Una volta superata una soglia di ricchezza, che corrisponde alla capacità di soddisfare i bisogni primari, l’ulteriore aumento di reddito non si traduce più in una maggior percezione di felicità. È il paradosso di Easterlin, dal nome del demografo ed economista statunitense che nel 1974 elaborò questa interessante teoria, quanto mai attuale oggi.

Il concetto di felicità è stato da sempre oggetto di studio di varie discipline compresa l’economia, dove è tornato di particolare interesse a partire dagli anni ’70. È stato così ripreso un filone inaugurato ai tempi dell’Illuminismo, quando illustri pensatori quali Antonio Genovesi e Piero Verri definirono la scienza economica, allora agli albori, come «la scienza della felicità».

Oggi però gli economisti non si soffermano più sulla felicità pubblica ma su quella individuale e soggettiva, correlandola ai tipici indicatori economici quali reddito, ricchezza e disoccupazione. Secondo l’economista Becattini gli studi sulla felicità rappresentano una «rivoluzione silenziosa», tanto che non pare assurdo pensare a una nuova scienza, che si caratterizza per la sua interdisciplinarità e il ricorso a nuovi metodi (ad es. i questionari), promettendo importanti conseguenze per la politica economica.

Richard Easterlin
Richard Easterlin

Dopo i pionieristici studi dello psicologo sociale Hadley Candtril (1906-’69), che si pose il provocatorio obiettivo di arrivare a quantificare la felicità dal confronto dei suoi diversi livelli tra individui di vari Paesi, fu proprio Easterlin a riprendere il metodo delle autovalutazioni soggettive, aprendo ufficialmente il dibattito sul paradosso della felicità in economia.

I suoi studi incrinarono l’equazione, solo all’apparenza diretta e immediata, più soldi = maggior benessere. Dalle sue analisi statistiche è infatti emerso che l’aumento di reddito nel tempo non produce incrementi di felicità individuale nei Paesi con un livello di reddito medio elevato (oggi fatto coincidere a un reddito procapite medio superiore ai 20mila dollari annui), mentre nel confronto tra i diversi Stati non risulta una correlazione immediata tra reddito e felicità, perché quelli più poveri non sono necessariamente meno felici di quelli ricchi.

In sintesi, in una condizione di povertà (valida sia per gli individui che per i singoli Paesi), l’aumento di beni si traduce immediatamente in un maggior benessere. Quando però viene oltrepassata la soglia che corrisponde al soddisfacimento di tutti i bisogni essenziali, questa relazione non vale più e la maggior ricchezza potrebbe addirittura coincidere in una percezione più accentuata di insoddisfazione. Un suggerimento quanto mai utile in questi tempi dove il massimo indicatore economico è diventato il Pil, che fa perdere di vista il valore di tutto quanto non sia mera produzione di beni di consumo, a partire dai rapporti interpersonali.

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Per spiegare questa teoria si ricorre generalmente alla metafora del tappeto rullante (treadmill): l’incremento del reddito comporta l’aumento di qualcos’altro, perché, come in un tappeto rullante, mentre noi corriamo restando fermi, quest’ultimo si muove in direzione opposta alla nostra. Per capire meglio vediamo nello specifico i due punti principali dei “traedmill effects”, che in italiano possiamo tradurre in “rullo edonico” (“hedonic treadmill”) e “rullo delle aspirazioni” (“satisfaction treadmill”).

Il primo si basa sulla teoria del livello di adattamento, secondo la quale l’essere umano si adatta alle circostanze, così che gli aumenti di reddito producono un miglioramento del benessere solo nel breve periodo, dopo il quale la felicità torna ad attestarsi al suo livello base. Un esempio: se abbiamo un reddito basso e possiamo permetterci solo un’utilitaria, un improvviso aumento dei nostri guadagni può portarci ad acquistare un’automobile più bella e confortevole come una berlina, che però ci garantirà una maggior senso di soddisfazione rispetto alla precedente vettura solo per un periodo limitato. Questo perché, come spiegato da importanti psicologi, l’attenzione e la novità alla base della nostra maggior felicità sono esperienze per loro natura transitorie, che una volta svanite portano via con loro anche l’extra-soddisfazione associata all’acquisto di un bene di comfort.

Il “satifaction treadmill” è invece legato al livello di aspirazione, che segna il confine tra risultati soddisfacenti e insoddisfacenti. In pratica, il miglioramento delle condizioni di vita legato all’innalzamento di reddito comporta un aumento dei desideri dei consumatori, che andranno alla ricerca di continui e sempre più intensi piaceri per mantenere il livello di soddisfazione di partenza. Può quindi accadere che in circostanze di miglioramento della felicità oggettiva, legata alla qualità dei beni consumati, la felicità soggettiva, ossia la nostra percezione del livello di benessere, rimanga costante. Questo perché l’aumento delle aspirazioni ha annullato l’incremento di benessere legato al maggior numero di beni consumati. Ricorrendo sempre all’esempio dell’automobile, con la nuova berlina saremo sicuramente più sicuri e viaggeremo con maggiori comfort (e quindi il benessere oggettivo sarà salito), ma con la crescita di reddito saranno aumentate sicuramente anche le nostre aspirazioni sull’auto ideale, così che il livello di felicità soggettiva sarà pari a quello di quando guidavamo la semplice utilitaria.

Vi è inoltre una terza spiegazione del paradosso, molto diffusa oggi tra gli economisti, che prende in considerazione gli aspetti posizionali. Una teoria che risale agli studi sul “consumo vistoso” di Thorstein Bunde Veblen, della fine dell’800, secondo la quale il benessere tratto dal consumo dipende dal suo valore relativo e dal confronto con gli standard di consumo degli altri. Si entra in questo caso nel campo dell’invidia e della rivalità, come dimostrato da un semplice esempio. Se sul posto di lavoro ci viene corrisposto un aumento di stipendio inferiore a quello di un nostro collega, la nostra condizione materiale sarà sicuramente migliorata, ma non così potremo dire del nostro livello di soddisfazione, che può esser influenzato dal maggior successo del nostro vicino, poiché l’essere umano pare tenda a valutare le cose che ha con l’occhio degli altri.

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Come spiegato da un importante economista attento a questi temi, Luigi Bruni, le teorie per spiegare il paradosso della felicità in economia sono sicuramente importanti ma soffrono di un forte riduzionismo antropologico. Questo perché si basano principalmente sull’autovalutazione e si incentrano su aspetti sicuramente importanti, quali l’invidia e la competizione, che da soli non bastano però a definire il livello di soddisfazione e fanno perdere di vista la dimensione relazionale.
L’approccio degli economisti a questa tema resta edonista (basato sul piacere) e non eudaimonista, ossia incentrato sulla felicità nel senso aristotelico di “vita buona”. Se alla semplice percezione individuale della felicità derivata dall’autovalutazione possono sfuggire ambiti di grandissimo significato quali lo stato della libertà e dei diritti, è anche vero che l’essere umano non può esser confinato al solo individuo oggetto di questo teorie, invidioso, tutto proteso alla ricerca dei beni di consumo e in costante competizione con gli altri. In parole povere, l’uomo è questo ma pure molto altro, e per una corretta analisi della felicità deve per forza esser inserita la dimensione relazionale.

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Se si vuole considerare un’idea positiva di felicità, per spiegare il paradosso di Easterlin bisogna abbandonare un attimo il mondo materialista e affidarsi ai cosiddetti beni relazionali, ossia quelli che dipendono dai rapporti interpersonali e che necessitano della condivisione per esser goduti. Rientrano in questa categoria l’amicizia, l’amore reciproco e l’impegno civile. Al di là delle varie definizioni fornite da un po’ tutte le discipline, i beni relazionali sono quelli dove è la relazione stessa a costituire il bene e si distinguono per alcune caratteristiche: identità, reciprocità, simultaneità, motivazione, fatto emergente, bene e gratuità.

Un elemento fondamentale dei beni relazionali è l’identità delle singole persone coinvolte (nulla è anonimo), mentre la reciprocità sta a significare che sono beni basati su relazioni e quindi goduti solo in condivisione. Non si tratta poi di normali beni di mercato, dove la produzione è distinta dal consumo, poiché si producono e consumano simultaneamente (ecco la simultaneità), e anche se il contributo dato alla loro produzione può esser asimmetrico (pensate ad esempio all’organizzazione di una festa tra amici o alla gestione di una cooperativa sociale), al momento del loro “consumo” per provare piacere non può esserci opportunismo, ma solo condivisione.

Importantissime sono anche le motivazioni, perché se il rapporto non è un fine ma solo un mezzo per altri scopi non rientra più nell’ambito dei beni relazionali. Il bene relazionale come fatto emergente ci fa poi pensare alla sua non strumentalità, poiché anche un semplice incontro di affari può facilmente trasformarsi in qualcosa di diverso, se a prevalere sono i rapporti umani. Infine, il bene relazionale è un bene e non una merce, perché ha un valore legato al soddisfacimento di un bisogno ma non un prezzo di mercato: ecco quindi la gratuità, nel senso che nasce da motivazioni intrinseche.

I beni strumentali offrono nuove chiavi di lettura per spiegare il paradosso di Easterlin. Così come il reddito anche quest’ultimi incidono sulla felicità, e se è vero che il primo fattore ha un effetto di per sé positivo sul benessere, più incerto è il suo apporto ai beni relazionali. Oltre una certa soglia di reddito, infatti, questi due aspetti entrano in conflitto tra loro. Vediamo come. Se a fronte di un ottimo reddito le relazioni sono invece insoddisfacenti, un ulteriore aumento del primo comporta un peggioramento della vita relazionale, che incide negativamente sulla felicità soggettiva. Come mostrano i dati del paradosso di Easterlin, la crescita del benessere legata all’aumento del reddito viene completamente annullata, se non superata, dalla diminuzione del senso di soddisfazione dovuta al deterioramento dei beni relazionali. Non affanniamoci dunque nella ricerca dei soldi a tutti i costi, perché se ciò pregiudica la qualità della nostra vita relazionale, pagheremo in termini di benessere personale.

Se dunque i beni di comfort producono un benessere immediato ma poco duraturo, i cosiddetti beni di creatività, che includono non solo quelli relazionali ma anche i culturali (ad es. letteratura, cinema, musica, teatro, arti in genere ecc.), si regolano sulla logica opposta, perché più li coltiviamo più accrescono la nostra felicità. Investiamo su di loro, che purtroppo non sono adeguatamente valorizzati dalla moderna società dei consumi, e ricordiamoci che se il Pil è insufficiente come unico indicatore del benessere, anche la categoria della felicità soggettiva ha i suoi limiti, perché si lascia sfuggire i valori civili imprescindibili per la vita collettiva e individuale.

Più che di felicità soggettiva dovremmo quindi parlare di vita buona, che come ci ricorda l’economista Amartya Sen si misura sulla base di quanto la gente fa e può fare (capacità e adattamenti), e non su cosa sente e percepisce individualmente.

«Le moderne democrazie hanno bisogno di un maggior numero di indicatori di benessere poiché qualunque reductio ad unum mette sempre in pericolo la democrazia e la libertà. Perché, parafrasando Platone, la felicità è una, ma le felicità sono molte». Sono le sagge parole di Luigi Bruni, l’economista italiano che ha studiato e ben interpretato l’opera di Easterlin, che col suo paradosso ci invita ancora a riflettere sul valore di quella felicità che gli antichi greci consideravano il fine ultimo dell’azione umana.

Marco Grilli