Psicologia

Come raggiungere la felicità al lavoro

Di Laura Cusmà Piccione - 21 Aprile 2022

È possibile trovare la felicità al lavoro? Da quando esiste lo scambio di beni e servizi per vivere bene, dal momento che sul lavoro trascorriamo la maggior parte della nostra esistenza, che chiunque di noi vorrebbe felice, sul lavoro si cerca di essere felici.

Parlare di felicità in questo tragico momento storico è un modo per rompere lo stato emotivo e mentale, in cui la storia attuale ci ha costretto. Difficile dire cosa sia la felicità, tra i sinonimi compaiono gratificazione, soddisfazione, gioia e appagamento, ma anche termini più legati all’ambito della crescita professionale come riuscita, ricchezza, prosperità, agiatezza. Allora sì, lavoro e felicità devono corrispondere.

Ci vuole tempo per essere felici
Molto tempo
La felicità è una lunga pazienza
(Albert Camus)

Foto di Jacques Gaimard da Pixabay

Agli inizi della storia dell’uomo si poteva tentare di perseguire questo obiettivo grazie alla cooperazione tra schiavi e all’affrancamento dai padroni – la rivolta degli schiavi di Spartaco ha fatto storia in tal senso; nella Firenze del XII secolo nascono le corporazioni delle arti e mestieri, o gilde, delle associazioni che regolamentavano e tutelavano le attività degli appartenenti a una stessa categoria professionale e delle quali tuttora si possono vedere le strade dedicate, come via de’ Servi.

Alla rivoluzione industriale corrisponde anche una evoluzione del rapporto di lavoro con la prima presa di coscienza da parte di padroni illuminati dell’importanza di migliorare le condizioni di lavoro dei dipendenti, per ottenere anche una più fruttuosa produttività.
Nel cuore della laboriosa Brianza lombarda, a Crespi d’Adda, l’industriale Crespi fece costruire per i suoi dipendenti e le loro famiglie una vera e propria cittadina completa. Ai lavoratori venivano messi a disposizione una casa con orto e giardino e tutti i servizi necessari, in colorato stile neoclassico.

Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando?

(Joseph Conrad)

Foto di Stefano Ferrario da Pixabay

Un villaggio del lavoro così perfetto che oggi l’Unesco ha accolto Crespi d’Adda nella Lista del Patrimonio Mondiale Protetto in quanto “Esempio eccezionale del fenomeno dei villaggi operai, il più completo e meglio conservato del Sud Europa”. Lungo la riva del fiume Adda, il cui corso offre l’energia per far funzionare la fabbrica, sorge l’industria tessile, tutt’intorno non manca alcun servizio a questo villaggio: la scuola, con tutto il materiale scolastico offerto gratuitamente ai figli degli operai che qui studiavano, alloggi e refezione per gli insegnanti, teatro, chiesa, spaccio, albergo, ospedale, bagni con piscina all’aperto, con docce, spogliatoi e acqua calda. È stato il primo paese in Italia ad essere dotato di illuminazione pubblica con il sistema moderno Edison. Tuttavia, a ben vedere nel villaggio Crespi non erano abolite le disuguaglianze: erano destinati palazzotti agli operai specializzati dominati dietro dal castello del padrone e allo stesso modo, ai margini del villaggio, il cimitero lo chiude con uno stuolo di croci in rozza pietra tutte uguali a memoria degli operai, dominate da un mausoleo piramidale, sepoltura di padron Crespi, a rammentare che neanche con la morte ci può essere uguaglianza tra operaio e padrone. Ci vorranno gli anni Sessanta del Novecento perché le lotte operaie mettano fine a una concezione così sbilanciata del lavoro, quindi per alcuni, perennemente lontano dalla felicità.

“Guai se i poveracci sapessero che anche i ricchi diventano pazzi”. (Elio Petri, La classe operaia va in paradiso).

In epoca postpandemica, l’importanza del benessere dei lavoratori è emersa ancora più forte, facendo conoscere nuove modalità, come lo smart working con tutti i suoi pregi e difetti. Il Sole 24 ore dichiara che circa il 90% delle aziende indicano il lavoro agile come una modalità di lavoro definitiva.

La felicità al lavoro secondo Vanessa Ruffini

E la felicità sembra più vicina come si può leggere nel libro “Felicità al lavoro” (edito da Il Sole 24 Ore) di Vanessa Ruffini, Cho- Chief happiness officer (responsabile del benessere dei lavoratori) e che esista un tale ruolo professionale mette in evidenza quanto, al giorno d’oggi, sia impellente la necessità di perseguire la felicità anche nel lavoro.

Con Vanessa Ruffini iniziamo subito a parlare della più innovativa formula del mondo del lavoro, affermatasi in Italia durante i lockdown: lo smart working, che Ruffini ritiene “molto utile e comodo, però bisogna accompagnare le persone, dal momento che non siamo più in piena pandemia, bisognerebbe chiedere al lavoratore se preferisce lavorare da casa o recarsi in ufficio. E bisogna comprendere se le persone che decidono di lavorare in modalità smart working sono per indole molto organizzate e riescono anche nella vita privata, cosicché riusciranno a gestire al meglio il loro lavoro anche da casa. Inoltre, ci sono persone che apprezzano avere responsabilità e altre che preferiscono avere delle direttive. Le persone dovrebbero essere responsabilizzate ed educate al lavoro agile”.

Lo smart working spezza i legami sociali? “No, i legami sociali si possono tenere in modalità telematica, ma anche in questo caso bisogna spiegare come farlo. Per esempio ogni giorno ci si può incontrare 10 minuti al giorno su Zoom per dividersi gli incarichi”.
Il lavoro agile ha anche lo svantaggio di far sobbarcare alle famiglie le spese di luce e telefonia, nonché dell’ergonomia del posto di lavoro. Ruffini individua la soluzione agli svantaggi che il lavoro agile potrebbe arrecare al lavoratore, nella comunicazione tra dipendenti e datori di lavoro: “Bisogna parlarne insieme e trovare un punto di incontro: come il dipendente anche l’azienda ha avuto delle maggiori spese”.

Per Ruffini il lavoro agile da casa è bello “svegliarsi e non dover recarsi sul posto di lavoro, scegliere autonomamente le proprie pause con senso di responsabilità”. Anche perché il lavoro non ci allontana dalla famiglia e dal focolare domestico, “chi vive insieme alla famiglia 24 ore su 24. Certo è anche importante dedicarsi del tempo: ci vuole equilibrio”.

Consigli di Vanessa Ruffini per raggiungere la felicità al lavoro

  1. Non lamentarsi: “non tutti hanno un lavoro che piace loro o possono svolgere in un luogo in cui ci si trovi bene, capire perché in quel momento ha bisogno di lavorare.
  2. Il rapporto con i colleghi: è un’utopia trovare un luogo di lavoro dove si vada d’accordo con tutti, sono casi straordinari. L’interesse deve essere collaborare, entrare in contatto con questa persona
  3. superare astio e risentimento per il proprio bene.
  4. Evitare l’invidia: sappiamo che esistono persone più brave di noi a fare una determinata mansione e questo non ci toglie niente, anzi può soltanto motivarci. Bisogna saper accettare che esistono persone più brave di noi a fare una determinata cosa. Ci dovrebbe motivare a fare meglio. Se sei tu il soggetto invidiato, dovresti fare un passo verso il collega, basta poco, come portare un pensiero per tutti. Insomma, provare ad andare oltre.
  5. Fare un passo verso l’altro, perché le relazioni influiscono tanto sul luogo di lavoro.
  6. Non dobbiamo per forza trovare simpatici tutti i nostri colleghi, ma dobbiamo comunque conviverci
  7. trovare modi per destressarsi: è molto importante gestire lo stress per non venirne sopraffatti, trovare modi per stare bene.

E ci offre alcuni suggerimenti per fare del proprio lavoro un elemento della propria felicità e far sì che la felicità a lavoro sia anche produttiva:

“E poi la vita ci insegna che bisogna sempre volare in alto. Più in alto dell’invidia, più del dolore, della cattiveria…Più in alto delle lacrime, dei giudizi. Bisogna sempre volare in alto, dove certe parole non possono offenderci, dove certi gesti non possono ferirci, dove certe persone non potranno arrivare mai. (Alda Merini)

Ci sono casi speciali, come le partita IVA, i disoccupati, o i giovani in cerca di prima occupazione. Come possono queste categorie puntare alla felicità al lavoro? “La partita IVA è un lavoratore indipendente, quindi il consiglio è di fare un po’ di educazione emotiva: devono essere loro i manager di loro stessi”. Ci parla poi dell’amigdala, una struttura neurologica del cervello che controlla diverse funzioni, tra cui quelle emotive. In termini scientifici, l’amigdala identifica l’area del cervello che permette all’uomo di percepire ed elaborare le proprie emozioni. Precisa Ruffini “l’amigdala si può definire come il centro delle emozioni. L’amigdala si attiva quando percepiamo uno stimolo come un pericolo. Anche gli animali hanno l’amigdala che propone loro una reazione di attacco, o di fuga. Ad oggi, nell’uomo il funzionamento è lo stesso. L’amigdala si attiva anche nelle situazioni in cui ci arriva una multa da pagare, abbiamo screzi con un collega, un cliente ci risponde male, e l’amigdala ci propone una risposta di attacco-fuga, quando rischiamo di fare cose che a mente lucida non faremmo. Non bisogna farsi sopraffare. Dobbiamo tranquillizzarci. Come? Avere la consapevolezza di questi meccanismi, non ci sono stimoli di per se stressanti: è la nostra valutazione a rendere stressante un evento, avere o farsi un’educazione emotiva, capire certi concetti, interiorizzarli. E poi per tranquillizzarsi, il primo modo, che può sembrare banale, è respirare con coscienza. In sintesi, interessarsi all’ambito delle neuroscienze, avere cultura generale, respirare con consapevolezza”.

I disoccupati, stimati da Istat a gennaio 2022 in 2 milioni 192.000 con un calo di 51.000 unità su dicembre e di 326.000 rispetto a gennaio 2021. Quali sono i consigli di felicità per disoccupati, secondo Ruffini? “Darsi da fare, non aver vergogna di lavorare. Tutti siamo stati disoccupati, bisogna cercare anche lontano da casa. Anche tutti i bonus che dà lo Stato ai disoccupati non sono stimolanti per qualcuno che piuttosto che fare un lavoro usurante può godere del bonus. Non abbiate vergogna a lavorare”.

“Un tale, disoccupato, minaccia di gettarsi dall’alto del Colosseo se non gli danno subito un lavoro e non lo fanno parlare col sindaco. Viene accontentato e lo portano dal sindaco. Il breve dialogo si svolge così:”Allora, giovanotto, che cosa sa fare lei ?” “Tutto, signor sindaco “. “Ho capito, lei vuole un posto da guardiano. Da questo momento lei è guardiano avventizio del Colosseo, per il quale nutre tanto interesse “. Il giovane ringrazia, il giorno stesso prende servizio. Un anno dopo, durante un giro di ronda sugli spalti dell’anfiteatro, mette un piede in fallo, cade da venti metri e…Muore? No, resta sospeso in aria, in attesa della convalida della sua assunzione. Così hanno tutto il tempo per salvarlo. Ecco perché non mi sento di dir male della nostra burocrazia”.
(Ennio Flaiano)

Foto di energepic.com da Pexels

Il tecnostress

Nel libro, Ruffini esplora anche il fenomeno del tecnostress, una nuova malattia professionale riconosciuta in Italia dal 2007, e considerata malattia psichiatrica. Gli studi riportano che l’uso delle tecnologie digitali è associato a specifiche esigenze psicosociali (ad esempio maggiore carico di lavoro, complessità, conflitti tra lavoro e altri domini della vita) con conseguenti reazioni psicobiologiche allo stress. Tuttavia, un numero crescente di studi suggerisce che un lavoro digitale ben progettato può promuovere una buona salute qualora ottimizzi l’organizzazione del lavoro o consenta una maggiore flessibilità e aumenti il controllo e l’autonomia sul lavoro.
Spiega Ruffini che “i sintomi del tecnostress sono vari: mal di testa, o cambiamenti fisiologici.
La difficoltà sta nel capire che il malessere è collegato alla stretta dipendenza dalla tecnologia. Bisogna, dunque, interrogarsi su un’eventuale dipendenza dai sistemi tecnologici, uno si deve rendere conto di come li utilizza e deve trovare svaghi al di fuori del lavoro, cioè conoscersi, perché, se una persona si prende cura di sé quotidianamente, è tutto più semplice”.

Anche i datori di lavoro devono puntare alla felicità dei loro dipendenti. “Perché – continua la Cho – così saranno più produttivi. L’ideale sarebbe che l’ufficio Risorse umane o, nel caso di aziende più piccole, individuare una persona che a livello caratteriale è più portata e iniziare un percorso di riconoscimento delle competenze dei dipendenti. Deve essere una volontà proprio a livello strategico. Il datore di lavoro deve riuscire a coinvolgere una persona che caratterialmente ha le qualità per aiutare i dipendenti a destressarsi: una persona che impara a sfogare lo stress è una persona che sta meglio. E fa sì che la felicità a lavoro sia anche produttiva. Il datore di lavoro dovrebbe, dunque, avvicinare le persone sul fattore dello stress e ascoltare quello che desidera un lavoratore”.
E la chiave per dare felicità al dipendente sta nella fiducia e nella responsabilizzazione che gli si conferisce. Per questo Ruffini indica come aziende virtuose Interpolis e Google, i cui stili di gestione sono basati sulla fiducia e sull’autonomia piuttosto che su comando e controllo. Più specificamente: “In Interpolis tutto ruota intorno alla fiducia e alla responsabilizzazione. Per esempio, il loro motto è:

“As long as the work gets done. Whether that is done from home or at the office is something the employees can decide for themselves”. “Fino a che il lavoro venga svolto. Che ciò avvenga da casa o in ufficio è qualcosa che i dipendenti possono decidere da soli”.
(motto Interpolis)

E non è soltanto per dire. Continua Ruffini: “Tutti i dipendenti possono scegliere se recarsi in ufficio, oppure lavorare da casa, perché hanno dipendenti affidabili”.
L’azienda Google è stata la prima a inserire la figura del direct manager e sono stati i primi a creare un arredamento colorato e mettere a disposizione svaghi in ufficio, ma va studiato e diversificato in base al lavoro. Così come lo smart working che è una nuova cultura del lavoro e come tale deve essere divulgata.

“La felicità non ha volto ma spalle: per questo noi la vediamo quando se n’è andata!”
(Friedrich Nietzsche)

Ci sono poi delle persone che non riescono a collocarsi nel lavoro che sognano. Saranno destinate all’infelicità per tutta la loro vita professionale? “Si dovrebbero chiedere – sostiene Ruffini – perché non è destinato a fare quel lavoro. Capire se e come potrebbe renderlo realizzabile. Perché soffrire per qualcosa che non puoi svolgere?”.

Cos’è la felicità

La felicità è star bene con se stessi e accettare il fatto che nella vita non possono esserci soltanto momenti di gioia, ma possono esserci anche momenti tristi, fa parte tutto della vita.

“La vera felicità costa poco. Se è cara non è di buona qualità.”
(Chateaubriand)





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