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“Donne che amano troppo”: un libro che ogni donna dovrebbe leggere

Di Cristina Rubano - 6 Giugno 2022

Dalla sua prima pubblicazione in Italia, nel 1985, il libro di Robin Norwood Donne che amano troppo è diventato un best seller. Il libro ha anticipato, nel panorama culturale dell’epoca, concetti che solo negli anni successivi sarebbero diventati di uso comune. Un libro che parla di donne con relazioni problematiche come le mogli e le compagne di alcolisti o tossicodipendenti. Ma che in realtà è in grado di dire qualcosa di vero a ogni donna che viva la difficoltà a uscire da una relazione insoddisfacente. E lo fa sovvertendo alcuni dei cliché più diffusi ed errati dell’amore romantico. Per questi motivi il libro di Norwood, a distanza di decenni, risulta ancora molto attuale. Un libro che ogni donna (e ogni uomo), dovrebbe leggere per capire che ogni volta che amiamo “troppo” in realtà non stiamo amando affatto

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Il mito della sofferenza per amore

In Donne che amano troppo, Norwood si pone una domanda molto interessante. E cioè come mai, nel panorama della cinematografia e della letteratura di tutti i tempi, primeggino storie sentimentali drammatiche in cui le protagoniste si ritrovano immancabilmente a soffrire per amore. La narrativa è costellata di amori infranti, tragedie e sofferenze, tanto da aver contribuito, nel senso comune, a rafforzare il falso mito per il quale amare implicherebbe in qualche modo soffrire…

E le alternanze fra idilli romantici e naufragi sentimentali sono anche quelle che vivono le “donne che amano troppo” di cui Norwood ci racconta le storie. Storie in cui molte potranno riconoscersi, per alcuni aspetti. Al contrario, l’amore sano, quello basato sullo scambio e la fiducia reciproci sembra troppo banale e noioso per venir raccontato. E queste stesse donne, che si raccontano attraverso le parole dell’Autrice, testimoniano la propria difficoltà a sentirsi attratte da qualcuno che le ricambi con sincerità. Eppure l’amore non si misura in base al grado di sofferenza che si è disposte a tollerare. Al contrario, rimanere in una relazione tossica solo perché la si riesce a sopportare è un indice di quanto, quella relazione, sia disfunzionale e insana.

“Le donne che amano troppo provano spesso questa sensazione di noia quando si trovano con un uomo “a posto”: non suonano campane, non esplodono razzi, non cadono stelle dal cielo. In mancanza di eccitazione si sentono inutili, irritabili e goffe, uno stato generale di malessere che si nasconde dietro l’etichetta della noia.”

(Robin Norwood)

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Le storie familiari delle donne che amano troppo

Ci si può scoprire dipendenti da una sostanza, che sia l’alcol o la droga, come da un uomo. Le donne di cui Norwood ci racconta le storie spesso conoscono entrambe le cose. Sono figlie di genitori alcolisti, talvolta compagne di uomini a loro volta dediti al alcol. E loro stesse dipendenti, non da una sostanza, ma dalla relazione che hanno con i propri partner. Una relazione che genera sofferenza, in cui l’altro è distante, irresponsabile, a volte violento. E dalla quale, tuttavia, queste donne non fuggono, ma si avviluppano ad esse sempre più strettamente. E lo fanno nella convinzione di essere loro stesse la causa di tanto malessere e nella (falsa) speranza che se solo fossero più “brave”, se solo amassero di più i loro compagni allora questi cambierebbero diventando i partner amorevoli che esse desiderano.

Spesso nelle storie familiari di queste donne rintracciamo abusi, violenze, abbandoni o trascuratezze emozionali. Molte di loro, quelle da cui Norwood ha iniziato le sue storie, hanno alle spalle genitori alcolisti, con gravi disturbi mentali o con rapporti violenti e conflittuali. Spesso queste donne da bambine si sono prese cura della propria madre o padre nella fallace speranza che così facendo avrebbero potuto rimettere insieme i pezzi, riparare le insanabili ferite del proprio ambiente familiare ed essere finalmente viste e amate. Anche famiglie in cui non accadano eventi così eclatanti possono rivelarsi emozionalmente abbandoniche e carenti. Spesso si tratta di famiglie “concrete”, dove l’espressione delle emozioni è fortemente inibita. Dove il disagio emotivo così come l’affetto non trovano la via per esprimersi a parole. E dove quindi le sensazioni di una bambina o di un bambino non vengono riconosciute e convalidate.

“Usiamo la nostra ossessione verso gli uomini che amiamo per dimenticare il nostro dolore, il senso di vuoto, paura e rabbia. Ci serviamo delle nostre relazioni sentimentali come una droga, per non provare quello che sentiremmo se pensassimo ancora a noi stesse.”

(…)

“Se avessimo già un uomo che fosse tutto quanto desideriamo, che bisogno avrebbe di noi? E tutta quella capacità (e coazione) di soccorrere non servirebbe a nulla. La parte più importante della nostra identità sarebbe sprecata. Così, cerchiamo un uomo che non sia quello che vogliamo, e sogniamo che lo diventi per merito nostro.”

(…)

“Vogliamo essere quella che rompe l’incantesimo, per liberare quest’uomo da quello che secondo noi lo imprigiona. Prendiamo la sua mancanza di affettuosità, la sua collera o depressione o crudeltà o indifferenza o violenza o disonestà o tossicodipendenza, come prove evidenti che lui non è mai stato amato abbastanza.”

(Robin Norwood)

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Riconoscersi fra le donne che amano troppo

disegno di donna che piange
Credit foto © Pixabay

Norwood illustra bene, attraverso le storie che ci racconta, come queste tipologie di passati familiari possano condizionare drammaticamente la possibilità di instaurare relazioni intime in età adulta.

Una bambina che non è stata vista e riconosciuta nei suoi bisogni emozionali ha fatto fronte a questo accudendo un genitore insensibile o abusante. Potrà diventare una donna che ama troppo. Una donna, cioè, che scambia la sofferenza con l’amore. Che si sente attratta da uomini sfuggenti, problematici o violenti. E che pensa, inconsciamente, che solo riuscendo a cambiarli otterrà il riconoscimento e l’amore di cui ha sempre avuto bisogno. Se non si è conosciuta un’intimità affettiva profonda nei rapporti affettivi primari sarà difficile arrischiarsi a costruirla in un affetto adulto. Queste donne, in altre parole, hanno disperatamente bisogno di qualcosa che non conoscono. E la cercano in relazioni disfunzionali che mai potranno appagarle.

Il mito della sofferenza per amore è piuttosto radicato nella nostra cultura, siti web e canali di informazione mainstream abbondano di decaloghi e consigli per riconoscere un manipolatore, smascherare un narcisista eccetera… Ma le donne che si ritrovano prigioniere in una relazione violenta o di dipendenza affettiva ne riconoscono le sofferenze ma si sentono incapaci di allontanarsene. Per questo, ribadisce Norwood, il primo passo è riconoscere di avere un problema. Riconoscere che dare la colpa a sé stesse e giustificare il partner sono solo “sintomi” della propria dipendenza. E quindi cercare aiuto.

“Molte donne commettono l’errore,” continua la Norwood, “di cercare un uomo con cui sviluppare una relazione senza aver prima sviluppato una relazione con se stesse; corrono da un uomo all’altro, alla ricerca di ciò che manca dentro di loro.” E, molto saggiamente, conclude: “La ricerca deve cominciare a casa, all’interno di sé. Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stesse, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo altro vuoto”.

(Robin Norwood)





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