Ogni famiglia è contraddistinta da strappi. Veri e propri voragini di assenze. Che nel periodo di Natale emergono prepotentemente come semi dal terreno.

I nostri cari che ci hanno lasciato non sono più seduti attorno alla tavola di Natale, non formano più il cerchio intorno al quale ci accomodiamo in questi giorni di festa, hanno lasciato il loro posto vuoto. La loro assenza cattura la nostra attenzione. In questo periodo più che mai. Anche se non vogliamo ammetterlo nemmeno a noi stessi.

Solo chi è riuscito ad accogliere l’invisibile nella propria vita, a parlare con gli alberi, a raccontare alla luna i propri pensieri e ad avere fiducia nei disegni dell’universo può sedersi intorno alla tavola natalizia e celebrare per davvero questa festività. Insieme agli assenti. Che in realtà sono più presenti di prima. Solo chi avrà questa consapevolezza, chi riuscirà a scorgere il simbolo nascosto in ogni evento, chi avrà imparato ad inchinarsi ad ogni accadimento della vita considerandolo il più grande maestro di sempre, potrà guardare a quelle sedie vuote come a dei troni occupati da re e regine di altri mondi.

Chi invece non avrà ancora sperimentato tutto questo si troverà a fare i conti con un’assenza penetrante, con ferite profonde, con veri e propri strappi genealogici dolorosi e intrisi di sofferenza. Questo maremoto interiore è un invito. A dare attenzione alle nostre rotture familiari. E’ ora di guardarle queste difficili aperture, di prendere in mano ago e filo dell’anima e di ricucirle con riti, rituali, cerimonie e celebrazioni. Non per dimenticarle. Ma per innalzarle, per dare a queste aperture il posto che spetta loro.

Le sedie vuote del Natale non sono sedie da riempire con chiacchiere, distrazioni, fughe o negazioni. Sono da rendere sacre con poesie, canzoni, melodie e danze d’altri tempi. E’ proprio questo il senso di questo periodo. Celebrare la nascita che porta con sé ogni accadimento della nostra esistenza. E nessun evento come la morte può insegnarci così tante cose sulla vita.

Bisognerebbe imbandire la tavola del Natale con nomi dei nostri antenati, con candele accese per ognuno di loro. E mangiare non per riempirsi ma per portare ogni nostro avo dentro di noi. Per creare un simbolo di unione, di collegamento, di vicinanza.

Gli strappi ci destano, ci richiamano a sé, ci aprono gli occhi dell’anima. E ci chiedono di essere ricamati non per nascondersi ma per evidenziarsi con creatività, con amore, con cura. Solo dando attenzione alle nostre assenze possiamo renderle nostre alleate, trasformarle in presenze che amorevolmente ci guidano. Al contrario divengono lacerazioni interiori sempre più dolorose. Fuggire da queste morti è come fuggire da noi stessi ed il dolore verrà a trovarci in modo sempre più forte per indicarci la via da seguire. Per riportarci a casa.

Questo periodo dell’anno va vissuto con lentezza (di pensieri e di azioni), con sobrietà, immersi nel silenzio e nel vuoto. Cucire è un’atto sacro e serio e non può essere effettuato nel rumore, nella distrazione, nella fretta.

E’ il momento di inchinarci ai nostri strappi familiari. E di celebrarli.

Elena Bernabè

Autrice del libro “Alla conquista delle stelle”