Il Libro dei morti degli antichi Egizi è un corpus di testi funebri dalle origini antichissime. In origine, l’opera scritta direttamente sulla pietra non portava il titolo di “Libro dei morti” ma era R(ȝ) n(y) pr.t m hrw (pronunciato all’incirca Ru nu peret em heru), ovvero “Libro per uscire al giorno” o “Libro per emergere alla luce“, indicando lo scopo dell’anima dopo il trapasso: raggiungere una seconda nascita accanto al dio Sole Ra e rigenerarsi nella luce spirituale. Composto da oltre 190 formule magiche per respingere i mostri, aprire le porte della Duat e superare il giudizio della pesatura del cuore (detta “psicostasia”), il Libro dei morti degli antichi Egizi era una mappa dei mondi visibili soltanto all’anima e un trattato morale secondo i precetti di Maat, dea dell’armonia.
Cos’è il Libro dei morti egizio e qual era la sua vera funzione
Il titolo di “Libro dei morti degli antichi Egizi” fu coniato da Karl Richard Lepsius, un egittologo tedesco del XIX secolo che per primo tradusse il famoso Papiro Cadet di epoca tolemaica, oggi custodito al Museo Egizio di Torino. L’egittologo si ispirò al termine arabo Kitab al-Mayyitun (“Libro dei defunti”), usato dagli esploratori arabi in riferimento alla celebre raccolta di testi funebri dell’Antico Egitto.
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Il Libro dei morti degli antichi Egizi è un corpus eterogeneo di formule che ha mutato forma, supporto e destinatari lungo i millenni. A partire dal 2345 a.C. lo troviamo sotto forma di geroglifici sulle pareti delle piramidi che custodiscono le spoglie dei faraoni delle dinastie dell’Antico Regno, formule volte a glorificare la loro essenza divina affinché si ricongiungesse con Ra, il dio creatore.
In seguito, intorno al 1994-1650 a.C., i Testi delle Piramidi mutano nei Testi dei Sarcofagi. Qui le formule che indicano la fusione con il dio si arricchiscono della mappa ultraterrena verso la Duat, oltre a formule e incantesimi di protezione dell’anima nel suo lungo percorso verso la rinascita nella luce.

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Malgrado il passare dei secoli e l’eterogeneità del corpus letterario che costituisce il Libro dei morti degli antichi Egizi, resta immutato lo scopo originario: accompagnare e istruire il defunto nel suo lungo viaggio nell’aldilà, aiutarlo a armonizzare le diverse parti della sua anima: il Ka (la forza vitale) e il Ba (la coscienza individuale), superare la cerimonia della Pesatura del Cuore davanti alla dea Maat, che ne giudicherà la rettitudine, e finalmente raggiungere la terra dei Beati: i Campi di giunchi o Campi Aaru come essere divino.
Il viaggio nella Duat: come gli antichi Egizi affrontavano i blocchi dell’anima
Il viaggio dell’anima dopo la morte si compieva nella Duat, le terre d’Occidente dove il dio Sole Ra tramontava e si rigenerava nel Nun, l’oceano primordiale. Dopo il trapasso, il defunto compieva un viaggio simile a quello del Sole, cercando di ricongiungersi alla divinità originaria. Doveva affrontare un percorso ricco di insidie e ombre, superare ostacoli, blocchi, mostri, deserti e colline, guidato dalle formule magiche e dalle indicazioni contenute nei testi funebri, che svolgevano il ruolo di un vero e proprio “vademecum” post-mortem.
Ogni ora della notte corrispondeva a un territorio della Duat, speculare all’Egitto, e il defunto doveva attraversare queste porte sorvegliate da demoni che ne ostacolavano il passaggio. Solo chi conosceva il nome del guardiano poteva proseguire il viaggio.
Se per gli antichi Egizi il libro era un insieme di formule rituali efficaci per garantire la sopravvivenza nell’aldilà, una visione contemporanea, simbolica e archetipica, potrebbe leggere questo testo come una guida al superamento dei blocchi interiori e delle nostre ombre personali.
Possiamo, per esempio, vedere in questo libro una mappa di quel viaggio iniziatico che in molti miti viene definito come “discesa negli Inferi”. Questo itinerario nel mondo delle Ombre per raggiungere la Luce e la rinascita è possibile solo riconoscendo e nominando la paura, ovvero l’Ombra interiore (il nome del demone), e attraversandone la soglia (la porta della Duat), intesa come luogo di trasformazione per antonomasia.
Restare invece senza voce di fronte al guardiano della soglia, magari per ignoranza o inconsapevolezza, costringerebbe a un “vagabondaggio eterno”, traducibile per noi nella difficoltà di andare avanti nella vita.
Le formule magiche come strumenti di trasformazione
Nella cosmogonia di Eliopoli, la creazione dell’universo si realizzò attraverso la parola: il dio Ra generò la realtà nominandone i singoli elementi, motivo per il quale la scrittura era considerata generatrice. I geroglifici erano i segni divini capaci di radicare il potere invisibile della magia primordiale, lo heka, nella materia; permettevano di rendere l’invisibile finalmente visibile e, di conseguenza, garantivano il controllo sul mondo. Tuttavia, un solo errore di scrittura poteva scatenare le forze del caos.
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L’ heka era preponderante nel Libro dei morti degli antichi Egizi: le formule permettevano al defunto di compiere il proprio percorso rituale nel mondo invisibile con piena coscienza. Infatti, molte di queste sono espresse in prima persona, a indicare che è il defunto stesso ad adoperarsi per la salvezza della sua anima.

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Ciononostante, il defunto aveva bisogno di conoscere il ren, ovvero il nome segreto delle divinità, dei luoghi o degli oggetti importanti dell’aldilà per poter agire su di essi. E, più di ogni altra cosa, doveva ricordare se stesso. La rinascita a una nuova luce si basava quindi anche sulla conoscenza e sul ricordo dell’essenza di sé e del mondo.
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La psicostasia o pesatura del cuore: l’anima sulla bilancia di Maat
Nella Duat, l’anima del defunto vagava attraverso molte terre e doveva usare formule specifiche per attraversare le diverse porte dell’aldilà, prima di giungere finalmente nella Sala delle Due Verità, dove avveniva la cerimonia conosciuta oggi come la pesatura del cuore o psicostasia.
Qui, il suo cuore (ib) veniva deposto sulla bilancia di Maat, dea cosmica della Verità e della Giustizia. Il cuore, fedele testimone della vita del defunto, doveva essere più leggero della piuma che simboleggiava la dea. Nell’Antico Egitto, il cuore era la sede della coscienza, della memoria e della responsabilità morale.
In questa fase del giudizio, Maat rivestiva un ruolo fondamentale. Dea primordiale, antecedente alla creazione stessa e rispettata dagli dei e dai vivi, le cui leggi erano il fondamento dell’ordine cosmico ma anche sociale, rappresenta tutto ciò con cui il defunto deve confrontarsi: la Verità, la Giustizia, l’equilibrio cosmico, l’armonia universale, la Legge.
Chi disturbava tale equilibrio nel suo cuore e nelle sue azioni disturbava l’operato di Maat, che contrasta da sempre e per sempre l’azione entropica del caos. Inoltre, le leggi di Maat erano scritte sotto forma di “consigli”. Il rispetto delle sue norme non era descritto come la richiesta di una perfezione irraggiungibile, ma come un orientamento verso l’equilibrio. Vivere secondo Maat significava cercare di ristabilire l’ordine dentro di sé quando ci si accorgeva di essersene allontanati. Era un ordine con cui l’essere umano cercava attivamente di armonizzarsi.
Il tribunale di Osiride e la ricerca dell’equilibrio interiore
Questo giudizio finale metteva l’anima del defunto alla prova e la poneva di fronte a ogni azione compiuta durante la vita, sia essa buona o cattiva. Il cuore, pesato sulla bilancia di Maat, doveva testimoniare e giustificare le sue azioni di fronte ai giudici e a Osiride stesso; il defunto affermava l’innocenza del suo cuore ed evocava circostanze attenuanti, come ad esempio l’infanzia, che rende difficile differenziare il bene dal male.
Molto importanti erano le formule magiche che costringevano il cuore a non testimoniare contro il defunto quando compariva nel tribunale dei 42 giudici (ognuno dei quali rappresentava una legge di Maat). A questo punto del viaggio, il defunto era tenuto a recitare la lunghissima formula 125, detta “confessione negativa”, in cui dichiarava di non aver tradito i precetti della dea.
Ecco un estratto:
“O tu dai larghi passi che appari a Eliopoli! Io non ho fatto il male! O tu che apri la bocca e che appari in Kher-Aha! Io non ho commesso violenza!” (Estratto della Formula 125 del Libro dei Morti)
È quindi interessante notare quanto, nella concezione egizia, l’equilibrio personale e la rettitudine del cuore fossero al centro del buon funzionamento del cosmo. Il Giusto, colui il cui cuore (la coscienza) era rimasto allineato alle leggi di Maat (l’armonia cosmica), vedeva il suo Ba e il suo Ka armonizzarsi e trasformarsi in Akh, uno spirito luminoso, un beato degno di essere assimilato agli dei.

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Diversamente, chi aveva commesso azioni deplorevoli, seguendo il caos dentro di sé invece che la voce della verità e dell’armonia, si sarebbe poi disciolto nel nulla, con l’anima divorata dalla spaventosa dea Ammit, la “Divoratrice dei morti”.
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Fonti e approfondimenti:
• Il Libro dei morti di Baki di Sara Demichelis con Elisa Fiore Marochetti (Museo Egizio di Torino: pdf)
• I nomi dei 42 giudici della confessione negativa sul sarcofago di Ankh-Hor
• Rita Lucarelli, Il Libro Dei Morti Dall’Epoca Faraonica All’Epoca Greco-Romana, Academia.edu.




