Cosa voglio fare da grande?” Questa è una domanda che molti di noi hanno smesso di farsi tanti, tanti anni fa. La risposta, che facciamo pure fatica a ricordare ormai, ci parlava di diventare pilota d’aereo, poeta, archeologo/a, di solcare i mari in cerca di tesori, di salvare delle vite, di diventare un artista, di seguire quella chiamata, quella vocazione che ci partiva da dentro.

Poi,  i doveri, i problemi, i pensieri ci hanno fatto dimenticare che un tempo avevamo un sogno e che lì era tutta la nostra ragione di vita. Abbiamo dimenticato il nostro sogno, ignorato la nostra vocazione e cominciato a vivere come se non dovessimo morire mai, così abbiamo smesso di vivere davvero.

C. G. Jung disse: “Il desiderio è la via della vita”

Quando abbiamo smesso di credere nei nostri talenti e abbiamo seguito una via che non corrispondeva più alle nostre vere aspirazioni, i sogni, lentamente soffocati nel cassetto, si sono lasciati morire per lasciare spazio alla routine, alla noia, a quel grigiore che spegne ogni volontà di manifestare la propria singolarità come dono e non come peso per una società che ci vuole tutti uguali.

Siamo nati con qualcosa di unico e l’abbiamo scambiato per qualcosa che avevano tutti, pensando e sperando che così la vita sarebbe stata meno difficile, meno severa con noi. Ma non lo è stata.

“Non è poco confessare a se stessi il proprio vivo desiderio.

Molti hanno bisogno di un particolare sforzo d’onestà. Troppi non vogliono sapere a che cosa anelano, perché ciò pare loro impossibile o troppo doloroso.

Il desiderio è però la via della vita. Se non ammetti di fronte a te stesso il tuo desiderio, allora non seguirai te stesso ma strade estranee che altri hanno tracciato per te.

Così non vivi la tua vita, ma una vita estranea. Ma chi altri deve vivere la tua vita, se non tu stesso? Scambiare la propria vita per quella di altri non è soltanto una cosa sciocca, ma anche un gioco ipocrita, perché non puoi mai vivere realmente la vita dell’Altro, fai solo finta, inganni l’Altro e te stesso, perché tu puoi vivere solo la vita che ti appartiene.

Se rinunci al tuo Sé, lo vivrai nell’Altro; in tal modo sarai egoista verso l’altra persona, e la ingannerai. Tutti credono che una vita del genere sia possibile, ma è solo un’imitazione scimmiesca.”

(C.G.Jung, Libro Rosso, Ed. Bollati Boringhieri)

Non barattare la tua unicità perché rinunceresti alla tua Bellezza

Il desiderio è una tensione che ci porta a ricercare il piacere, e nella sua accettazione forse più filosofica si potrebbe parlare di piacere inteso come ricerca della Bellezza, che non si limita all’estetica ma che si manifesta sotto forma di un’armonia tale da farci vivere in uno stato di lieve beatitudine.

Ecco che rinunciare ai propri talenti e sogni ci preclude la strada a quel tipo di felicità che vive di ogni singolo istante di gioia profonda nel manifestare ciò che siamo realmente. Se sei un cantante nell’anima, cantare ti darà gioia, ti nutrirà interiormente e non potrai fare altro che cantare; rinunciarci sarebbe per te talmente doloroso che la tua vita non avrebbe più lo stesso sapore. Sai che qualcosa dentro di te morirebbe se tu lo facessi.

Il guaio per molti di noi è che quando ci siamo resi conto che ciò che potevamo portare al mondo ci riempiva di stupore, la paura di essere “diversi” ha preso il sopravvento: abbiamo avuto paura di essere isolati, giudicati, di perdere quel poco di affetto e considerazione che eravamo riusciti a conquistarci. Così, abbiamo fatto finta di nulla per non sentirci marginali, ci siamo girati dall’altra parte per evitare di guardare in faccia ciò che ci rendeva unici e a cui stavamo rinunciando anche se dava un senso alla nostra vita.

Abbiamo avuto paura di brillare e di conseguenza abbiamo rinunciato alla nostra Bellezza e al dono che potevamo portare al mondo.

“Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa. Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo ‘qualcosa’ lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione: ‘Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono’.”

(James Hillman, Il codice dell’anima, Ed. Adelphi)

Non è mai troppo tardi per cominciare a vivere

Memento Mori (“ricordati che devi morire”): due parole che riescono a ridimensionare i nostri problemi… e la nostra vita. Se conoscessimo la data della nostra morte in anticipo, probabilmente vivremmo diversamente. Avendo coscienza del tempo che ci rimane non lo sprecheremmo con cose futili o che per noi non hanno valore, decideremmo bene con chi trascorrere quella vita che scorre e molto probabilmente saremmo più impegnati a seguire le nostre passioni che a criticare o ferire gli altri.

“In ultima analisi, noi contiamo qualcosa in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata.”
(C. G. Jung)

Siccome ormai siamo tutti “grandi”, vorrei farti una domanda: cosa vorresti fare della tua vita se tu conoscessi il giorno della tua morte; cosa faresti per dare valore al tempo che ti rimane?

Ovviamente ci sarà la solita voce subdola che tenterà di bloccarti: “E se poi te ne penti?”; ma se farai ciò che ti rende felice (che non significa che filerà sempre tutto liscio e che non incontrerai difficoltà, sia ben chiaro) come potresti pentirtene? Seriamente, riusciresti a pentirti di fare ciò che conta per te nella vita e che ti rende felice?

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it