Settembre, tempo di vendemmia, di cogliere i frutti maturi. Vivere questa esperienza, almeno una volta nella vita, permette all’uomo di connettersi con la terra e i suoi cicli, con gli insegnamenti silenziosi ma potenti che le piante donano ogni giorno a chi li sa afferrare.
La vendemmia è un rituale di fine estate che ha come protagonista l’uva, frutto della vite legato a innumerevoli miti e leggende. Ricordiamo, per esempio, il culto di Dioniso, dio del vino e dell’amore. I contadini, in questo periodo dell’anno, gioiscono nel cogliere l’uva, finalmente si è arrivati al momento del raccolto, i rischi affrontati durante i mesi estivi (malattie della pianta e possibili grandinate della stagione calda che avrebbero potuto danneggiare i grappoli portando ad un raccolto scarso e di poca qualità o addirittura nullo) sono acqua passata. Ora ci si può godere con serenità il meraviglioso momento della vendemmia.
Davanti a una vigna matura che te ne fai di una forma e di un nome. Lascia fuori l’ingombro dei pensieri. Entra dentro, scavalca con pochi passi gli ultimi frammenti d’estate, segui i filari e apriti ai colori rubicondi dell’autunno, come se fossi una sola cosa con loro.
(Fabrizio Caramagna)
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L’atmosfera contadina che si respira durante la vendemmia

L’atmosfera che si respira nei campi durante la vendemmia è un’atmosfera magica. I colori di settembre, i suoi inconfondibili profumi, la luce solare così carica ancora di vita, le temperature calde ma non eccessive e i movimenti messi in atto durante la raccolta dell’uva rimangono impressi nel cuore, nel corpo, nella mente e nell’anima di chi ogni anno si appresta a vendemmiare. Più che ad un lavoro assomiglia ad una vera e propria festa contadina, una soglia da oltrepassare, una porta che segna il confine tra l’estate e l’autunno, tra una stagione della vita e un’altra.
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“Vendemmia” deriva dal latino vindemia, termine composto da vinum ‘vino’ e da un derivato di demere ‘togliere’. Cogliere l’uva per trasformarla in vino. Come scritto anche nel nostro articolo dedicato al culto di Dionisio, dio del vino e dell’amore:
“Il vino non è una licenza o un vizio, ma una sostanza iniziatica, uno strumento utile all’iniziazione, l’uso che se ne promuove non è quello smodato e quotidiano, ma quello riservato ai culti, ai rituali che si svolgono con un ritmo ordinato e cadenzato.”
Ciò che si compie attraverso un lavoro contadino è, come tutte le trasformazioni contadine, un vero e proprio rito iniziatico.
Gli uomini e le donne armati di cesoie e forbici adatte, stivali, cappelli di paglia, foulard in testa e canti popolari invadono le vigne per compiere rituali antichi ricchi di significati simbolici, che parlano di un passato lontano, di saggezza popolare, di convivialità e semplicità.
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Donne e vendemmia, un’abbinata speciale

Nella Bibbia si legge che le donne, già in passato, prendevano parte alla vendemmia. Nel Cantico dei Cantici viene descritta l’atmosfera speciale della vendemmia con donne che cantano mentre lavorano. Mani che raccolgono i grappoli d’uva, che li posizionano nelle caratteristiche cassette, piedi che pigiano, ballando e cantando. La vendemmia è femmina, è raccolto, è festa.
Questo particolare collegamento tra donna e vendemmia lo ritroviamo perché ella rappresenta l’archetipo di Madre Terra, la natura selvaggia che crea, esempio di cambiamento, di generazione di vita, di trasformazione continua. La donna, legata alla terra e ai suoi cicli, alla luna e ai suoi mutamenti, al fluire dell’acqua e all’oscurità della terra gioisce durante la vendemmia, mostra il suo lato giocoso, festaiolo, liberatorio.
Tornando, m’indugiavo pei campi, lungo i filari delle viti, dove già qualche foglia, rossa come il sangue, pareva una ferita aperta, una piaga di malaugurio. Finita la vendemmia, cadon le foglie; finita la gioventù, cade l’amore. Rimane il vino, ricordo dei grappoli; rimangono le opere, ricordo della vita; ma se i tralci rimettono le foglie a primavera, l’uomo di primavera ne ha una sola e non rimette mai più le prime illusioni e le speranze! Tristi pensieri che allora non avevamo né io, né le vendemmiatrici. Le quali cantavano i loro stornelli recando in capo i canestri pieni di grappoli dorati e reggendoli colle braccia nude, come canefore greche.
(Olindo Guerrini)
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Come può ritrovare oggi la donna questo legame speciale con la vendemmia
La donna ha perso da tempo il legame con la terra, i lavori femminili più diffusi si compiono lontano da campi e dalla natura. Le nostre nonne sono state le ultime custodi del tempo della vendemmia. Sarebbe importante ritornare a riprendersi questo legame antico, almeno in questo periodo dell’anno.
La vendemmia occupa poco tempo e permette alla donna di potervisi dedicare pur mantenendo il proprio lavoro. Almeno un mese all’anno, o anche poche settimane all’anno, la donna potrebbe ritornare a vendemmiare, dedicando così il suo tempo nei campi, ritornando ad essere la regina della raccolta d’uva, cantando le canzoni cantate dalle sue nonne, muovendo i loro stessi passi, usando gli identici strumenti. Sarebbe un bellissimo modo di continuare la tradizione, di immergersi nella natura e nei suoi cicli, di vivere la vita dei campi. Basta farsi assumere per un periodo di tempo limitato o aiutare chi dei nostri conoscenti o parenti ha dei campi.
Purtroppo ad oggi la vendemmia sta divenendo sempre più un lavoro meccanico, attuato da macchine apposite e non dalle mani dell’uomo. Così facendo si guadagna in economia ma si perde in creatività, gioiosità, festività. Ci sono tradizioni che non possono essere sostituite dalle macchine.
Riflettiamo e pensiamo se possiamo prendere in mano noi i campi di nonni e bisnonni, se continuare a vivere i loro sogni, se renderli un po’ i nostri. La donna è chiamata oggi più che mai a ritornare ad essere la regina della vendemmia!
Ogni vigna la sua macchia -, e fa piacere posarci l’occhio e saperci i nidi. “Le donne, – pensai, – hanno addosso qualcosa di simile”.
(Cesare Pavese)
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