Dalle radici preelleniche alle pratiche estatiche, il mito di Demetra e Persefone continua ancora oggi a incuriosire gli studiosi che vi vedono una delle matrici spirituali più enigmatiche dell’antica spiritualità mediterranea, e che simboleggiava il ciclo vita-morte-rinascita e l’alternarsi delle stagioni.
I suoi significati simbolici e spirituali offrivano una risposta a una delle paure più profonde del mondo antico: quella della morte. In questo contesto, il mito si sviluppò nei riti d’iniziazione conosciuti sotto il nome di Misteri eleusini.
Il dolore di una madre e la rinascita della terra: il mito di Demetra e Persefone
La dea Demetra, figlia di Crono e Rea, era conosciuta in epoca classica come dea della natura, dei raccolti e delle messi. In epoca romana divenne Cerere, da cui deriva il nome “cereali”.
Tuttavia, la dea vantava già un’origine preellenica, dov’era considerata come emanazione della Grande Madre, colei che dà e prende la vita. In effetti, nell’Europa antica, nella quale la memoria di Demetra affonda le radici (intorno al 7000-3500 a.C. circa), la Dea Madre assumeva una forma multipla che contemplava sia la vita che la morte, in un continuum simbolico importante per la spiritualità indoeuropea del Neolitico, secondo l’archeologa Marija Gimbutas.
Nel mito di Demetra e Persefone (chiamata anche Kore) ritroviamo questo significato simbolico-spirituale che verrà tramandato nei Misteri Eleusini, attraverso un processo di discesa negli Inferi guidato dal dolore della perdita, e che ritroviamo in molti miti antichi come catalizzatore del viaggio dell’anima e come processo di trasformazione interiore.
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La versione antica del mito di Demetra e Persefone

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Se Ovidio parlò del mito ne Le metamorfosi e della sua nascita sulle sponde del lago Pergusa in Sicilia, la fonte più antica è rappresentata dall’inno di Omero che risale al VII-VI secolo a.C.
Secondo Omero, Kore (“la fanciulla”), dea della primavera e figlia di Demetra, coglieva fiori nella pianura di Nisa. Qui, la giovane dea venne attratta da un narciso che permise ad Ade, il dio ctonio “che molti uomini accoglie”, di uscire da una voragine nel terreno per rapire Kore e trascinarla nel suo carro d’oro.
Demetra, afflitta dalla sparizione di sua figlia, la cercò a lungo per nove giorni, in mezzo al silenzio degli dei, trascurando il suo dovere legato alla fertilità della terra. Così, le messi cominciarono a mancare, l’umanità iniziò a soffrire la fame. Così come la dea rifiutava di mangiare e bere, anche la natura rifletté la dea e divenne arida e secca come il suo cuore, corroso dal dolore.
Al decimo giorno, Ecate, dea della magia e dei crocevia, che aveva sentito le urla di Kore, accompagnò Demetra da Elios. Il dio Sole, che vedeva ogni cosa, le rivelò l’identità dei colpevoli: “Demetra augusta […] Nessun altro fra gl’immortali è responsabile, se non Zeus adunatore di nembi, che l’ha destinata, perché sia detta sposa fiorente, a suo fratello Ade: e questi giù nella tenebra calliginosa la trascinò con le sue cavalle…”
La dea, addolorata, si esiliò ad Eleusi, dove incontrò quattro fanciulle, figlie di Celeo e Metanira, che aveva a lungo sperato un figlio maschio. Demetra, sotto il falso nome di Dono si propose di fare da nutrice al piccolo Demofoonte.
Metanira intuì di essere al cospetto di una donna importante, che tuttavia aveva gli occhi e il cuore tristi. Lambe, la sua serva si adoperò per compassione a distrarla coi suoi scherzi, riuscendo finalmente a farla ridere. Metanira tentò allora di proporre alla dea, che non beveva né mangiava da dieci giorni, un bicchiere di vino rosso. Ella rifiutò e chiese in cambio “una bevanda d’acqua farina d’orzo e menta delicata”: il ciceone (Kikeon), che diverrà la bevanda rituale dei Misteri.
Demetra si prese cura del bambino, cercando di renderlo immortale. Lo massaggiava con ambrosia e di notte lo porgeva sopra il fuoco per purificarlo dalla sua mortalità tramite il fuoco. Ma una notte Metanira li vide e si spaventò. La dea, offesa dalla mancata fiducia, svelò la verità e la sua identità alla madre in pianto, ordinando di costruire un tempio in suo onore per placare l’offesa e assicurare la clemenza alla gente della città e la buona fortuna del bambino.
Il tempio fu costruito sul monte a Eleusi, in Attica. La dea vi si insediò, minacciando di lasciare la terra sterile finché non avrebbe rivisto sua figlia.
Zeus mandò Iride, personificazione dell’arcobaleno alla dea mentre Ermete portava la richiesta ad Ade di riportare Persefone sulla terra. Ade non fece resistenza ma furtivamente le fece mangiare la melagrana, costringendola con questo sotterfugio a tornare negli Inferi per una stagione mentre due ne avrebbe trascorse con sua madre in superficie segnando così la nascita delle stagioni, la ciclicità dei lavori agricoli e la rivelazione del mistero della vita dopo la vita.
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I misteri Eleusini: la celebrazione sacra del ciclo vita-morte-vita
La storia narra che la dea insegnò i riti iniziatici agli abitanti di Eleusi e dalla città dell’Attica si sarebbero poi diffusi nell’intero bacino del Mediterraneo.
Ciò che sappiamo per certo è che i Misteri Eleusini furono celebrati per circa duemila anni ed erano considerati come l’evento religioso più sacro del mondo greco. Furono iniziati, tra i molti, Socrate, Platone e Aristotele, Orfeo, Plutarco, Adriano e Marco Aurelio.
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Queste iniziazioni erano divise in:
• Piccoli Misteri (Anthesterion), concentrati sull’offerta a Demetra e Persefone e la purificazione, tramite immersione nell’acqua. Davano accesso ai Grandi Misteri.
• Grandi Misteri (Boedromion) incentrati sull’esperienza estatica e intorno ai quali gravitava una segretezza assoluta.
Nessuno poteva parlare della sua esperienza avvenuta nel Telestherion (la sala d’iniziazione) senza pagarne le conseguenze.
Sulla natura dei Misteri, la storia ci restituisce una testimonianza frammentaria. Molti studiosi propendono verso un’esperienza visionaria indotta dal ciceone (kikeon). Secondo la teoria degli studiosi Wasson, Hofmann e Ruck, si tratterebbe di una bevanda psicotropa a base di cereali contaminati da un fungo (Claviceps purpurea) che provocava stati alterati di coscienza indotti da una molecola simile all’LSD.
Le visioni avrebbe permesso agli iniziati di raggiungere l’epopteia, ovvero la massima comprensione dei segreti della vita dopo la morte, e compiere il viaggio dell’anima, tra la discesa negli Inferi e la rinascita similmente a Persefone.

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Questa rinascita era spiegata grazie all’allegoria del seme di grano: il seme doveva morire sotto terra, nel regno dell’Ade, prima di compiere il viaggio di risalita verso la luce e la rinascita nella pienezza delle sue potenzialità.
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Connettersi con Demetra: come onorare la fertilità della natura oggi
Il mito era un messaggio di speranza per le antiche culture che parlava della natura, dei cicli della vita, ma simboleggiava anche dinamiche interiori prima della nascita della psicologia.
Infatti, secondo la concezione junghiana, la discesa evoca al livello profondo l’incontro con l’Ombra, nel terreno oscuro eppure fertile dell’inconscio. Il mito mostra quanto la potenza distruttiva del dolore, può provocare il blocco creativo e vitale che si rispecchia nell’aridità della natura.
Qui, Demetra incarna l’archetipo della madre, sia amorevole che capace di distruggere il mondo, riunendo in sé sia la forza creatrice che distruttrice in un ciclo che determina la fertilità della natura e della nostra psiche.
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Il mito ci chiama infatti alla trasformazione profonda. Kore, dopo il ratto, cambiò identità: divenne Persefone, dea liminale, che si divideva tra il mondo dell’oltretomba e quello degli dei, tra alto e basso, diventando un ponte tra Terra e Cielo.
Connettersi con l’archetipo di Demetra significa onorare quella parte di noi spesso respinta perché ferita, travolta dal dolore, e attraversare la spogliazione, la vulnerabilità, per sperimentare il vuoto necessario alla vita che rinasce in un’altra forma. Ecco perché questo mito di viaggio ctonio dell’anima può svolgere un ruolo importante per noi, soprattutto nei momenti più difficili.
Anche se il mondo è avvolto dalla fame, Demetra resta fedele a se stessa e porta l’energia materna su un altro bambino, un progetto, qualcosa che nutrirà il mondo: non più la pancia, ma lo spirito.

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Ciò che nasce, muore, e si trasforma. È un processo che si ripete così come c’insegna la natura stessa ad ogni stagione. Ciò che muore, si degrada, e torna alla terra. La nutre e la rende feconda, preparandola alla nascita del futuro, come l’inverno prepara una primavera sempre nuova.
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Fonti e approfondimenti:
• Cassola F., Inni omerici, Mondadori, 1975.
• Gimbutas M., Il linguaggio della Dea, Venexia, 2008.
• Wasson R. G., Hofmann A., e Ruck C. A. P., La strada per Eleusi. Alla scoperta del segreto dei Misteri, Piano B, 2022.




