Spiritualità

Le sedie vuote del Natale ci costringono a ricucire gli strappi familiari

Di Redazione - 19 Dicembre 2025

Ogni famiglia è contraddistinta da strappi. Veri e propri voragini di assenze. Che nel periodo di Natale emergono prepotentemente come semi dal terreno. Morti veloci, lente, difficili, più accettabili… ma pur sempre addi da vivere.

I nostri cari che ci hanno lasciato non sono più seduti attorno alla tavola di Natale, non formano più il cerchio intorno al quale ci accomodiamo in questi giorni di festa, hanno lasciato il loro posto vuoto. La loro assenza cattura la nostra attenzione. In questo periodo più che mai. Anche se non vogliamo ammetterlo nemmeno a noi stessi.

C’è un momento esatto, verso l’imbrunire, in cui le assenze si sentono più che in ogni altro momento. In quegli attimi il dolore sale e ti si aggroviglia in gola.
(Filippo Alosi)

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Come vivere le sedie vuote del Natale con uno sguardo costruttivo

Solo chi è riuscito ad accogliere l’invisibile nella propria vita, a parlare con gli alberi, a raccontare alla luna i propri pensieri e ad avere fiducia nei disegni dell’universo può sedersi intorno alla tavola natalizia e celebrare per davvero questa festività. Insieme agli assenti. Che in realtà sono più presenti di prima. Solo chi avrà questa consapevolezza, chi riuscirà a scorgere il simbolo nascosto in ogni evento, chi avrà imparato ad inchinarsi ad ogni accadimento della vita considerandolo il più grande maestro di sempre, potrà guardare a quelle sedie vuote come a dei troni occupati da re e regine di altri mondi.

Chi invece non avrà ancora sperimentato tutto questo si troverà a fare i conti con un’assenza penetrante, con ferite profonde, con veri e propri strappi genealogici dolorosi e intrisi di sofferenza. Questo maremoto interiore è un invito. A dare attenzione alle nostre rotture familiari. È ora di guardarle queste difficili aperture, di prendere in mano ago e filo dell’anima e di ricucirle con riti, rituali, cerimonie e celebrazioni. Non per dimenticarle. Ma per innalzarle, per dare a queste aperture il posto che spetta loro.

L’assenza è, per colui che ama, la più sicura, la più efficace, la più viva, la più indistruttibile, la più fedele delle presenze.
(Marcel Proust)

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Come trasformare le assenze in presenze ricche di senso

Le sedie vuote del Natale non sono sedie da riempire con chiacchiere, distrazioni, fughe o negazioni. Sono da rendere sacre con poesie, canzoni, melodie e danze d’altri tempi. È proprio questo il senso di questo periodo. Celebrare la nascita che porta con sé ogni accadimento della nostra esistenza. E nessun evento come la morte può insegnarci così tante cose sulla vita.

Bisognerebbe imbandire la tavola del Natale con nomi dei nostri antenati, con candele accese per ognuno di loro. E mangiare non per riempirsi, ma per portare ogni nostro avo dentro di noi. Per creare un simbolo di unione, di collegamento, di vicinanza.

Gli strappi ci destano, ci richiamano a sé, ci aprono gli occhi dell’anima. E ci chiedono di essere ricamati non per nascondersi ma per evidenziarsi con creatività, con amore, con cura. Solo dando attenzione alle nostre assenze possiamo renderle nostre alleate, trasformarle in presenze che amorevolmente ci guidano. Al contrario divengono lacerazioni interiori sempre più dolorose. Fuggire da queste morti è come fuggire da noi stessi ed il dolore verrà a trovarci in modo sempre più forte per indicarci la via da seguire. Per riportarci a casa.

Le assenze lasciano segni, solchi che nessuna aggiunta può colmare.
(Mauro Corona)

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Questo periodo dell’anno va vissuto con lentezza (di pensieri e di azioni), con sobrietà, immersi nel silenzio e nel vuoto. Cucire è un’atto sacro e serio e non può essere effettuato nel rumore, nella distrazione, nella fretta.

È il momento di inchinarci ai nostri strappi familiari. E di celebrarli.

L’altra mattina la mia mamma mi ha chiamato e mi ha detto: “Ho letto un articolo che parlava delle sedie vuote a Natale, del male che fanno”, e le tremava la voce mentre parlava.
Io, poi, a queste sedie vuote ci ho pensato per tre giorni, un po’ anche di notte, e mi ci è venuto perfino il mal di pancia, perché a me la tristezza si accumula tutta lì, nemmeno nel cuore o nella testa.
Nella pancia.
A un certo punto, però, mi sono detta: “se tutti stiamo a pensare alle sedie vuote, a quelli che non ci sono, a chi non c’è mai stato, a chi non c’è più, chi ci penserà a chi è rimasto?
A chi c’è ancora, chi ci pensa?”
A me il Natale non fa tanto bene, perché mi ricorda quanta magia perdiamo per strada, mi ricorda quante speranze mandiamo al patibolo senza nemmeno accorgercene, e insomma: ci sono giornate che mi piacciono di più, tipo il primo giorno di primavera, il giorno in cui cambia l’ora e ci regalano un po’ di luce, il giorno in cui mi sveglio e gli alberi del mio viale sono arrossiti e si preparano a spogliarsi davanti a tutti.
Eppure quest’anno voglio provare a viverla meglio, quest’anno ho un buon proposito per oggi (mi piace andare per gradi, un giorno alla volta, perché poi domani chissà).
Oggi voglio pensare alle sedie piene, a quello che è rimasto, a tutto quello che è sopravvissuto, a tutto quello che c’è.
Alle sedie vuote rivolgerò un sorriso, e non si offenderanno.
Chi non c’è più non si offende se ogni tanto proviamo ad essere felici.

Susanna Casciani

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Articolo aggiornato il 19-12-2025





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