Sentire la mancanza di una persona è una condizione che può fare molto male. Ci si sente vuoti, tristi, malinconici e, spesso, è una mancanza che non si può colmare perché la persona che ci manca è lontana o non vuole vederci o ancora non è più in vita.

“Un giorno, tre autunni”. Un proverbio cinese usato quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni.
(Anonimo)

Possiamo vivere tante mancanze: quelle riguardanti persone oppure animali ma anche luoghi e climi. Sono le mancanze del cuore, quelle che ci riportano ad un ricordo del passato e che, rievocandole, le facciamo entrare in noi. Proprio come scrive la scrittrice Lailly Daolio “il mancarsi è già un appartenersi”.

Quando pensiamo a qualcuno lo portiamo vicino a noi. Non fisicamente ma spiritualmente. E questa vicinanza di anime ci parla più di mille parole, più di mille abbracci, più di mille sguardi. E’ un dialogo silenzioso ma potente all’interno di noi stessi.

Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia.
(Erri De Luca)

Sentire la mancanza di qualcuno è un invito al dialogo interiore e non è buona cosa cercare subito in tutti i modi di colmare questo vuoto. E’ importante rimanerci in questo grande burrone emotivo e fermarsi ad ascoltare l’eco della nostra interiorità che arriva e che ci vuole comunicare grandi verità.

Sentire la mancanza di qualcuno: cosa fare

Donna solitudine
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Secondo Victor Hugo “quello che ci manca ci attira. Nessuno vuole la luce come il cieco“. La mancanza è quindi un grido di attenzione. Stiamo male, il nostro pensiero è sempre rivolto a quella persona, non riusciamo più a sorridere, a stare bene, a goderci la vita. Tutto questo accade perché la nostra anima ci chiede di fermarci e di contemplare questo vuoto che c’è in noi, di spogliarlo di aspettative, di rimpianti, di sensi di colpa e di rabbia. E’ il momento dell’osservazione di ciò che accade dentro al nostro cuore, di ciò che suscita questo vuoto nella nostra vita, dei sogni che ci fa vivere la notte, degli incubi, dei pensieri più ricorrenti, dei comportamenti che ci porta a fare. E’ un invito all’auto-osservazione.

Una stanza può essere definita vuota, se si tolgono tutti i mobili, se non si lascia all’interno alcuna suppellettile; in quel caso la si definisce vuota. È vuota di tutto ciò che conteneva un tempo, ma è anche piena: colma di vuoto, piena di se stessa.
(Osho)

Sentire la mancanza di qualcuno è l’occasione per percepirsi, per guardarsi dentro, per guardarsi con occhi nuovi. Non serve altro se non rimanere nel vuoto e attendere che il tempo trascorso in quella culla di nulla ci porti a spazzare via la nostra nebbia interiore e a vederci finalmente chiaro. Ad un certo punto, liberi da aspettative, programmi e attese, sentiremo una pace interiore mai vissuta prima e la nostra mancanza diverrà pienezza. Di noi. E di nessun altro.

La mancanza ci invita a stare

Nella sensazione di vuoto è difficile rimanere. Sentiamo che ci manca nostro figlio perché lontano, sentiamo nostalgia di quella casa, continuiamo a pensare a quell’amore finito oppure la nostra attenzione è tutta rivolta verso quella morte accaduta da poco. In tutte queste esperienze di vuoto è il dolore il vero protagonista. Esso agisce in noi e ci fa versare lacrime su lacrime, ci toglie energia, ci porta a chiuderci in noi stessi. Perché è l’unico modo per destarci, per rivolgere lo sguardo all’interno, per farci comprendere grandi lezioni di vita, lezioni comprensibili solo attraverso l’esperienza diretta.

Uomo da solo nel mare
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Ecco perché è importante rimanere nella mancanza: per non perdere i suoi grandi insegnamenti. Che non tarderanno ad arrivare per chi ha imparato ad arrendersi al vuoto, a non ostacolarlo, a non rifiutarlo.

L’oggetto della nostra mancanza diviene così un simbolo che ci vuole parlare. Possiamo iniziare un vero e proprio dialogo interiore con questo simbolo attraverso la scrittura di lettere, meditazioni, rituali di danza, attività artistiche come la pittura o il canto, ma anche semplici passeggiate nel bosco o in natura sono in grado di attivare in noi questo dialogo potente. E’ come se il nostro sguardo d’amore cambiasse angolazione: non più concentrato sulla persona che ci manca ma sui messaggi da scoprire che la sua stessa mancanza ha portato da noi.

La mente lascerà così il controllo della nostra vita, emergeranno intuizioni, idee, soluzioni creative e come fiori sbocciati all’improvviso in primavera, tutto si farà più chiaro. Grazie ad un tempo lento, alla pazienza, allo scorrere delle giornate tuffati nella nostra interiorità.

Non bisogna mai soffrire per la lontananza dei corpi quando si possiede la vicinanza dell’anima.
(Paola Poli)

Sentire la mancanza di una persona vuol dire non riuscire a percepirla

Dopo essere riusciti a rimanere in noi stessi per tanto tempo, ad osservarci, a parlare con la mancanza e il vuoto che ci sono venuti a trovare, possiamo realmente comprendere il valore di quella assenza. Se è piena di rabbia, di tenerezza, di nostalgia, di rancore. E farci i conti con queste emozioni che ci cuscita.

A volte basta poco tempo trascorso in solitudine per comprendere che in realtà non esiste nessuna mancanza. Altre volte invece la mancanza diviene ancora più intensa. In tutti i casi è utile comprendere il potere che quel vuoto ha su di noi per poterlo trasformare in ricchezza e per non rischiare invece di riempirlo con sostituti provvisori che aumenterebbero ancor di più la nostra mancanza.

Vivere il vuoto lasciato da una persona vuol dire pensarla, dedicarle parole, intenti, preghiere, sussurri d’anima, atti creativi e meditativi. Scoprire attraverso il suo non essere con noi nostre verità interiori rimaste inascoltate per tanto tempo. Solo in questo modo riusciamo a percepire vivamente chi è lontano: un legame sottile ma potentissimo s’instaura tra noi e quella persona, riusciamo a coglierne la presenza, a non sentirci soli, a parlarci senza le parole. E’ un vero e proprio collegamento d’anima. Perché siamo stati in grado di tuffarci così a fondo in noi stessi da trovare la via per connetterci con l’altro.

La mancanza è un invito. A trovarci là dove i corpi non sono ammessi, dove gli sguardi non contano più, dove le parole sono solo rumore e distrazione.

Coloro che ci hanno lasciato non sono degli assenti, ma degli invisibili, che tengono i loro occhi pieni di luce fissi nei nostri pieni di lacrime.
(Sant’Agostino)

Elena Bernabè Scrittrice