Per motivi di lacune educative e culturali, noi non ci ascoltiamo mai abbastanza.

Si tratterebbe di un atto semplice e naturale, ma, se siamo fortunati, impieghiamo decenni ad imparare a farlo.

Cresciamo sentendoci dire che non possiamo fare sempre quello che ci piace, che non dobbiamo pensare a noi stessi, che qualcuno ha bisogno di noi e che, in pratica, siamo sicuramente in debito verso qualcuno. Anche solo per il fatto di essere stati messi al mondo.

La cultura del “peccato originale” scorre attraverso svariate vene sociali, culturali, fino alle arterie del personale, di ognuno di noi. Perfino le nazioni sono tutte (senza eccezione) “in debito”. In questo mondo pare che nessuno sia in diritto di “riscuotere”, di vivere a credito. Di godersi la vita, il silenzio, la lentezza. la presenza, la calma, per diritto di nascita.
Perché si potrebbe benissimo invertire il paradigma: ciascuno di noi porta al mondo tanta diversità, ricchezza e bellezza che dovrebbe potersi arrogare diritti di abbondanza (emotiva, relazionale, materiale), rispetto per sé e autoascolto incondizionato.

Il diritto di essere la propria prima priorità, senza sé e senza ma. Di riconnetterci all’autoascolto. Pena il malfunzionamento di tutto il resto, inclusa la nostra capacità di esserci per gli altri.

COSA SIGNIFICA ASCOLTARE SE STESSI E COSA DETERMINA?

Ascoltare se stessi significa:

  • Ricavare ogni giorno uno spazio sacro in cui lasciare fuori tutte le interferenze, le distrazioni, le presenze mentali o fisiche altrui e andare a incontrare se stessi, tête-à-tête.
  • Diventare “meteorologi” di noi stessi.
    Imparare prima a individuare e poi a dare credito ad ogni singola variazione del nostro stato e del nostro umore. Essa non è mai casuale: in un giorno esistono mille micro-perturbazioni causate da micro-stimoli che non abbiamo saputo smascherare.
    Riconoscerle e adattarsi al nostro sentire interiore ci può preservare da infinite esperienze spiacevoli e perdite di tempo.
    Ricordo che nel film “This must be the place” il protagonista spesso diceva: “Qualcosa mi ha disturbato.” Non riusciva a individuare cosa fosse, ma era geniale il fatto di fermare gli eventi e la conversazione per condividere con chi aveva davanti che qualcosa aveva minato la sua serenità. Qualcosa di microscopico, ma di esistente e degno di attenzione. Mi è sempre rimasto in mente questo esempio da cui prendere spunto e così dovremmo fare tutti, sarebbe un nostro diritto e aiuterebbe anche chi è con noi a diventare più sensibile.
  • Mai tradire il proprio sentire. Per quanto sembri insensato, folle, illogico, imprevisto, improvviso.
    Se non riusciamo o non ci è possibile adattarci ad esso alla lettera nell’immediato, quantomeno riconosciamolo e, col senno di poi, vediamo cosa intendeva dirci riguardo quella data esperienza o situazione. La volta dopo, di sicuro ci fideremo di più: quell’antenna è altamente sofisticata e non sbaglia. Si tratta solo di ritrovarla e poi darle cura e attenzione.
  • Praticare l’autoascolto come esercizio quotidiano, ogni volta in cui ce ne ricordiamo, dovunque ci troviamo e qualsiasi cosa stiamo facendo. Quando incontriamo una persona nuova, restiamo nell’ascolto di ciò che si muove in noi. Quando ci spostiamo nello spazio, ascoltiamo cosa si risveglia in noi davanti ad ogni stimolo. Quando guidiamo, ascoltiamo musica, facciamo la doccia, parliamo con qualcuno, non scordiamo di connetterci in parallelo con l’antenna dell’autoascolto.
  • Abbracciamo la nostra vera direzione. Se non ci fosse socialmente possibile adattare la nostra vita (relazioni, lavoro, casa) a un nuovo sentire che è emerso, facciamolo passo a passo. Ma almeno teniamo ben presente la direzione: abbiamo compreso che dobbiamo cambiare qualcosa e il nostro sentire è la nostra bussola verso il cambiamento. Nulla di scelto a tavolino potrà mai essere tanto giusto per noi come ciò che questa bussola ci sta indicando.

Sarà banale, ma il detto “segui il tuo cuore” non sbaglia mai: parlo davvero di uno strumento di una precisione micidiale e ne siamo dotati tutti, gratuitamente, dalla nascita, basta… tornare ad ascoltarci!

Sonia Serravalli

ilboscofemmina.com