, nocività/crudeltà, mancanza di vergogna, mancanza di imbarazzo, ottusità/torpore, agitazione, mancanza di fede, pigrizia/indolenza, disattenzione/negligenza, dimenticanza/smemoratezza, distrazione/mancanza di introspezione.

Nel Bardo Thödol, il praticante impara che queste emozioni non sono nemici esterni da combattere, bensì le proiezioni della propria mente. Il segreto della liberazione sta nel riconoscerle per quello che sono, ovvero delle illusioni disincarnate, come riflessi di uno specchio.

Quando la morte diventa possibilità d’Illuminazione

Il Libro tibetano dei morti e la visione tantrica insegnano che questi Veleni non vanno semplicemente eliminati, ma riconosciuti nella loro vera natura e trasformati in saggezza. Per questo motivo viene affermato la possibilità di trasformare la morte in illuminazione.

In questo modo, l’Ignoranza diventa Saggezza dello spazio infinito, l’Avversione, la Saggezza simile allo specchio; l’ Orgoglio, la Saggezza dell’equanimità; l’Attaccamento, la Saggezza discriminante; e infine la Gelosia si trasforma nella Saggezza dell’azione perfetta.

Solo attraverso questo riconoscimento l’essere può spezzare le catene che determinano la sua prossima rinascita e, forse, raggiungere la liberazione definitiva dal Samsara.

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Il viaggio dell’anima tra morte e rinascita

Il Bardo Thödol descrive con rara bellezza e precisione il viaggio della coscienza attraverso i tre bardi principali, o stati intermedi, ciascuno offrendo opportunità di liberazione.

Ovviamente non è possibile riportare in questo articolo la mappa che esso ci propone nella sua integralità, per cui mi limiterò a illustrare alcuni punti come brevi sguardi su un panorama molto più vasto.

Chikhai bardo, il bardo del morire

Nei primi istanti della morte, la coscienza sperimenta il dissolversi degli Elementi (Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio). Alla fine di questo processo appare la Chiara Luce Primordiale, se si riconosce questa luce come la propria vera natura, si raggiunge l’illuminazione. Tuttavia, la maggior parte degli esseri sviene o non riconosce questa opportunità.

Chonyid bardo, il bardo del divinità pacifiche e irate

Dopo lo svenimento, la coscienza si risveglia in uno stato di confusione. Per circa due settimane secondo la tradizione tibetana appaiono visioni sempre più intense. Prima giungono le divinità pacifiche. Queste rappresentano gli aspetti puri della nostra mente, le saggezze illuminate.

Contemporaneamente appaiono luci più opache che rappresentano i regni del Samsara e attirano la coscienza del defunto per condurla alla rinascita, ad un altro ciclo di esistenza.

In seguito, giungono le divinità irate. Sono le divinità pacifiche che questa volta rappresentano l’energia trasformativa e distruttrice dell’ego e dei Veleni. La coscienza viaggiatrice viene sostenuta dai cari che leggono il Libro tibetano dei morti e la esortano a non temere, a riconoscervi le proiezioni della sua propria mente.

monaco buddista legge testi sacri

Fonte: Pexels.com

Sidpa bardo, il bardo del divenire

Se la coscienza del defunto non si è ancora riconosciuta, entra nel bardo della rinascita, caratterizzato da confusione e vagabondaggio. Qui, il defunto non si rende conto di essere morto, cerca di comunicare con i vivi ma non viene visto né udito. Qui, appare il Signore della Morte che legge tutte le azioni compiute in vita, tra azioni positive e negative come manifestazione del proprio karma.

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Spinto dai propri Veleni e dal proprio Karma, il defunto è attratto verso la rinascita. Vede coppie durante l’amplesso e viene attratto nel grembo. Il colore e la qualità della luce che lo attrae determina il tipo di rinascita.

Secondo alcune versioni del testo, queste luci seducenti portano ad altri regni:

Luce bianca opaca → regno dei Deva
Luce rossa opaca → regno dei Pretas (spiriti affamati)
Luce blu opaca → regno degli animali
Luce gialla opaca → regno umano
Luce verde opaca → regno degli Asura (semidei)
Luce nera fumosa → regno degli inferi

Infine, si chiude il grembo e una nuova vita ricomincia.

Cosa insegna ancora oggi il Libro tibetano dei morti

Il Libro tibetano dei morti non è un semplice testo liturgico, ma è una mappa per l’anima oltre il Velo, è un testo di speranza che insegna che anche nell’ultimo momento, anche dopo una vita di sofferenza e confusione, vi è una possibilità di liberazione.

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Grazie alla conoscenza registrate nei millenni sugli stati intermedi e le difficoltà e visioni che la mente può incontrare, questo testo offre un barlume di speranza a chi teme questo grande passaggio verso l’aldilà. La consapevolezza di poter essere accompagnati e guidati in questo stato così misterioso ai nostri occhi rivela la fondamentale importanza del sostegno dei propri cari nel morire.

Ed è questa una comprensione preziosa da reintegrare nella nostra società che ci ha ormai disabituati all’approccio della morte. Nel temerla, abbiamo smarrito i significati di compassione, cura e amore oltre il distacco fisico che comporta, privandoci di una preparazione fondamentale non solo per il defunto ma anche per noi stessi.

Ogni morte è un rito di passaggio e va onorata nella sua somma sacralità.

Qualcuno disse che quando nasciamo, piangiamo mentre tutti sorridono. Il Bardo Thödol, il Libro tibetano dei morti, ci insegna a morire col sorriso sulle labbra mentre tutti intorno a noi piangono.

Fonti e approfondimenti:
• Robert Thurman, Il libro tibetano dei morti, Ed. Neri Pozza, 1998.
Documentario Attraversando il bardo: sguardi sull’aldilà, di Franco Battiato.
Il Bardo: viaggio ai confini della vita e della materia.

 

Sandra Saporito





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