Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso,
che si muovano liberamente senza il nostro intervento,
finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi,
si allontanano da noi, lasciamole andare.
Molliamo la presa.
Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.

(Bert Hellinger, Gli Ordini del Successo)

 

“Lasciare andare” non è una lezione che ci hanno insegnato da bambini. Siamo capaci di resistere, di controllare, di programmare ma facciamo una gran fatica a lasciar scorrere le cose senza intrometterci. Siamo convinti che non fare nulla sia una forma di debolezza.

Ma non è proprio così. La natura stessa si abbandona con fiducia agli accadimenti che le vengono incontro senza lamenti, senza volerli diversi, senza intromettersi. Sa quando può e deve agire e quando invece è il momento di arrendersi alle stagioni, al clima, al susseguirsi delle manifestazioni della vita. Noi invece abbiamo dimenticato l’immenso potere della resa e lo consideriamo un fallimento.

Spesso non si “cede” perché si teme la pagina bianca, il giudizio dei nostri cari, la sofferenza del momento di passaggio, si teme di non avere alternative all’abitudine: muri di buio che si alzano sempre più alti di fronte ad una luce, la nostra, che abbiamo dovere di far brillare, anche a costo di dover lasciare la mano di chi ha percorso con noi chilometri di cammino.

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Lasciare andare o trattenere

murale si bambina che lascia andare un palloncino
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© Pixabay

 

La grandezza e l’umiltà dell’individuo di fronte alla vita e alle continue sfide a cui siamo sottoposti è diventare consapevoli di quando verso una situazione o una relazione si possa insistere, si possa provare e riprovare ad “aggiustarla”. Tentare fino allo sfinimento di ricucire qualcosa che ormai è morto da tempo non è sano, ci distrae dai nostri obiettivi reali, prosciuga preziose energie vitali.

Ciò che non si può trasformare in qualcosa di meraviglioso, bisogna lasciarlo andare.
(Anaïs Nin)

Mollare la presa non significa rinunciare, ma rivalutare le proprie priorità avendo cura di se stessi, di proteggere una vita che non può, non deve e non vuole diventare salvezza per l’altro, se implica negazione di se stessi. Mollare la presa, anche solo per un attimo, può essere il più grande dei rimedi, per guardare dentro di noi nel vuoto che si è creato, riempiendolo di potenzialità, garantendo un possibile recupero dei cocci di un vaso che sembrava in frantumi o concedendosi l’immensa opportunità di ricominciare.

Lasciare andare non significa sempre perdere, nell’accezione competitiva del termine; lasciare andare significa permettere alla mutevole essenza di cui siamo composti e dalla quale siamo generati, di portarci esattamente laddove siamo destinati ad arrivare. Ognuno infatti ha il proprio destino e le scelte determinano di volta in volta la costruzione di un ponte per arrivare alla destinazione, che è sempre, meravigliosamente, nonostante tutto il dolore, evoluzione.

Arrendersi a ciò che è.
Lasciar andare quello che era.
Avere fede in quello che sarà
(Anonimo)

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Perché facciamo fatica a lasciare andare?

Ci sentiamo in colpa verso noi stessi e gli altri se decidiamo di lasciare andare, siamo convinti di non essere responsabili, di non essere forti, abbiamo paura di perdere noi stessi e quello che siamo stati fino a quel momento. 

Se capissimo invece che solo perdendo il controllo, la rigidità mentale, le nostre abitudini e i legami ormai morti da tempo possiamo finalmente capire chi siamo e cosa vogliamo. Ci verrebbe così più naturale e fluido compiere questo atto di potatura. Come l’albero che si fa spogliare dalle foglie secche e si fa tagliare i rami in più che oscurano la luce per i suoi frutti. Ha fiducia in questo lasciare andare, non si oppone, si abbandona. Sa che è necessario per aprirsi alla vita, al nuovo, al cambiamento.

“Nonna, non riesco a lasciar andare…”
“Non ci riesci perché pensi che lasciare andare vuol dire morire. E invece vuol dire nascere. Ad una vita nuova. Pensa alla donna che sta per partorire: per far nascere suo figlio lo deve lasciare andare. Deve guidarlo fuori di sé e donarlo al mondo. Altrimenti muore.”
“Come si fa a lasciar andare?”
“Impara dalla donna che sta dando alla luce la sua creazione: apri il tuo corpo, la tua bocca e soprattutto il tuo cuore. E fatti strumento di questo lasciar andare. Con fermezza, determinazione e forza d’animo. Non resistere a questo richiamo, non chiudere il tuo corpo, non fuggire da questo compito. Non trattenere ciò che è giusto si allontani da te. Morirebbe. E non si creerebbe dentro di te lo spazio necessario per una vita nuova.”
“Non è facile nonna…”
“Perché ti ostini a pesare il tuo valore in base a quanto riesci a trattenere. Quando invece è il contrario. Più sei leggera, libera e vuota, più la tua luce interiore ha lo spazio per poter espandersi e avvolgerti. E allora capirai che lasciare andare è un dono. Che stai facendo a te stessa.”

Dialogo di Elena Bernabè Scrittrice

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