Con ogni addio impari. E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse.

~ Jorge Louis Borges ~

Si sente spesso parlare della ferita dell’abbandono, ritenuta una delle peggiori, difficile da rimarginare, per alcuni impossibile da superare. Ma se guardassimo le cose da una prospettiva capovolta, l’abbandono non potrebbe essere un dono? Se ripenso agli abbandoni più temuti della mia vita, la memoria mi riporta al momento traumatico ma anche al periodo immediatamente successivo. Periodo di cambiamento profondo che mi ha sempre portata in direzioni nuove, avvincenti, inaspettate.

L’abbandono come dono

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Credo che il problema non sia l’abbandono in se stesso ma il modo in cui reagiamo ad esso. Non sono una psicologa, pertanto le mie sono solo supposizioni basate sull’esperienza personale, ma guardandomi intorno e osservando me stessa, mi sono accorta che l’abbandono, quando accettiamo di viverlo fino in fondo e di lasciarci destabilizzare dalla sua forza prorompente, è un passaggio in grado di spazzare via il vecchio per fare posto a novità fino ad allora impensabili. E’ come un viaggio avventuroso, che ti fa perdere i confini, uno di quelli che sai quando parti ma non quando ritorni, che ti fanno smarrire per sempre la strada inducendoti a mettere in discussione qualunque cosa. Certo, ci sono abbandoni e abbandoni e fare di tutta l’erba un fascio è riduttivo ma siamo certi che siano sempre e comunque negativi?

L’abbandono ti fa smarrire chissà dove e quando scopri che non sai chi sei, dove vai, e che forse tutto ciò che hai fatto fino a quel momento non ti serve più, finalmente ti senti perso.

Aldo Carotenuto a proposito dell’abbandono affermava fosse una delle situazioni più belle della vita, che tutti dovrebbero vivere almeno una volta. Perché attraverso esperienze come quella dell’abbandono il proprio piccolo mondo cambia, non è più quello di prima. Una trasformazione che mette paura e fa soffrire e che tuttavia innesca un processo di profonda metamorfosi. Se alcuni tipi di sofferenza fossero davvero un dono prezioso? Mai come nei momenti di spaesamento totale ci sentiamo connessi con parti inesplorate di noi stessi scoprendoci diversi dal solito.

A cosa serve l’abbandono?

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Tendiamo a percepire il dolore, la tristezza, la solitudine e tutto ciò che non appartiene alla sfera “solare”, come qualcosa di negativo, da eliminare o da cui allontanarsi il più rapidamente possibile per tornare allo stato di beatitudine. Come fossimo piante che pretendono di avere fiori tutto l’anno, tacciando le fasi di ritiro come brutte e cattive. Ma una vita all’insegna della solarità, termine che oggi piace molto, è una vita felice? Ed è una vita completa? Penso all’abbandono sentimentale e a chi non l’ha mai vissuto. La felicità di una persona simile è autentica o motivata dalla paura di sperimentare la sofferenza? Dal timore di andare oltre i propri limiti? C’è una differenza abissale fra chi è felice e chi si accontenta della felicità a buon mercato. E c’è una grossa differenza anche tra i vari tipi di sofferenza.

Io penso che una vita appagante implichi perdite, smarrimenti, abbandoni, emozioni destabilizzanti e che tenersi al riparo da tutto questo sia terribile perché pur assicurando una certa stabilità, ci priva della libertà e dell’autenticità. Ovvio che se rimaniamo attaccati al passato, l’abbandono a lungo andare può trasformarsi in una gabbia. Spetta a noi fare in modo che non accada, che non diventi un’altra scusa, l’ennesima, per restare fermi.

L’abbandono ci costringe ad “abbandonare” le certezze solide su cui costruiamo le nostre fragili vite, illudendoci di averne il controllo. Ci costringe a guardarci dentro con insolita profondità. Ci induce a scoprire che tutto cambia costantemente. Quando nella perdita scopriamo la nostra perdita, non riceviamo forse un prezioso dono? Certo, capita anche che il prezzo da pagare sia molto alto perché la vita non è sempre giusta, sebbene la giustizia sia un concetto prettamente umano.

L’abbandono è sempre negativo?

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Mi è capitato di leggere che nessuno merita di essere abbandonato perché l’abbandono ci fa perdere parti di noi stessi e questo è ingiusto. Ma chi non si perde mai, non perde forse la possibilità di guardare oltre se stesso? Inoltre credere di poter eliminare gli abbandoni dall’esistenza è una pretesa illusoria ed egocentrica.

Spesso leggo dell’abbandono in chiave negativa ma non posso fare a meno di chiedermi se le persone che hanno subito questa esperienza, prima di altre, non abbiano in realtà più chance di scoprirne il dono. Certo, la sfida richiede maggiore sforzo ma d’altronde qualunque viaggio di scoperta presuppone una certa difficoltà. Non voglio dire che la sofferenza sia necessaria ma a volte, è proprio grazie ad essa, che si aprono nuovi orizzonti.

Laura De Rosa
yinyangtherapy.it