Un maestro zen vide uno scorpione annegare in uno stagno e decise di trarlo in salvo. Quando lo fece, lo scorpione lo punse. Per l’effetto del dolore, il maestro lasciò l’animale che di nuovo cadde in acqua in procinto di annegare. Il maestro tentò di tirarlo nuovamente fuori dall’acqua e l’animale lo punse nuovamente.

Un giovane discepolo che vide la scena gli si avvicinò e gli disse:

“Scusate, maestro, ma perché continuate? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua, lo scorpione vi punge?”

Il maestro gli rispose:

“La natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare”.

Allora il maestro rifletté e con l’aiuto di una foglia, tolse lo scorpione dell’acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò:

“Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni”.

(Storia zen)

Cercare di aiutare chi soffre di depressione, specie se si tratta di un partner o un familiare, può rivelarsi estremamente difficile e frustrante e, sì, ci si può far male

Ciò che ogni genitore, figlio o coniuge di una persona depressa sa bene è che il proprio caro non inizierà a combattere la depressione grazie a qualche frase di incoraggiamento: spronarlo a reagire si rivelerà il modo migliore per alimentare un’ulteriore chiusura. Il rischio è che la crisi depressiva investa l’intero nucleo familiare creando indirettamente disagio anche a coloro che vorrebbero portare aiuto. È necessario riconoscere e contrastare questi rischi per non assecondare la spirale depressiva da cui in realtà il proprio caro vuole quasi sempre poter uscire.

Perché è difficile aiutare una persona depressa

Ragazza che piange e due braccia che la consolano
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La definizione di depressione, sebbene molto nota fra gli specialisti, non è scontata nel senso comune. La parola “depressione” infatti è spesso usata ordinariamente per identificare a livello culturale uno stato di normale tristezza o di passeggero scoraggiamento, disagi emozionali tutt’altro che patologici quindi. Questo utilizzo “improprio” del termine non ha nulla a che vedere con la depressione clinica. Chi esperisce questa condizione psicopatologica non si sente semplicemente “triste”, ma avverte vissuti di disperazione, perdita di interesse e svalutazione di sé talmente forti indurlo a ritirarsi profondamente perdendo la capacità di investire energie, fisiche e mentali, nelle attività e negli affetti “fuori” da sé.

È soprattutto per questo motivo che può risultare moto difficile aiutare un familiare depresso: egli non ha la possibilità di investire emotivamente nell’aiuto che gli si sta offrendo, tutto sembra inutile e senza speranza.

Questa condizione può alimentare tentativi e desideri di “salvazione”, portare a fare grandi sacrifici e numerose rinunce pur di restare accanto al proprio caro col rischio però di vederlo sprofondare sempre più nella sua condizione ad ogni tentativo fatto per risollevarlo.

Nel modello dell’Analisi Transazionale viene utilizzata una metafora molto efficace per illustrare in che modo fra due persone possa instaurarsi un “gioco” relazionale che, a dispetto dei migliori propositi, può rivelarsi distruttivo per entrambe le parti. Immaginate un triangolo che unisce ai suoi vertici tre possibili “personaggi”: il salvatore, la vittima e il persecutore.

Potrà sembrarvi sulle prime piuttosto ovvio che la vittima sia il familiare depresso e il salvatore colui che tenta di risollevarlo (un coniuge, un genitore o un figlio ad esempio). Del persecutore al momento non sappiamo che pensare…

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La depressione è sentirsi come sei avessi perso qualcosa, ma che non hai idea di quando o dove l’hai perso l’ultima volta. Poi un giorno ti rendi conto quello che hai perso è te stesso.
(Anonimo)

L’insostenibile ruolo di chi vuole aiutare a ogni costo

Ebbene questi tre ruoli in realtà sono tutt’altro che stabilmente assegnati, possono prodursi purtroppo alcune variazioni sul tema che rischiano di complicare le cose per tutte le parti in causa. In realtà chi ha un familiare depresso forse si riconoscerà in quello che sto per dire.

Sostenere il ruolo del salvatore può diventare difficile ed estremamente frustrante se i propri sforzi non producono risultati, questo può generare sentimenti di inutilità, impotenza, inefficacia che possono facilmente far tramutare la sollecitudine in aggressività. Il rischio, in altre parole, è che a furia di cercare di spronare il proprio familiare a reagire e ad accudirlo in tutto e per tutto senza ottenere nulla si inizi involontariamente a covare verso di lui/lei proprio quel risentimento giudicante che mai si sarebbe voluto avere: ci si è calati imprevedibilmente nei panni del “persecutore”. Il rischio è di aggravare nella persona depressa il senso di colpa, disistima e la sensazione di essere “un peso”…

C’è un’altra variazione sul tema: la persona depressa reagisce con irritazione e aggressività all’aiuto fornito (specie nella depressione ansiosa dove il vissuto depressivo si accompagna a stati di forte agitazione) diventando una sorta di “persecutore” e rendendo un po’ “vittima” il suo salvatore che rischia di risentire a sua volta di vissuti di inutilità, tristezza e disperazione…

Atteggiamenti che possono aiutare un familiare depresso

Anche se può sembrare controintuitivo il familiare depresso, per quanto possa reclamare aiuto e accudimento, non vuole che vi annulliate per lui/lei. La cosa peggiore che possa accadere ad una persona con una depressione clinica è di avere introno a sé una situazione familiare in cui percepisce di essere diventato “un peso” per gli altri. Questo punto è molto importante perché rischia di alimentare la spirale depressiva: più il familiare è depresso, più ci si annulla per accudirlo e più questo alimenterà il suo senso di inutilità e colpa.

Mantenere, per quanto si può, una giusta distanza, che non colpevolizzi ma neanche deresponsabilizzi la persona per la sua psicopatologia è essenziale. Può essere molto difficile emotivamente fare questo: veder scomparire l’affetto di un proprio caro dietro la coltre della depressione è un’esperienza penosa densa spesso di vissuti emergenziali che portano a “tentare l’impossibile” e a dedicarsi a lui/lei in tutto e per tutto, accudendo ogni suo bisogno senza chiedere alcuna reciprocità. Questo è perfettamente comprensibile ma insidioso perché pone la persona sofferente nel ruolo di “incapace” sostituendosi a lei e assumendo su di sé la responsabilità del suo benessere.

Mettete una giusta distanza dicevamo, uno dei modi per farlo è senza dubbio riconoscere la differenza fra la persona e la sua psicopatologia, distinguere quando è la malattia a parlare riconoscendone gli aspetti sintomatici senza prenderli “sul personale”, senza scambiarli (emotivamente) per accuse o abbandoni rivolto nei propri confronti. Questo può essere molto difficile per i figli di madri o padri depressi che in giovanissima età si trovano a sperimentare atteggiamenti di rabbia o rifiuto genitoriale senza avere la maturità per comprendere che tali comportamenti sono indotti dallo stato depressivo e non per una mancanza di affetto nei loro confronti.

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Cosa dire a una persona depressa?

Difficile avere formule valide per tutti, ogni caso è naturalmente diverso. Posso essere però utili a riflettere alcuni esempi: “ti senti molto triste?”, “da quanto tempo ti senti così?”, “c’è stato qualcosa che ha scatenato questa tristezza?”, “come posso aiutarti?”, “c’è qualche pensiero che ti spaventa?”, “mi aiuti un momento a fare questa cosa?”. In tutti questi esempi, che non sono certo esaustivi, si cerca di mostrare interesse e partecipazione per la persona depressa sollecitando al tempo una posizione attiva nel comunicare i suoi stati d’animo e i suoi bisogni.

Bisogna accettare i propri limiti: si è figli, coniugi o genitori, non degli specialisti della salute mentale. Un familiare potrà superare la depressione solo chiedendo aiuto a dei professionisti ed è solo in tal senso che possono andare gli incoraggiamenti dei familiari. C’è bisogno di un “mezzo”, di un terzo elemento (quello terapeutico appunto) che si interponga fra l’aiuto dei familiari e la persona depressa, come la foglia della storia zen citata all’inizio: non potete far tutto da soli altrimenti vi farete del male e il vostro familiare sprofonderà in acque ancora più torbide.

Se siete familiari di una persona depressa, anche richiedere un aiuto per voi stessi può essere molto utile, sia chiedendo un sostegno individuale che di gruppo.

Cristina Rubano

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Psicologa, specialista in Psicologia della Salute e Psicoterapeuta. La sua attività di psicologa si unisce all'interesse per ambiti e settori variegati tra loro. Trova che la saggezza e lo spirito delle culture orientali possano insegnare molto alla frenesia della mente occidentale, ha fatto esperienza di tecniche di meditazione e collabora con associazioni che si occupano di diffondere questa pratica. Da diversi anni conosce e pratica il Training Autogeno – il così detto “yoga occidentale” – e svolge corsi di addestramento a questo e ad altri metodi di rilassamento. Si occupa inoltre di psicologia dell'alimentazione, sia in ambito clinico che di prevenzione e promozione del benessere psicologico. Le piace pensare alla sua non solo come una professione d’aiuto, ma una competenza messa al servizio della realizzazione delle persone affinché possano ampliare le proprie capacità di scelta, raggiungere i propri obiettivi e intravederne sempre di nuovi. “La felicità è una cosa nella quale ci si deve esercitare, come col violino”. (John Lubbock) Il suo sito web è www.cristinarubano.it