Psicologia

Chiedere l’opinione dei figli: educazione democratica o inversione di ruoli?

Di Cristina Rubano - 4 Agosto 2022

Chiedere l’opinione di figli sulle questioni che li riguardano può essere un bene o un male. Molto dipende non solo dall’argomento in sé, ma anche dalla loro età anagrafica e dal tipo di relazione educativa in cui questo avviene.

Attenzione che, nel voler loro offrire un modello democratico di educazione non li si stia trattando come adulti in miniatura o piccoli sovrani a cui non si può dire di no!

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Genitori più democratici e insicuri?

Negli ultimi decenni si stanno imponendo atteggiamenti educativi più democratici, più empatici e in molti aspetti più alla pari tra madri e padri. Inoltre i genitori sempre più spesso leggono, si informano, si interrogano. E che il mestiere del genitore sia difficile, privo di certezze e costellato da mille fatiche e errori è ormai cosa nota. Si apprezzano racconti disincantati e sinceri sulle “ombre” della maternità, sulle insicurezze o le vicissitudini affettive dei padri, sulle difficoltà della vita che cambia. D’altro canto quello della famiglia nucleare è ormai il modello prevalente, i nonni quando ci sono, sono lontani, a tempo parziale o troppo anziani. Altri membri della famiglia difficilmente prendo parte al menage quotidiano. E quindi anche trovare baby sitter, attività varie e campi scuola fa parte dell’eterno stress che la maggior parte dei genitori è costretta a mettere e rimettere insieme ogni giorno. Cercando nel contempo di avere anche una vita lavorativa, sociale, si spera anche amorosa. Questi genitori 2.0 consapevoli delle loro criticità, informati sulle recenti teorie evolutive, terrorizzati all’idea di creare un danno futuro ai figli possono però correre il rischio di ritrovarsi poco saldi nel loro ruolo. Che per quanto moderno, informato e meno stereotipale di un tempo rimane comunque quello del genitore.

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Chiedere l’opinione dei figli su questioni adulte o alla loro portata?

famiglia sorridente
Credit foto © Pixabay

Chiedere l’opinione dei figli può essere particolarmente critico nella prima infanzia. Quando i figli sono molto piccoli, chiedere la loro opinione su molte cose può rivelarsi un boomerang. Invece di auotnomizzarli, valorizzandone la presunta “maturità” e capacità di ascolto, si rischia di dar loro un carico troppo grande per l’età che hanno.

Un conto e stimolare un bambino a formulare un pensiero suo su una questione proporzionalmente adatta per la sua età. Lo si fa, ad esempio, mentre gli si chiede conto di cosa sentono o pensano i personaggi di un disegno. Quando lo si vuole aiutare a esprimere a parole i motivi della sua tristezza o di un suo passato attacco di rabbia. In circostanze come queste stiamo stimolando il bambino a esprimere nel dialogo i pensieri e le emozioni che ha in mente. Lo stiamo aiutando a comprendere emozioni e motivazioni alla base dei comportamenti suoi e degli altri. Ed è un esercizio fondamentale. Altra cosa è chiedere la sua opinione su questioni che riguardano la vita adulta

Chiedere l’opinione dei figli molto “maturi” per la loro età

Alcuni bambini anche a 5 o 6 anni appaiono calmi, riflessivi, capaci di mostrarsi come grandi ascoltatori. I genitori potrebbero comprensibilmente scambiarli per bambini molto “maturi” per la loro età e quindi in grado di interloquire con loro anche di questioni da adulti.

Diciamolo una volta per tutte: i bambini molto maturi per la loro età non esistono! Questa asserzione ha fatto molti più danni di quanti avrebbe voluto evitarne. Esistono bambini plus-dotati è vero, ma sono un’altra storia e, fidatevi, anche loro possono avere un mucchio di problemi.

Un bambino che ascolta non è più maturo, è una spugna. È un bambino che invece di esternalizzare ciò che sente, tiene tutto dentro, rimane calmo, posato, in silenzio. Ha comunque capacità cognitive ed emotive limitate per comprendere ciò che gli viene detto, come è giusto che sia per la sua età. Ma se qualcosa lo turba non lo dà a vedere, non dice nulla, non si comporta in modo irruento, non piange. A volte i genitori si trovano a dover compiere scelte difficili, come cambiare casa o città, separarsi, decidere se adottare una pratica medica che recherà dolore al bambino e così via. Chiedere l’opinione di figli, specie se piccoli, su questioni come queste è controproducente. Li carica dell’ansia dei genitori e li priva di un punto di riferimento forte di cui hanno bisogno: che vengano sollevati da queste decisioni e che a prenderle siano altri per loro.

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Chiedere l’opinione dei figli per non sentirsi autoritari

Alle volte alcuni genitori potrebbero chiedere l’opinione di figli nel tentativo di non mostrarsi autoritari, per evitare capricci o scenate, sperando che col dialogo il bambino di convincerà da sé della ragionevolezza di ciò che bisogna fare. In questi casi si ha paura a dire di no, a porre limiti e regole chiare. Se tutto diventa negoziabile, opinabile e fonte di discussione stiamo di nuovo facendo perdere la bussola ai figli. Non si tratta di figli adolescenti con i quali limiti e regole vanno ciclicamente discussi man mano che aumenta la loro autonomia. Stiamo parlando di bambini che hanno bisogno di confini chiari su cui poter contare. Alcuni genitori, pur condividendo in linea teorica questo principio, potrebbero scoprirsi piuttosto resistenti a rimanere saldi nel loro ruolo anche quando c’è da porre dei limiti. E questo disagio potrebbe indurli a chiedere l’opinione di figli quando sta a loro e a loro soltanto prendere una decisione. Alcuni potrebbero aver avuto genitori fin troppo autoritari e non volerne ricalcare il modello. Altri potrebbero venire da famiglie fin troppo disorganizzate o permissive e non avere esperienza di cosa significhi avere dei limiti.

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Stabilire regole che aiutano a crescere

Quali che siano i modelli familiari da cui è necessario affrancarsi, ognuno deve trovare il proprio modo per essere genitore senza uscire dal ruolo e porre il figlio alla pari.

Porre regole, limiti e confini non è un’operazione contraria alla loro crescita, ma anzi è indispensabile perché possano sviluppare al meglio il proprio autentico modo di essere.

Pensiamo ad un campo di calcio. Ci sono delimitazioni precise che ci dicono che quel pezzo di prato non è una vallata in cui poter fare un pic nic. Ma che all’interno di quelle strisce bianche si gioca a palla e lo si fa secondo regole ben precise in assenza delle quali non esisterebbe neanche il gioco del calcio. Ebbene, dobbiamo pensare che le regole e i “no” che si pongono ai figli hanno la stessa funzione: delimitare uno spazio di “gioco” in cui possano essere liberi e sicuri di esprimersi.

“Il vero trauma non è la trasgressione della Legge, ma il rendersi conto che la Legge stessa non ha più alcun peso simbolico, non ha più alcun valore.”

(Massimo Recalcati)





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