Psicologia

Tra noi e la sofferenza c’è lo spazio della consapevolezza

Di Sandra Saporito - 9 Ottobre 2023

Quando siamo in sofferenza, vediamo il mondo intorno a noi attraverso un filtro che rende tutto molto più cupo, pesante, negativo. La nostra attenzione tende a focalizzarsi maggiormente su ciò che non va per il verso giusto: sulle mancanze, le carenze, le assenze. È come se non riuscissimo a percepire il buono e il bello che ci circonda perché quella sensazione dolorosa che ci portiamo dentro fa troppo rumore.

Però possiamo ispirarci alle tradizioni spirituali orientali per comprendere come relazionarci con la sofferenza e trovare uno spazio sereno dentro di noi.

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L’origine della sofferenza: il discorso delle due frecce

donna con un arco
Credit foto ©Pexels

Il Buddismo tramanda un testo illuminante sull’origine della sofferenza che può aiutarci a comprendere meglio questa condizione interiore che ci affligge così pesantemente: il discorso delle due frecce, il Sallena Sutta, di cui riporto un estratto.

“Facciamo l’esempio di una persona che, trafitta da una freccia, ne riceva una seconda, sentendo quindi il dolore di entrambe le ferite. Ecco, la stessa cosa accade quando una persona che non conosce l’insegnamento viene a contatto con una sensazione spiacevole e, come reazione, si preoccupa, si agita, piange, grida, si batte sul petto, perde il senso della realtà. Quindi egli fa esperienza di due dolori: quello fisico e quello mentale.

La prima freccia (il dolore) non può essere evitata e riguarda ciò che avviene al livello fisico, mentre la seconda freccia (la sofferenza) rappresenta la nostra reazione al dolore, il modo in cui ci relazioniamo a lui al livello emotivo e mentale. Secondo le tradizioni spirituali orientali, questa seconda freccia può essere evitata.

Secondo il Buddismo, l’origine della sofferenza si cela nel confondere la seconda freccia con la prima. Tentiamo di chiuderci all’esperienza dolorosa cercando di resisterle oppure ci lasciamo travolgere dalle reazioni emotive che derivano dal nostro modo di relazionarci al dolore, ma queste reazioni sono correlate alla seconda freccia, non alla prima. In pratica, è come se creassimo nella nostra mente l’eco del dolore, un eco che alimentiamo e ripetiamo rimuginando senza fine.

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Possiamo evitare di soffrire?

Donna in sofferenza
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Con buona pace dei nostri cugini francesi, la vita non è un lungo fiume tranquillo. La vita di ognuno di noi è costellata di difficoltà, di gioie e dolori, di momenti di serenità interrotti da piccole e grandi tempeste. È un dato di fatto: il dolore fa parte della vita. Proviamo dolore fisico quando veniamo al mondo, quando cadiamo, quando sbattiamo il mignolo sull’angolo di un mobile, quando non abbiamo ciò che risponde ai nostri bisogni primari; mentre le mancanze e le assenze importanti, come quando un essere caro si allontana da noi o non ci sentiamo al sicuro, sono condizioni che provocano uno stato di dolore emotivo, interiore.

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Il dolore è un’esperienza umana naturale, la sua origine può essere esterna a noi ed è limitata nel tempo: il dolore cessa quando si ferma lo stimolo che lo provoca e quando il corpo ritrova un suo equilibrio. Per quanto riguarda la sofferenza, il discorso è ben diverso.

La sofferenza è uno stato di profonda afflizione interiore che nasce dentro di noi. Per molti mistici orientali, siamo all’origine della nostra sofferenza personale: essa nasce quando alimentiamo il dolore mentale con pensieri e reazioni emotive e, di conseguenza, diventiamo man mano meno consapevoli della nostra realtà.

La sofferenza è quindi più simile ad un processo interiore che si alimenta nel tempo che ad un episodio preciso come può esserlo il dolore originato da un mal di dente, per esempio. Realizzare concretamente che le reazioni emotive e mentali sono distinte dalle sensazioni dolorose può essere di grande aiuto per interrompere il circolo vizioso che alimenta la sofferenza interiore.

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Vivere a metà provoca sofferenza

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La sofferenza fa parte della condizione umana da millenni e non dobbiamo vergognarci se è presente nella nostra vita. Ciò che possiamo fare è cercare del meglio che possiamo di comprenderla, di ascoltarla e diventare maggiormente consapevoli di ciò che si muove dentro di noi mentre la sperimentiamo. Diventare più consapevoli di ciò che proviamo è un primo passo per darci il permesso di vivere una vita più libera ed appagante.

Lo Yogi Sadghuru, afferma che l’origine della sofferenza è da cercare nell’inconsapevolezza, o meglio, nel “vivere a metà”. Questo porta a desideri illusori che portano alla ricerca di un piacere che non nutre l’Essere e lo illude di trovare un significato alla propria esistenza, cercando un senso di pienezza in cose effimere come denaro, fama, esperienze forti, beni di lusso, ecc.

Ma tutto questo non risponde ai reali bisogno del nostro Essere che in questo modo non viene saziato perché cerchiamo di possedere, avere, prima di essere, invertendo il flusso naturale della vita che insegna che prima di avere, bisogna essere.

La ricerca esterna che questi desideri provocano ci svia dalla reale ricerca di significato nella nostra vita: ci illudiamo che la nostra felicità dipenda da ciò che possediamo o dalle esperienze che viviamo invece che dall’essere pienamente noi stessi. Il piacere breve conduce ad una spasmodica “fame d’anima”, corrode e spinge a volere sempre più ma non è la quantità a placcare questa fame interiore.

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E se imparassimo ad accoglierci?

In sofferenza, bisogna accogliersi
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Può essere utile mettersi in ascolto delle nostre necessità profonde perché ciò che nutre la sofferenza è una richiesta, un bisogno non ascoltato, è un pezzo di noi che non accogliamo. Abbandonato in un angolo della nostra mente, questo frammento coglie la prima occasione possibile per farsi sentire facendo un gran baccano.

Più cerchiamo di ignorare questo pezzo di noi e più ci sentiamo fragili, vulnerabili perché in realtà resistiamo a noi stessi. Questo frammento è una parte del nostro Essere che reclama a gran voce di essere riconosciuta. Forse la gentilezza e il rispetto profondo e reale verso la nostra essenza possono aiutarci.

Possiamo provare a dare maggiore attenzione al nostro Essere invece che ai nostri pensieri per rompere questa catena che ci opprime. Essere maggiormente consapevoli della nostra vita mentre la viviamo, senza identificarci ai nostri pensieri e desideri, potrebbe già essere un primo passo verso la libertà.

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Fonti e approfondimenti:
Buddismo: le quattro Nobili Verità
Introduzione al buddhismo: sofferenza e felicità
Sadhguru: come smettere di essere una vittima

Sandra Saporito
www.risorsedellanima.it





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