Psicologia

5 insegnamenti dalle fiabe che dovremmo ricordare da adulti

Di Cristina Rubano - 12 Gennaio 2022

Le fiabe non sono storie adatte solo ai bambini, da un punto di vista psicologico possono serbar importanti messaggi simbolici anche per gli adulti. Spesso sono storie frutto di leggende e tradizioni popolari antichissime e comuni a molte culture. Rappresentano il patrimonio narrativo e simbolico del genere umano e hanno molto da insegnarci.

Leggere le fiabe ai bambini è un gesto importantissimo, non solo per il legame affettivo e per la stimolazione cognitiva immaginativa; la anche per educarli a determinati valori e messaggi: la morale delle favole è sempre un importante insegnamento di vita.

Il messaggio delle fiabe tuttavia non si esaurisce qui, molte fiabe famose non sono semplici storielle educative, ma serbano significati simbolici che possono rivelarsi uno strumento prezioso di conoscenza e di crescita per la nostra psiche.

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  1. La volpe e l’uva per non cedere agli autoinganni della mente

Le fiabe, proprio perché attengono al mondo della fantasia, possono essere lette sia come metafore delle situazioni della vita esterna, sia come rappresentazioni simboliche di ciò che avviene nella nostra psiche. Una di queste è la favola di Esopo de La volpe e l’uva. La trama è nota a tutti: una volpe vede dei grappoli d’uva matura pendere dai filari di una vite, cerca in ogni modo di arrampicarsi per raggiungerla ma nulla da fare: non riesce a saltare abbastanza in alto per raggiungerla. Punta nel vivo dalla sconfitta, preferisce negare a sé stessa l’appetibilità di ciò che non ha ottenuto dicendo “tanto era ancora acerba!” piuttosto che vivere il proprio insuccesso.

Questa favola è un esempio perfetto di uno dei meccanismi di difesa che tutti noi, nella vita ordinaria, adottiamo inconsapevolmente: la razionalizzazione. Facciamo questo ogni volta che “ce la raccontiamo” adducendo a noi stessi giustificazioni e spiegazioni razionali di un nostro comportamento (o mancato comportamento) pur di non ammettere un nostro errore, una nostra rinuncia o debolezza. Paghiamo però un certo prezzo: per evitare una piccola “ferita di orgoglio” neghiamo a noi stessi la consistenza di un desiderio. Sicuri che ne valga la pena?

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  1. Hansel e Gretel, le difficoltà fanno parte del percorso

Un’idea piuttosto semplicistica e stereotipata vede le fiabe solo ed esclusivamente come “roba da bambini” e relega il mondo della fantasia e dell’immaginario a un qualcosa distante dal mondo reale: là nel regno delle fiabe tutto è possibile e facile, mentre qui nella “vita vera” sì che ci sono i problemi da risolvere!

Beh, se fosse così le fiabe non verrebbero raccontate e tramandate da millenni! Non dobbiamo coglierne solo il significato più letterale, non dobbiamo rimanere concretamente aderenti ai fatti narrati: è certamente vero che qui nella vita “vera” non incontreremo mai alcun drago volante, nessun topolino trasformato in cavallo e men che mai una casetta fatta di marzapane! Le fiabe sono un po’ come i sogni che facciamo la notte: sovvertono le regole razionali e concrete del mondo che conosciamo da svegli per parlarci in un altro linguaggio di un altro tipo di realtà: quella più impalpabile che abita la nostra mente.

Gli eventi fantastici narrati nelle favole ci mostrano sempre protagonisti e protagoniste che attraversano mille peripezie, a volte fidando la morte e a costo di gradi perdite affettive, fino ad ottenere nei modi più incredibili una risoluzione dei loro problemi. Cenerentola deve attendere anni, orfana di madre e preda di una matrigna cattiva, prima di potersi riscattare e incontrare finalmente il suo principe. Hansel e Gretel dovranno sfuggire alla strega cattiva per riuscire a ritrovare la via di casa… Le fiabe ci insegnano che la “magia” non avviene mai senza fatica, che le difficoltà fanno parte di ogni percorso.

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  1. Una bacchetta magica è la speranza, l’ultima a morire

Nelle fiabe è vero: esiste la bacchetta magica, l’abracadabra che tutto risolve, ma spesso questo esito fortunato non arriva subito ma quando tutto sembra perduto

Le fiabe ci insegnano che è importante coltivare la speranza, mantenere la fiducia che possa esistere la possibilità di una risoluzione positiva anche quando le cose che vediamo intorno a noi sembrerebbero lasciarci credere il contrario. Quanto combattiamo per raggiungere quel che vogliamo, quando lottiamo per un obiettivo a cui teniamo è spesso nel momento più duro, quello in cui ci sembra quasi inutile continuare ad insistere che siamo in realtà più che mai vicini alla meta

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  1. Dentro di noi c’è un eroe/eroina che affronta la paura

Le fiabe raccontano il viaggio dell’eroe o dell’eroina che può essere considerato una metafora della maturazione psicologica di ognuno di noi. Questa avviene spesso mettendoci alla prova, affrontando le nostre paure e spingendoci sempre un po’ più in là della nostra personale e momentanea “zona di comfort”. Le “prove” da affrontare possono essere soggettivamente diverse, ma tutti noi incontriamo nella nostra crescita situazioni, alcune ordinarie altre straordinarie, che ci stimolano ad andare oltre i nostri limiti, ad abbandonare qualcuna delle nostre sicurezze.

Avvicinare quella ragazza che ci piace senza farci bloccare dalla paura del rifiuto (o senza negare a noi stessi quanto ci interessa, ricordate la volpe e l’uva di poco sopra?). Decidere che quel viaggio di lavoro è più importante della nostra paura dell’aereo. Affidarci alla nostra parte saggia e proteggerci chiudendo una relazione che ci fa soffrire… Ognuno di noi, nelle più disparate situazioni dell’esistenza, può vincere con eroismo le proprie paure.

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  1. Dentro di te esiste sia la “fata” che la “strega”

Un aspetto spesso simbolizzato nelle fiabe è l’ambivalenza psichica, le contraddizioni dell’animo umano rappresentate come personaggi contrapposti. Ne troviamo traccia ad esempio in molte rappresentazioni del femminile: la fata e la strega; la madre amorevole e la matrigna cattiva. Quel che nelle favole è contrapposto in realtà rappresenta polarità della psiche che dovrebbero trovare posto entrambe dentro di noi proprio per evitare di ricadere in uno solo dei due estremi: i disequilibri si rivelano sempre, presto o tardi, fonte di sofferenza.

Ne è un esempio, appunto, la rappresentazione del materno: nella maggior parte dei casi, non esistono madri assolutamente buone e totalmente cattive. La madre idealizzata che tutto sa e tutto consola, che si sacrifica totalmente e incondizionatamente esiste grazie alla “strega”, alla versione più negativa e compensatoria di questo stereotipo angelicato. La rappresentazione culturale idealizzata della maternità è purtroppo qualcosa che ancora esiste e condiziona le aspettative delle madri e di chi sta loro intorno. Manca una rappresentazione alternativa, realistica della maternità come impegno psichico complesso, gratificante ma anche difficile e faticoso: non si nasce madri già fatte ma lo si diventa man mano. Dall’alternanza fra le opposte polarità del materno nelle fiabe possiamo trarre questo insegnamento: il cattivo non è mai solo fori da noi è anzitutto dentro di noi, rappresenta, in modi meno estremizzati e deteriori, le nostre parti più oscure, umane e sofferenti. Solo riconoscendole e accettandole possiamo evitare che diventino un’ombra ingovernabile e distruttiva.

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Cristina Rubano





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