Non è facile gestire gli anziani in un mondo dominato dalla frenesia, dove investire il tempo in modo non “produttivo” significa perdere tempo, dove il vecchio del “villaggio” non è più una risorsa di saggezza ed esperienza, ma un peso. In questa società la figura dell’anziano, che presso molti popoli del mondo ha mantenuto il suo valore, è stata spogliata del suo ruolo originario.

Sebbene la società sia formata da singoli individui, è facile lasciarsi condizionare “da dove la barca va”, d’altronde se il lavoro e gli impegni della quotidianità chiamano, occuparsi di una persona anziana diventa praticamente impossibile. Per non parlare del fatto che le famiglie sono diventate nuclei molto più ristretti di un tempo e viene meno quindi il principio della collaborazione. Inoltre il numero di anziani in Occidente è in costante crescita a differenza della natalità in diminuzione.

Non vogliamo passare l’idea “che una volta era meglio”, ma i cambiamenti sociali hanno sicuramente influito sul modo di percepire la figura anziana e sul modo di prendersene cura. Le case di riposo si sono sostituite alla rete parentale ma non mancano polemiche su queste strutture simil-ospedaliere, che tra l’altro richiedono quote di accesso non indifferenti.

In questo panorama non proprio luminoso, si sta facendo strada un modello residenziale realizzato in Danimarca, ormai diffuso in varie parti del mondo, grazie al quale gli anziani possono convivere con gli amici in comunità. Si tratta di villaggi privati dove ogni abitante o coppia ha una propria casa ma condivide con gli altri spazi comuni. In questo modo l’anziano non si trova isolato ma può continuare a socializzare con i propri amici e nuovi conoscenti. Ulteriore alternativa è rappresentata dal Cohousing presso l’abitazione dell’anziano.

Cohousing: un’alternativa alle case di riposo

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In Italia i dati parlano chiano, la popolazione anziana è in costante aumento e moltissimi persone oltre i 75 anni di età vivono sole, addirittura il 32,70%. La maggior parte delle case di residenza sono grandi e non sufficientemente attrezzate per persone di una certà età. Motivo per cui si sta facendo largo una prima forma di cohousing, ovvero la coabitazione in una stessa casa di più inquilini, anziani e non. Gli anziani soli con case grandi a disposizione possono affittare le stanze ospitando coetanei o studenti universitari a modici prezzi. In cambio questi ultimi devono collaborare nei lavori domestici, nel pagamento delle bollette e tenere loro compagnia. La soluzione del cohousing per anziani permette di risolvere almeno in parte il problema dell’assistenza, fatta eccezione per casi specifici in cui è indispensabile l’intervento di specialisti.

Michael Giddings, 58enne, membro del Threshold Centre a proposito del cohousing ha affermato: “Al livello più terra terra la cosa si riduce a situazioni tipo: ‘Devo andar via. Puoi badare al mio gatto?’, ma se uno si ammala allora il gruppo diventa come una famiglia allargata nel senso che esiste una fiducia reciproca e c’è qualcuno che può dare una mano. Col procedere dell’età una persona deve crearsi dei legami che vadano oltre se stesso“.

Oltre a questa formula, si stanno diffondendo anche “cohousing” che prevedono non semplicemente la condivisione di una casa, ma di una vera comunità. I residenti in questo caso collaborano nella progettazione, nella scelta del vicinato, nella manutenzione, vivendo in una sorta di villaggio provvisto sia di abitazioni private che di aree comuni volte a favorire l’interazione sociale.

Se negli spazi privati la vita è come quella delle nostre case, c’è tuttavia la possibilità di accedere a strutture comuni, dalle cucine ai giardini fino alle lavanderie. Sono i residenti stessi a gestire il villaggio e tutte le attività interne non devono generare reddito. Pensati non solo per gli anziani, ma anche per madri sole e giovani a rischio di esclusione, questi villaggi potrebbero rappresentare una valida alternativa alle case di riposo e appaiono anche migliori del “cohousing” privato, ovvero della condivisione della propria casa, visto che favoriscono, a modo loro, un’interazione sociale.

Vantaggi e svantaggi del Cohousing

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Premesso che in Italia il cohousing non è ancora sufficientemente diffuso, i vantaggi sono molteplici. Non solo possibilità per gli anziani di vivere in un ambiente più stimolante di una casa di riposo, e loro coinvolgimento attivo nella comunità, ma anche innovazione dei servizi di cura, grazie al co-care che permette di risolvere con più facilità alcuni problemi assistenziali non gravi. A quanto pare il Cohousing è anche più economico sia per chi gestisce i villaggi che per gli inquilini, per via della possibilità di aggregare la domanda di servizi.

D’altra parte la difficoltà del Cohousing, soprattutto per gli anziani, sta nel dover condividere i propri spazi, ma forse è solo questione di abitudine. D’altronde in Nord Europa e negli Usa il Cohousing funziona e probabilmente, nei prossimi anni, anche l’Italia si aprirà a questa alternativa.

Detto questo, per quanto efficace possa dimostrarsi il Cohousing, l’opzione migliore sarebbe impegnarci a riformulare la società, imparando a non misurare il tempo in base alla produttività e a ritagliarci dei momenti di condivisione con gli anziani riconoscendone il valore. Ma perché questo avvenga occorrono impegno, tempo, disponibilità a mettere in discussione la propria vita e il mondo circostante, stabilendo nuove scale di valori e nuove priorità. Un compito non semplice che tuttavia, a modo nostro, possiamo tentare di perseguire. Con piccoli gesti quotidiani e piccole importanti attenzioni.

Laura De Rosa

mirabilinto.com