Quante volte attribuiamo la nostra felicità a qualcuno o qualcosa di esterno a noi, e perché lo facciamo? Se raggiungeremo tale obiettivo, se ci sposeremo, se avremo dei figli, se riusciremo ad avere una casa in campagna, se avremo una buona posizione lavorativa, allora saremo “arrivati”, saremo felici.

Sono tanti i “se” che allontanano sempre più l’orizzonte da noi, tante condizioni che non fanno altro che rinforzare la convinzione, sbagliata, che nel presente, nel qui e ora, non possiamo essere felici.

Qual è il messaggio nascosto dei tuoi desideri?

rabbia è medicina

Ogni volta che dici “Sarò felice quando…”, in realtà affermi che non puoi esserlo ora con quello che hai, con ciò che sei. Quel sogno che proietti nel futuro, fuori dalla tua portata per ora, urla il fatto che dentro di te, ti senti incompleto, quel qualcosa che ti manca e che ti renderebbe felice, non l’hai dentro di te e lo cerchi fuori.

Potrebbe essere interessante capire cosa si nasconde dietro il tuo desiderio, qual è il suo messaggio, cosa sta dicendo di te. Spesso capita di focalizzarci su un immagine ideale che, anche se viene raggiunta, poi ci lascia con un amaro senso di delusione: “Non è come me lo immaginavo”. Allora ci sentiamo frustrati per tutti gli sforzi procurati per raggiungere quell’ideale che non ci dà quella felicità tanto attesa. Ci sentiamo ingannati, demotivati e depressi. Perché tutto questo?

“È raro che una felicità si posi proprio sul desiderio che l’aveva invocata.”
(Marcel Proust)

Spesso ci limitiamo all’immagine del nostro desiderio: ci lasciamo ammagliare da una promessa senza guardare veramente cosa si nasconde sotto, ecco perché è interessante “spogliare” il nostro desiderio, andare oltre la superficie.

Ti faccio un esempio: con la ricerca del partner ideale (sicura che la mia felicità dipenda da questo), potrei cercare quell’amore, quell’attenzione che non riesco a dare a me stessa; con la casa in campagna, potrei voler cercare la tranquillità, la pace, il silenzio: magari cerco uno spazio di pace fuori quando in realtà è dentro di me che ne ho bisogno; con la ricchezza, potrei desiderare il potere di fare ciò che voglio della mia vita, la libertà di fare o di andare dove mi pare,…

Spesso capita che, dopo aver capito il messaggio nascosto nel proprio desiderio, ci si renda conto che la felicità che tentavamo di raggiungere al prezzo di innumerevoli sforzi, era in realtà a portata di mano.

“C’è una grande felicità nel non volere, nel non essere qualcosa, nel non andare da qualche parte.”
(Jiddu Krishnamurti)

Manca solo un passo per raggiungere quel punto felice che sembrava brillare lontano all’orizzonte ma che in realtà è talmente vicino da poter essere afferrato, ma siamo pronti a farlo, a prenderci questa responsabilità? Siamo pronti a rischiare?

La felicità parla di responsabilità: sei pronto a rischiare di afferrarla?

Quando attribuiamo a qualcun altro l’onere di renderci felice, è perché abbandoniamo il nostro potere personale tra le sue mani, non lo vogliamo. Il potere personale ci parla di responsabilità, di un peso gravoso da portare perché ci espone all’errore, alle nostre mancanze. La responsabilità costringe il nostro Bambino Interiore ad uscire allo scoperto per crescere ed agire nel mondo, ma se questo Bambino è impaurito o soffre per le tante ferite non ancora guarite, rifiuterà di uscire dal suo nascondino e di affrontare il cammino che è chiamato a compiere, anche se lo porterà a scoprire la meraviglia che lui è, anche se quello è l’unico percorso che lo porterà a scoprire l’essenza della felicità.

Il senso di responsabilità ci costringe a prendere in mano le redini della nostra vita, ad essere parte attiva nella sua realizzazione, a prendere decisioni; tutto questo ci espone ad una paura molto radicata in noi: quella di sbagliare, di non essere abbastanza, e di conseguenza di non essere amati, accettati per quello che siamo. Allora preferiamo che a sbagliare sia qualcun altro.

La felicità si nasconde in ogni tuo passo

Ci deresponsabilizziamo perché abbiamo paura di rischiare. Ma dietro tutto ciò, c’è solo la paura di soffrire ancora. Ma forse potremmo affrontare questo problema diversamente, un passo alla volta, senza ansie né giudizi su di noi, riconoscendo ed accogliendo ciò che siamo nella nostra integrità: pregi e difetti, doti e debolezze, tutto quanto compreso in un unico pacchetto che porta il nostro nome, e che va bene così com’è.

Potremmo abbandonare l’idea di dover rispondere ad un modello di perfezione che ci fa vivere con un macigno sul cuore, potremmo posare a terra per un attimo i rancori verso noi stessi per non essere come vorremmo (o come qualcuno ci ha spinto a voler essere). Potremmo semplicemente stare in noi per un istante e dirci che per ora possiamo bastarci, e poi fare un passo sul cammino, e poi un altro, e goderci quegli attimi in cui sentiamo di appartenerci, in cui sentiamo che siamo padroni della nostra vita.

Basterebbe fare un passo dopo l’altro e viverli intensamente, goderci i nostri passi, uno alla volta, perché forse il segreto della felicità sta proprio lì: nel collegare tra di loro tutte le piccole gioie della vita. Forse è questo che noi chiamiamo “felicità”. Forse.

“Sono convinto che cerchiamo la felicità nel posti sbagliati ed abbiamo riposto le nostre speranze su persone o cose che, semplicemente, non possono soddisfarci. Per quanto mi riguarda, sullo specchio sopra il lavandino ho scritto questa frase: ‘Ecco il viso della persona da cui dipende la tua felicità’.”
(John Powell)

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it