“Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire.” ~ G. Strada

Queste parole sono quelle che mi hanno portato a leggere questo libro, sì perché non riuscivo a credere che davvero nella mente della follia umana potessero annidarsi idee così malsane tanto da creare delle mine ad hoc per attirare i bambini, sì avete capito bene DELLE MINE PER BAMBINI!!

Non sono giocattoli, se qualcuno se lo stesse chiedendo, ma sono ordigni esplosivi che distruggono vite umane, queste in particolare furono fabbricate dai Russi.

Pappagalli Verdi

La prefazione del libro scritta da Moni Ovadia è tutto un programma e descrive alla perfezione cosa fanno questi “pappagalli verdi”:

Questi fiori metallici dell’infinita infamia umana, lacerano, accecano, sbrindellano, cancellano parti di vita, creano voragini di antimateria, progettano il non-uomo. Ma è proprio in quelle assenze di carne, di vita, di luce, che l’umanità esprime la sua intimità più lancinante. In quei luoghi umani violati e negati, I Gino Strada costituiscono l’umanità possibile del futuro, l’unica possibile.”

Leggere questo libro è stata dura, sottotitolato “Cronache di un chirurgo di guerra” , descrive perfettamente il clima di terrore e disperazione che aleggia sopra i territori colpiti da questa “piaga” che è la guerra, una piaga creata dall’uomo e alla quale partecipano inermi i bambini.

Il libro è composto da piccoli estratti di qualche pagina, storie di vita vissuta negli ospedali in cui opera Emergency in Iraq, Pakistan, Ruanda, Afghanistan, Perù, Kurdistan, Etiopia, Angola, Cambogia, ex-Jugoslavia e Gibuti, cominciano con raccontare il territorio, la situazione, il contesto per poi aprire una finestra su scene crude; a volte è difficile andare avanti nella lettura, bisogna fermarsi, riprendere fiato, scrollare la testa per rendersi conto che non si sta leggendo un romanzo ma la cruda realtà.

Pappagalli Verdi

E’ stato scritto nel 1999 da Gino Strada, fondatore dei Emergency, che offre cure gratuite alle vittime di guerra dal 1994, forse da allora qualcosa è cambiato, ma dicono che la storia ha questo brutto vizio di ripetersi e io aggiungo che per un futuro migliore non si dovrebbe mai dimenticare il passato, per questo è un libro che va letto oggi, soprattutto oggi, per capire cosa ha spinto a scappare da questi paesi le migliaia di persone che cercano aiuto.

 “Ogni venti minuti, in qualche parte del mondo, si ripete il rito macabro: scoppia una mina, un altro ferito, un altro mutilato, non di rado un altro morto.

Cambiano i paesi, i nomi, il colore della pelle, ma la storia di quegli sventurati è tragicamente simile. C’è chi sta camminando in un prato, chi gioca nel cortile di casa o sta seguendo le capre al pascolo, chi zappa la terra o ne raccoglie i frutti.

Poi lo scoppio.” 

Nel 1997, grazie al trattato di Ottawa, le mine antiuomo sono state messe al bando da 138 paesi, ma Cina, Stati Uniti, Russia, Israele e Corea del Nord non hanno firmato l’accordo, ci sono anche associazioni umanitarie che si prodigano per la bonifica dei territori dalle mine ma solo nel 2011 ci sono ancora stati 5.197 morti dei quali un terzo erano bambini.

Pappagalli Verdi

L’Italia era uno dei maggiori produttori di mine antiuomo, ha smesso la produzione e il commercio dopo la firma della legge n°374 del 29 ottobre 1997.

“La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.

Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini”.

In questo libro, Pappagalli Verdi, si trovano appunti di viaggio, emozioni, terrore, dolore ma anche tanta umanità, si trovano le esperienze dei medici e degli infermieri che come si suol dire hanno veramente “due spanne di pelo sul petto“, perché questo non è un lavoro per tutti, non è un lavoro facile, non stacchi la spina e te ne troni a casa quando hai finito il tuo turno, lotti e soffri in un paese lontano da casa, in un paese in guerra, in un paese devastato con gente devastata, gente anzi bambini che ormai non piangono più:

“Ma è quel bambino che era in sala operatoria,” ha esclamato Cecilia. “Perché non piange?”
Ne abbiamo ragionato a lungo, abbiamo cercato di capire perché i bambini, quei bambini, non piangono. Mi ha sollecitato a parlare della miseria che si fa routine, della presenza silenziosa della tragedia, e a volte della morte, che diventa condizione di vita. Forse è questa quotidianità della tragedia che li prepara a non piangere.

Gino Strada con questo libro costringe il lettore a guardare in faccia la guerra e i suoi orrori, costringe il lettore a non voltarsi dall’altra parte a osservare dentro gli occhi di quei bambini e a chiedersi “perché?“; lo fa in maniera cruda ma riesce anche a far trasparire la voglia di vivere di questi bambini che, mutilati dalle mine antiuomo, riescono ancora a sorridere e a giocare, nonostante debbano affrontare la vita adattandosi alla nuova forma del loro corpo, ed imparare ad usare al meglio quel che ne è rimasto, nonostante la “quotidianità della tragedia”.

Gino Strada

Ogni racconto è un ricordo dell’autore, non c’è un ordine cronologico o geografico, solo flashback che raccontano lo spirito solidale e il sostegno reciproco che si crea all’interno di coloro che lavorano con Emergency, coloro che danno un pizzico di speranza al mondo.

Di seguito un passo che mi ha lasciato abbastanza perplessa, parla di una donna cecchino, una addestrata ad uccidere, anche i bambini:

Un cecchino di Sarajevo si lascia intervistare in una stanza quasi buia. Mi sembra incredibile: è una donna. Una donna che spara a un bambino di sei anni? Perché?
“Tra ventanni ne avrebbe avuti ventisei”, è la risposta che l’interprete traduce.
Il freddo diventa più intenso, fa freddo dentro. L’intervista finisce lì, non c’è altra domanda possibile.

Già, non ci sono altre domande, non ci sono altre risposte, leggere questo libro apre gli occhi è indiscutibile ma non è un libro per tutti, volevo farlo leggere a mia figlia, ma forse non è ancora ora che scopra l’orrore che c’è nel mondo vorrei lasciarle ancora qualche anno di spensieratezza, ma poi lo leggerà, e allora capirà, in 120 pagine la sua vita cambierà come è cambiata la mia, come spero cambierà quella di tutti coloro che avranno il coraggio di leggere Pappagalli Verdi – Cronache di un chirurgo di guerra.

Articolo scritto da Valeria Bonora – valeria2174.wix.com