Psicologia

La Sindrome del Nido Vuoto: cosa fare per superarla

Di Cristina Rubano - 31 Marzo 2022

La sindrome del nido vuoto è un particolare stato emotivo che può essere vissuto da una coppia di genitori, o soltanto da uno dei due. Compare nel momento in cui i figli, ormai giovani adulti, vanno via di casa per costruire all’esterno della famiglia d’origine le basi per la propria vita affettiva e lavorativa adulta.

In questi frangenti il distacco dai figli segna un importante momento evolutivo sia delle individualità dei genitori, sia della famiglia nel suo insieme. Ma se il senso di solitudine e di nostalgia prendono il sopravvento questo momento rischia di diventare un pericoloso stallo evolutivo. In questi casi i genitori possono vivere una vera e propria depressione quando i figli se ne vanno e faticare a costruire un  nuovo adattamento.

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Se raggiungere l’obiettivo fa (anche) soffrire

La sindrome del nido vuoto è una di quelle poche situazioni in cui ci si può sentire paradossalmente tristi nel momento in cui si arriva all’obiettivo e si taglia il traguardo

Sì perché in realtà se ci pensiamo è questo il fine di un genitore: fare del proprio meglio affinché quella creatura che la natura gli ha dato in grembo cresca e sviluppi le proprie potenzialità per farsi strada e trovare autonomamente un proprio posto nel mondo. Sebbene si rimanga, naturalmente, genitori e figli per tutta la vita, l’evolversi del tempo richiede al genitore di lasciar andareogni giorno qualcosa in più di quella cura e dedizione totalizzante che egli dedicava all’inizio. Nel momento in cui il figlio è pronto per “spiccare il volo” significa che in buona parte il proprio compito è stato svolto. Eppure può essere una gioia dolceamara, che a volte rischia di sopraffare il genitore impedendogli di vivere gli aspetti positivi ritirandosi in sé stesso/a verso la propria interiorità depredata e ferita.

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Sindrome del nido vuoto e identità genitoriale

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Essere genitori porta con sé una dualità: da un lato si richiede di essere pronti a mettere da parte sé stessi non appena quel figlio o figlia hanno bisogno di noi. Dall’altra si chiede di sostenerne la crescita e l’autonomia, di essere e rimanere persone distinte e separate.

Se di questa “doppia faccia” della genitorialità si investe solo sulla prima il rischio è quello di fondare la propria identità quasi esclusivamente sul ruolo genitoriale. Questo potrà creare difficoltà a crescere figli indipendenti (diventiamo persone autonome solo se siamo prima stati pensati come tali nella mente di qualcun altro). Ma può anche depauperare man mano le varie parti dell’identità di una madre o di un padre. Questi, senza rendersene conto, si ritroveranno a riconoscersi solo come genitori e non più o non abbastanza come coniugi, figli, fratelli/sorelle, amici, professionisti ecc. Ecco che appena arriva il “giro di boa” e si vedono i figli lontani da casa si può soffrire della sindrome del nido vuoto

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Crisi familiari e sindrome del nido vuoto

Molti possono essere i motivi che concorrono a identificarsi troppo massicciamente col ruolo di genitore e a soffrire conseguentemente della sindrome del nido vuoto. Si pensi a malattie croniche o gravi problemi di salute dei figli, una posizione sociale  e lavorativa non indipendente, componenti e retaggi culturali… Oltre a questi, due elementi appaiono particolarmente problematici e insidiosi.

In primo luogo, alcune persone potrebbero aver caricato l’arrivo di un figlio anche dell’aspettativa di colmare un proprio bisogno di autorealizzazione non costruito altrove. Non è mai troppo tardi! La terza età che coincide con l’andar via dei figli da casa, può essere per molti un “nuovo inizio” in cui dedicarsi a progetti, passioni, hobby mai coltivati durante gli impegni e le incombenze di una vita. Ci sono parti della nostra personalità che possono emergere anche in questa fase della vita. Forse solo ora possiamo aprirci a ciò che mai avevamo osato desiderare…

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In secondo luogo ad alcune coppie può accadere di vivere delle conflittualità “latenti” che non trovano la via per esser espresse apertamente. In molte famiglie vige la falsa credenza che litigare sia pericoloso e che possa portare alla rottura dei legami. Per questo motivo si cerca di non manifestare quasi mai discordie e malumori che rimangono impliciti non affrontati che possono minare la gratificazione di coppia. In situazioni di questo tipo non è infrequente che l’arrivo di un figlio, per quanto genuinamente desiderato, si presti anche a sopire quelle discordie. I coniugi si ritrovano finalmente uniti nel provvedere alle necessità di un terzo senza doversi curare delle proprie. Nel momento in cui un figlio va per la sua strada, la coppia genitoriale si ritrova con il proprio essere coppia coniugale e possono riemergere antichi conflitti mai riconosciuti e affrontati.

Aggiornare le rappresentazioni …

mamma che abbraccia la figlia durante il matrimonio
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Prevenire la sindrome del nido vuoto si può, anzi si deve, fin dalla primissima infanzia dei figli. La loro uscita da casa è solo uno degli ultimi gradini di un percorso di autonomia iniziato gradualmente ormai da tempo. Riuscire ad “aggiornare” man mano la rappresentazione che si ha del proprio figlio/figlia è uno degli ingredienti più importanti per la costruzione di una distanza sana.

Pensiamo ad esempio alla preadolescenza: quello che fino a un attimo prima era un bimbetto ancora desideroso della nostre attenzioni sembra improvvisamente irriconoscibile! Sono questi i momenti in cui ai genitori è richiesto di aggiornare la rappresentazione che hanno nella mente di quel figlio. Non più un bambino, ma un quasi adolescente e poi non più in ragazzo ma un giovane adulto e così via… È un lavoro mentale faticoso ma anche foriero di gratificazioni e che consente, di pari passo, di “svecchiare” anche la propria identità di genitore.

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… e costruire una distanza sana

Fin dalla prima infanzia è utile mettere confini fra la mente propria e quella del figlio per evitare un con-fusione insana. Prendiamo l’esempio del capriccio: i bambini sono maestri nello sfidare l’autorità del genitore e nel colpire nei suoi punti deboli! Troppo spesso si vive il capriccio del bambino come una propria colpa o fallimento.

Questo porta il genitore a concentrarsi su di sé piuttosto che sulle esigenze del figlio. Il capriccio è un comportamento del figlio, non del genitore e questa distinzione importante è, nella sostanza, un esempio di molte altre piccole differenze che nel corso della vita emergeranno. Differenze fra le aspettative del genitore e la peculiare personalità del figlio, le sue scelte i suoi errori fin anche.

Più si riuscirà a vedere nel figlio una persona “altra da sé” e più risorse emotive si avranno a disposizione per reinventare il proprio equilibrio identitario nel momento in cui lui o lei varcheranno quella soglia…

“I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.

Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.

Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.

Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.

Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.

L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.

Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.”

(Kahlil Gibran)





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