Psicologia

Binge Eating Disorder: abbuffarsi per colmare il vuoto interiore

Di Cristina Rubano - 3 Febbraio 2022

Può trattarsi di una sorta di raptus improvviso, apparentemente senza motivo, oppure di un mangiare scatenato da particolari “inneschi”: una sensazione di ansia o tristezza, la noia, la fine di una vacanza o di una relazione, la vista del cibo stesso… O, ancora, di una sorta di stanca abitudine, di un rifugio anestetizzante in cui, si è già deciso, non si potrà far altro che sprofondare… A tutte queste, e ad altre possibili motivazioni, fa riferimento il disturbo alimentare del Binge eating disorder.

“Mangiare ha un potere sorprendentemente contraddittorio: può rilassare e calmare i nervi e allo stesso tempo farvi diventare matti. (…) la fame nervosa riguarda il consumo di cibo non per alleviare la fame, ma in reazione a qualunque tipo di sentimento, anche a quelli piacevoli come la gioia e la sorpresa. Proprio così: anche i sentimenti positivi, possono portare a un’assunzione eccessiva di cibo. A volte si mangia perché ci fa sentire bene e non vogliamo che quella sensazione svanisca.”

(Susan Albers)

Che cos’è il Binge Eating disorder?

ragazza che si abbuffa

Credit foto
©Pexels

La persona inizia a mangiare, in breve tempo, una quantità di cibo decisamente sproporzionata sia rispetto alle sue reali esigenze alimentari, sia rispetto a quanto mediamente le altre persone farebbero nella stessa circostanza. Durante questi episodi, la sensazione è spesso quella di perdere il controllo di sé, si può arrivare anche a mangiare cibi non graditi, avariati o ancora congelati; alcune persone non hanno una chiara coscienza di quanto stanno mangiando fino a quando non vedono fuori da loro gli effetti concreti della loro abbuffata: le carte del cibo, le confezioni svuotate.

Le persone che esprimono il proprio malessere emozionale riempiendosi di cibo possono mangiare anche senza avere realmente fame, anche sapendo di essere già sazie e non fermarsi neanche quando avvertono chiaramente un fastidioso senso di pienezza.

Generalmente queste escursioni alimentari avvengono in solitudine, al riparo dalla presenza di altri, donano un fugace senso di sollievo per poi lasciare il posto, oltre a malesseri fisici, a sensazioni di colpa, vergogna, senso di fallimento e disistima di sé.

Il Binge Eating Disorder (disturbo da alimentazione incontrollata) è stato definito da alcuni la “fame infinita”, in realtà, a dispetto delle apparenze, la fame – almeno quella fisica – non c’entra per niente…

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Come capire se si soffre di disturbo da Binge Eating?

Il disturbo da alimentazione incontrollata è stato curiosamente riconosciuto a pieno titolo fra i disturbi alimentari solo in anni relativamente recenti. I manuali diagnostici sembravano molto più inclini a riconoscere come problematica una condotta alimentare troppo restrittiva (le forme anoressiche o bulimiche dei disturbi dell’alimentazione) rispetto al suo contrario.  Il sovrappeso e l’obesità – a cui queste persone vanno spesso incontro – è culturalmente associato più spesso o malattia o colpa: o a un problema organico-fisico o a una sorta di mancanza di forza di volontà. Chi ha un disturbo da alimentazione incontrollata si differenzia da una persona sovrappeso per cause fisiche per la ridotta capacità di tollerare e gestire le emozioni disturbanti da cui cerca sollievo nel cibo. La causa del suo aumento ponderale è nel malessere emotivo, non in disfunzioni organiche.

In realtà il Binge Eating Disorder è un disturbo alimentare in evidente continuità con anoressia e bulimia. Disturbi diversi possono alternarsi nella storia di una stessa persona: la restrizione anoressica, la condotta bulimica o l’alimentazione incontrollata possono caratterizzare fasi differenti (e livelli differenti di consapevolezza) del disturbo alimentare: il malessere è il medesimo, cambia solo il modo in cui la persona lo esprime.

In tutti i disturbi alimentari la persona rivela di non essere in condizione di riconoscere e vivere gli affetti, i propri bisogni o desideri e cerca sollievo emozionale attraverso il cibo o il controllo ferreo di esso.

In questi casi, come recitava un libro sull’argomento (Vincent, 2002), la persona “mangia” letteralmente le proprie emozioni, di cui spesso non è né padrona né consapevole poiché al posto dell’emozione stessa avverte un urgente bisogno di riempirsi.

Non sono più i segnali interni di fame e sazietà a regolare la condotta alimentare in questi casi, ma i segnali emotivi insieme a tutta una serie di input esterni che possono innescare un’abbuffata alimentare.

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Il dolore mentale e il Binge Eating Disorder

Il disturbo da alimentazione incontrollata rispetto ad anoressia e bulimia è vissuto con molta più sofferenza e disperazione poiché in questa condizione l’impulso a mangiare non sembra contenuto e contenibile in nessun modo, nulla sembra possa darle l’illusione di riprendere il controllo; illusione sempre presente nei digiuni e nelle condotte di eliminazione dell’anoressia e della bulimia. Questo rende il binge eating anche un problema fortemente egodistonico, che spinge a cercare aiuto più facilmente e più prontamente rispetto ad altre forme di problematiche alimentari. Alle volte, come si è detto, l’alimentazione incontrollata sopraggiunge dopo il fallimento della restrizione anoressica e della condotta bulimica. Per la persona questo può rappresentare una fase di shock e di grandissimo dolore psichico, ma anche una salvezza perché, non di rado, è solo in questa fase di scompenso dalle precedenti che alcune persone trovano la reale motivazione di chiedere aiuto.

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Come si cura il Binge Eating?

Chi mangia in modo incontrollato non ha fame, non ha bisogno di cibo, non è il riempimento del corpo quello a cui anela. Le ragioni del suo abbuffarsi non risiedono nella pancia ma nella mente: nelle emozioni mai provate e mai “digerite”, nei bisogni emotivi (anche fisici alle volte) mai riconosciuti e soddisfatti, nei desideri mai coltivati o mai espressi. Se ad un bisogno “non edibile”, come può esserlo un bisogno emozionale, rispondiamo con del cibo, la mente non potrà far altro che alzare il livello di stress e di insoddisfazione perché non le stiamo dando il “nutrimento” appropriato.

La persona che si abbuffa senza riuscire a fermarsi non continua a mangiare perché ha tanta fame, continua a mangiare perché per quanto possa aver già mangiato nessun cibo potrà mai realmente appagarla, mai realmente tranquillizzarla o farla sentire integra e di valore. Il mangiare compulsivo ci sta semplicemente dicendo che ciò che cerchiamo non è lì, nel pacco di biscotti o nella vaschetta di gelato, ma altrove…

Sebbene la terapia richieda approcci multidisciplinari che prevedano, oltre all’intervento psicologico, anche terapie mediche e rieducazioni nutrizionali, il cuore della guarigione risiede nella mente.

Che cosa aspettasi da una psicoterapia per un disturbo da alimentazione incontrollata? Un controllo del sintomo? Che quella persona semplicemente smetta di abbuffarsi e segua magari una dieta? No, o almeno non esattamente.

Non ci aspettiamo che non si abbuffi, ci auguriamo piuttosto che arrivi a non avvertire più l’impulso a farlo. Che possa iniziare a vivere la pienezza delle proprie emozioni senza reprimerle o convertirle nell’urgenza di riempirsi. L’abbuffata in un disturbo alimentare non è un atto concreto, ma soprattutto uno stato della mente. Un intervento psicologico che si ponga realmente al servizio della persona andrà ad agire su quello stato della mente, non si ridurrà al mero controllo comportamentale. L’abbuffata non è un errore, ma un segnale che va al più presto decodificato altrimenti, come ogni segnale di allarme, diverrà sempre più forte…

“Le donne che hanno deciso di guarire dai disturbi alimentari hanno dovuto dapprima intraprendere una strada piena di curve e svolte tortuose, di involuzioni e spirali, che le ha condotte al loro centro. Hanno dovuto lasciarsi alle spalle il vecchio modo di percepire sé stesse, mutuato quasi sempre dagli altri, e rivendicare la loro capacità di decidere. Se volevano scoprire quali erano i loro pensieri, i loro sentimenti e i loro desideri reali, dovevano ascoltare quella voce che nasceva dentro di loro e che offriva guida e sostegno, disobbedire alla mente razionale e affidarsi al potere delle emozioni e delle intuizioni.”

(Anita Johnston)

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Per saperne di più:

Johnston A. (1996), Il corpo delle donne: fiabe, miti e leggende per trasformare il nostro rapporto col cibo, trad. it. Le Polene, 2014.

Albers S. (2009). 50 Modi per vincere la fame nervosa, trad. it., Macro Edizioni, 2016.

Vincent L. (2002). Sono infelice e mangio! Stop al cibo come compensazione affettiva, Ed. Paoline.

Cristina Rubano





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