Il mito di Inanna narra l’epopea di una dea difficile da classificare, che governa l’amore, la guerra, la fecondità, sfere che rappresentano a meraviglia il potere rigenerativo di cui è portatrice. È una dea potente, Regina dei Cieli, che per scelta decide di affrontare le profondità più recondite degli inferi.
Il poema La discesa di Inanna, anche se risale alla Mesopotamia del terzo millennio a.C., rappresenta un viaggio dell’anima che le donne di oggi possono riconoscere nell’affrontare le crisi esistenziali che ci parlano di sovranità, perdita e rinascita dalle proprie ceneri.
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Il viaggio nell’oscurità: il simbolismo psicologico della discesa di Inanna
La psicologia junghiana ha riconosciuto ne La discesa di Inanna una mappa del processo di individuazione, il viaggio dell’anima verso il riconoscimento e la manifestazione di sé. Il mito di Inanna non è il viaggio dell’Eroe che si mette in cammino nel mondo, compiendo un dramma che avanza nel mondo: quello della dea invece è profondo, trasversale a se stessa. Inanna va alla ricerca di sé, e lo fa per sottrazione e non tramite la conquista, spogliandosi di sé strato dopo strato.

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La psicoanalista junghiana Sylvia Brinton Perera sostiene che le donne odierne hanno adottato il sistema di funzionamento della società patriarcale basato sulla performance, l’adattamento, l’approvazione maschile, rinunciando a una parte di sé, repressa, taciuta, negata, esiliata nell’Ombra. La donna sopravvive facendo suoi i codici maschili, ma dimentica, rinnega i suoi per sopravvivenza.
Tuttavia, la sua natura autentica urla dai margini della coscienza, allo stesso modo de La Loba dei racconti di Clarissa Pinkola Estés. La discesa di Inanna diventa allora una necessità di riunire le due metà della psiche femminile. Il richiamo dell’oltretomba assume paradossalmente una valenza salvifica nella misura in cui chiama alla profondità, al recupero dell’essenza autentica relegata nell’Ombra.
Inanna è sin dall’inizio una figura che abita la dimensione del paradosso: dea della soglia, dei confini, dell’amore e della guerra. Le prime versioni del mito non spiegano perché scelga di scendere nell’Oltretomba, dove abita sua sorella Ereshkigal, Regina degli Inferi, archetipo del Femminile Oscuro. Eppure Inanna è consapevole, malgrado la sua natura divina, di poter morire. Istruisce la sua ancella Ninshubur sui riti da compiere e gli dei da avvertire nel caso in cui non tornasse dopo tre giorni dal “Paese senza ritorno”.
Attraverso questo viaggio, Inanna sembra voler sondare il mistero dei misteri: la morte, ciò che resta oscuro agli dei e agli uomini, che tuttavia sono costretti a viverla.
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Nota: questo articolo segue la traduzione di Inana’s descent to the nether world dell’Università di Oxford, che contempla la spogliazione totale senza il recupero degli oggetti di potere presente in alcune versioni tardive del mito riferite alla dea Ishtar.
Spogliarsi dell’ego: le sette porte per la vera trasformazione
Nella sua discesa negli inferi, Inanna attraversa le sette porte degli Inferi, ognuna protetta da un guardiano della soglia che le richiede un pegno per l’attraversamento. Non potrà rifiutarsi né patteggiare. Le leggi dell’Oltretomba non si discutono.

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• Prima porta: la shugurra, il copricapo della steppa. A Inanna viene tolta la corona della steppa, simbolo del riconoscimento esterno: il titolo, il ruolo, lo status sociale. È tutto ciò che ha dovuto guadagnarsi per rivendicare un posto nel mondo, il modo in cui gli altri la definiscono e nel quale spesso si identifica.
• Seconda porta : le za-gin hulbazizi, le perle di lapislazzuli. Inanna abbandona la collana di lapislazzuli, considerata nel mondo antico “cielo solidificato”. Rappresenta il senso di appartenenza cosmica, le origini, il filo che la connette a qualcosa di più grande di sé.
• Terza porta: le numun-meš, le perle gemellari a forma di uovo. Cadono le gemme sacre che richiamano il principio dell‘uovo cosmico, la creatività generativa che nasce dall’unione degli opposti, simbolo della capacità di tenere insieme luce e ombra, Terra e Cielo.
• Quarta porta: l’an-za-am, il pettorale. Al centro esatto della discesa, Inanna lascia il pettorale che porta incisa l’evocazione “Vieni, uomo, vieni“. Protegge il cuore e crea al tempo stesso attrazione, desiderio. Il desiderare, etimologicamente, è un’aspirazione bruciante verso ciò che non si possiede.
• Quinta porta: il za-gin-na, l’anello d’oro. Viene rimosso l’anello, simbolo di legame e continuità. È il cerchio che non ha né inizio né fine. La dea deve rinunciare ai legami duraturi che la iscrivono in un contesto più grande, ai contratti tessuti con gli altri.
• Sesta porta: il šu-gidri za-gin, il bastone e la corda di misurazione. Cadono gli strumenti del controllo cosmico, della razionalità, dell’intelletto. Deve arrendersi a ciò che non può essere spiegato. Chiunque abbia attraversato una crisi profonda conosce quest’esperienza che disorienta e non trova appiglio nella ricerca dei “perché”.
• Settima porta : il pala, il manto della signoria. Inanna depone il mantello regale e si trova nuda al cospetto di Ereshkigal, in uno stato di massima vulnerabilità. Come gli alberi d’inverno, raggiunge uno stato di essenzialità minima. I giudici degli Inferi, gli Annunaki, la guardano con gli occhi della morte: Inanna muore. Il suo corpo viene appeso a un chiodo, immagine che in Mesopotamia rimanda alla stella polare, il punto di stasi assoluta sull’asse del mondo. È la nigredo alchemica, il buio totale. Qui la dea sosta per tre giorni prima di rinascere.
La rinascita del divino: cosa ci insegna oggi questo mito?

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La resurrezione di Inanna avviene grazie all’aiuto di Ninshubur e di Enki, ma soprattutto grazie all’ascolto empatico del dolore di Ereshkigal. Enki crea due esseri androgini che per loro natura passano inosservati attraverso le porte degli Inferi e raggiungono la Regina nel suo dolore: il lutto per il suo sposo Gugalanna, il Toro del Cielo, era rimasto inascoltato. Gli esseri si limitano ad ascoltarlo, con compassione e senza giudizio.
Il dolore, finalmente visto e ascoltato, permette a Inanna di essere resuscitata. Viene cosparsa con l’acqua e la pianta di Vita, e fa ritorno.
Questo è l’insegnamento moderno più prezioso del mito: la discesa nei nostri Inferi è un viaggio trasformativo che impone di spogliarci di ogni maschera, fino a tornare al nucleo più essenziale di noi. Nel cuore dell’Ombra, là dove sembra non vi sia più speranza, è l’espressione libera del dolore, e il suo ascolto con compassione, a permettere la risalita. Ed è ciò che molto spesso ci neghiamo per rispondere ad una necessità imposta di essere sempre performanti. Al costo della nostra umanità più preziosa, della nostra salute psico-fisica.
L’Ombra personificata da Ereshkigal non è malvagia: è addolorata e repressa. Secondo la psicologia del profondo, questa parte di noi richiede solo attenzione e compassione per smettere di tenere in ostaggio la nostra vitalità e rilasciarla, finalmente trasformata, più consapevole e più libera.
Fonti e approfondimenti:
• Carl G. Jung, Coscienza, inconscio e individuazione, Bollati Boringhieri, 2014.
• Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi, Pickwick, 1993.
• Faculty of Oriental Studies, University of Oxford: Inana’s descent to the nether world.
• Perera, Sylvia Brinton. La grande dea : il viaggio di Inanna regina dei mondi, Red Edizioni, 1987.
• UniUrb: Il concetto di archetipo in C. G. Jung (di Daniela D’Annessa).




