Psicologia

Hai paura di deludere gli altri? Forse ti stai caricando di un peso che non ti appartiene

Di Cristina Rubano - 29 Aprile 2022

 La paura di deludere gli altri può rivelarsi una trappola che rischia di espropriarci di quelli che sono i nostri sogni, i nostri desideri o i nostri obiettivi. Ma anche di inquinare l’autenticità delle nostre relazioni affettive.

Paura di deludere gli altri e senso di colpa

Se è la paura di deludere gli altri a condizionare le nostre scelte affettive, le nostre decisioni lavorative, i nostri progetti di abitativi forse stiamo vivendo una vita non nostra. È come se stessimo percorrendo un sentiero che non abbiamo scelto, gravati dal peso di un grande zaino che non ci appartiene…

Cosa ci fa rimanere imprigionati sotto il peso di una situazione tanto disagevole?

Il senso di colpa.

Questo sentimento, quando è disfunzionale, può attivarsi anche in assenza di un reale torto o oggettiva mancanza da parte nostra.

È il collante che ci impedisce di abbandonare quel sentiero non nostro. Che ci costringe a seguire le aspettative di chi amiamo nel timore che, altrimenti, l’affetto, l’accettazione e la vicinanza verrebbero meno.

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Può trattarsi di parenti stretti, come i genitori o il partner. Ma anche amici, colleghi di lavoro o persone da cui in qualche modo temiamo di essere esclusi o mal giudicati.

Se ci ritroviamo in sistemi di relazione di questo tipo è possibile che gli altri siano a loro volta dei manipolatori. O che si siano comunque adagiati sulla nostra accondiscendenza. O che, al contrario, ne siano infastiditi o disorientati.

In questi casi senza volerlo ci rendiamo vittime di quelle che riteniamo essere le aspettative dell’altro.

Non scegliamo quel corso universitario tanto desiderato perché ci porterebbe a studiare lontano dalla famiglia d’origine. Non torniamo a lavorare dopo la maternità perché sentiremmo di “tradire” l’equilibrio familiare che il nostro compagno sembra desiderare. Rinunciamo ad uscire la sera per non far preoccupare nostra madre che sembra non riconoscere i nostri bisogni di adolescente. Gli esempi potrebbero continuare…

Ma fermiamoci un momento: se in queste situazioni noi siamo le vittime, in che ruolo stiamo implicitamente mettendo quella madre, quel padre, quel partner? Perché rinunciando ai nostri desideri per non contrariarli li stiamo rendendo dei regolatori esterni del nostro destino. Coloro da cui ci lasciamo condizionare, costringere a fare qualcosa che non ci soddisfa veramente. In altre parole, per la paura di deluderli, li stiamo ponendo involontariamente nel ruolo di persecutori. Ogni vittima per essere tale deve averne uno! E forse non è esattamente il ruolo migliore che vorremmo assegnare a chi ci vuol bene…

“Il tuo tempo è limitato, quindi non sprecarlo vivendo la vita di qualcun altro.”

(Steve Jobs)

Il figliol prodigo e il fratello vittima

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©Pexels

Pensiamo un attimo alla famosissima parabola biblica del figliol prodigo (portandoci naturalmente fuori dai suoi significati religiosi).

In questa storia si concentra solitamente molta attenzione al figlio che se ne va, colui che sperpera l’eredità del padre per poi far ritorno sulla retta via segnato dal pentimento e dal rimorso.

Poca attenzione si presta di solito all’altro fratello, quello “bravo”, “buono”, ligio apparentemente al vincolo affettivo. Eppure la parabola stessa ci offre, in questo personaggio, un mirabile esempio di “vittima” in senso psicologico.

Egli infatti lascia trapelare tutto il suo sdegno quando il padre accoglie amorevolmente il ritorno del fratello sottolineando quanto non sentisse riconosciuta l’abnegazione e la lealtà da lui invece dimostrate. Questo breve scambio ci mostra l’inganno delle relazioni fondate sul senso di colpa e la paura di deludere gli altri. E l’inganno sta nel ridurle ad una sorta di bizzarra “transazione affettiva” dove ci si convince di poter essere amati non già così come si è, ma solo nella misura in cui si corrisponderà alle attese dell’altro. Solo a patto di non tradire le attese altrui anche a costo di sacrificare il proprio modo di essere. E se invece non ci fosse nulla da “perdere”?…

“Ogni fenomeno che concerne l’universo umano – la crescita, l’amore, la creatività – si deve confrontare col suo lato oscuro, con la sua morte, per scoprire che, forse, ciò che ci limita e ci tradisce è anche ciò che ci determina e ci svela.”

 (Aldo Carotenuto)

La paura di deludere gli altri e l’illusorio senso di onnipotenza

Il senso di colpa che ci fa rimanere vittime delle aspettative altrui poggia su un grande fraintendimento. E cioè che le persone possano rendersi responsabili della felicità o dell’infelicità altrui.

Ogni volta che rinunciamo ad essere noi stessi per la paura di deludere gli altri, ogni volta che ci caliamo nel ruolo di vittime, stiamo attribuendo a loro la responsabilità dei nostri stati emotivi rimanendo in uno stato di passività e impotenza. Stiamo affidando la costruzione della nostra felicità, non al riconoscimento e all’ascolto dei nostri reali desideri, ma al soddisfacimento di quelli dell’altro. Stiamo in qualche modo riponendo nelle sue mani la nostra soddisfazione di vita aspettando di venir in qualche modo “ripagati” affettivamente del nostro sacrificio.

Questo è un implicito diffusissimo in molte relazioni affettive.

I punti “chiave” per deludere gli altri… con amore!

donna pensierosa appoggiata ad una parete
Credit foto ©Pexels

Ogni volta che rinunciamo a qualcosa per timore che l’altro potrebbe reagire con distacco, irritazione o intolleranza dimentichiamo alcuni punti essenziali.

1. È l’altro ad essere responsabile dei propri stati emotivi, compresi quelli più esuberanti o integralisti.

Che una madre si disperi o provi una intensa ansia all’idea che un figlio vada a studiare lontano da casa non rende quella scelta grave o sconsiderata di per sé. Se l’altro vive un nostro comportamento come emotivamente destabilizzante, questo ci dice molto della sua difficoltà a gestire quelle emozioni. Non assegna alcuna “gravità” intrinseca a ciò che stiamo facendo.

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2. Non conviene mai fermarsi alla prima “impressione”.

Alle volte le persone che amiamo sono capaci di sorprenderci se solo gliene diamo l’opportunità. Possono reagire con sdegno, con ira o con paura di fronte a delle nostre scelte un po’ “controcorrente”. Ma, superato il primo impatto, possono col tempo riconoscere anche la legittimità del nostro punto di vista e magari incoraggiarci nonostante l’inquietudine che la nostra decisione crea loro.

3. I rapporti affettivi sono fatti anche di conflitti.

In molte famiglie vige una regola tanto implicita quanto malsana. E cioè che per volersi bene non bisogna litigare mai. Non è affatto vero, gli scontri, le divergenze di opinioni possono rappresentare occasioni preziose per approfondire la conoscenza reciproca. Purché si eviti la distruttività e si sappia litigare bene!

 “Sii te stesso; tutti gli altri sono già stati presi.”

(Oscar Wilde)





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