Sono seduta fuori.

Al freddo.

Sopra una panchina di legno che più piccola non si può.

Davanti a me tanti minuscoli stivali da pioggia strapieni di terra e di fango, impilati con ordine uno accanto all’altro.

Il gelo di questi giorni colora di bianco e d’argento i fili d’erba dei campi. E gli aironi, aprendo le loro grandi ali bianche, si innalzano in volo in mezzo alla nebbia come maestosi angeli regali. Tutto è rallentato in questo inizio di gennaio.

Sono fuori dalla porta dell’asilo. Ad attendere.

Dentro, la mia piccolina sta vivendo la sua prima esperienza da sola nel mondo.

Siamo ormai giunte al terzo giorno di inserimento ed io, seduta su quella panchina, mi assaporo gli ultimi momenti di queste giornate di autentica bellezza. Mi sento una privilegiata ad aver vissuto la vita dell’asilo, camminavo in punta di piedi per la paura di contaminare un luogo sacro, sussurravo per il timore di rovinare quell’atmosfera incantata.

Siamo state tre giorni insieme, io e la mia piccolina, per conoscere la vita in asilo. Tre giorni per abituarci a nuovi ritmi, a nuove persone, a nuove attività. Tre giorni per metterci alla prova, per separarci, per affidarci ancor di più l’una all’altra.

Tre giorni tra i più meravigliosi della nostra vita insieme.

Un immenso senso di pace mi avvolge seduta su questa panchina, una profonda riconoscenza e gratitudine per le persone che condivideranno con me la crescita della mia piccolina, una grande e potentissima fiducia nella vita.

Osservo ancora una volta quei coloratissimi stivali da pioggia. E sorrido.

I bambini li indossano ogni giorno quando escono in giardino, tutti ben coperti per ripararsi dal gelo mattutino. E grazie a questi stivali possono correre nell’erba bagnata, nella sabbia, nel fango. Vederli fuori equipaggiati con salopette impermeabili, guanti e cappelli di lana è un vero spettacolo: corrono velocemente di qua e di là, su e giù dalle colline di terra, trasportando piccole carriole stracolme di foglie o di sabbia, c’è chi spazza, chi gioca nella casetta di legno, chi si occupa delle galline.

E intanto le loro guance si dipingono di rosso, i loro nasini gocciolano per il freddo. E divengono a tutti gli effetti dei veri e propri gnomi al lavoro, come quelli delle fiabe che instancabilmente costruiscono, creano, inventano.

E quando rientrano in asilo le luci sono soffuse come a voler accogliere e custodire la grande attività esterna che ora deve riposare e sedimentare per poter generare. E i bambini dopo essersi lavati le mani con cura le asciugano in un panno posato sopra le gambe di una bambina e dinnanzi a lei, seduto sopra una seggiolina, un altro bambino porge della crema per le mani, che tanto hanno lavorato e faticato.

Non esiste in asilo il tempo dell’orologio, solo quello scandito dal ritmo delle attività e dei canti delle maestre. E in questo tempo senza tempo l’adulto si perde. Ed è l’unico modo per ritrovarsi per davvero.

Ed io seduta su quella panchina mi rendo conto che in questi giorni sono finalmente riuscita a perdermi un po’. Ecco perché sono in pace. Ecco perché sono riuscita a stare così bene con la mia piccolina.

Dentro di me si è acceso un fuoco spento da chissà quanto tempo.

Ha iniziato a scoppiettare quando ho visto i bambini impilare uno sull’altro i tavoli dell’asilo, arrampicarsi sopra ad essi e, in cima, osservare fieri gli adulti che vigili e attenti li accompagnavano con fiducia in queste imprese eroiche.

Ha iniziato ad alimentarsi ancora di più quando la maestra, intonando delle semplici note, ha invitato i bambini a riordinare e come le più grandi formiche operaie nel giro di pochissimo tempo tutto era in perfetto ordine: panche, tavole, giochi.

In tre giorni non ho assistito a litigi, a discussioni. Nessun rumore fastidioso, nessun caos, nessuna parola di più.

18 bambini sono riusciti a vivere pacificamente e costruttivamente.

Grazie al contenimento gentile e saggio delle maestre. Così presenti a loro stesse, così attente al bambino, così gioiose nel loro lavoro, così rispettose del mondo infantile tanto da parlare tra di loro con gli sguardi più che con le parole.

E in me allora il fuoco è divampato.

Il fuoco della responsabilità adulta che tutto può. Quel fuoco che permette finalmente di incontrare il Bambino e di guidarlo in modo così amorevole e rispettoso. Senza scuse, senza distrazioni, senza parole in più.

Mi porterò a casa questo grande incanto educativo, ormai è entrato a far parte di me.

E per l’ultima volta, seduta sulla mia piccola panchina di legno, rivolgo lo sguardo a quei minuscoli stivaletti. I più piccoli sono della mia bimba.

E sorrido, ancora una volta.

Vivrà momenti di pura magia.

E anch’io, grazie a lei.

Elena Bernabè