Il “velo di Maya” è un’espressione coniata dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer, grande studioso delle filosofie induiste. Secondo lui, il velo di Maya era l’illusione che impediva all’essere umano di fare esperienza della Verità, del principio assoluto di realtà.

Nell’antica India, Māyā significava originariamente “creazione”. Nel Ṛgveda (VI, 47,18) si può leggere “Con i poteri della propria māyā Indra si presenta in differenti forme”. Maya rappresentava quindi il potere di dare una forma, dal quale proveniva il mondo materiale, plasmato dagli dei.

Col passare del tempo, la molteplicità delle forme fece dimenticare all’umanità l’essenza unica delle cose, il principio assoluto di realtà, piombandola in un mondo “caleidoscopico” di forme e strutture nel quale finì per credere, dimenticandosi della sua origine, della sua essenza. Fu così che la Maya, o Creazione, divenne sinonimo di “illusione”.

Il velo dell’illusione, un concetto trasversale a molte culture

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Ritroviamo il concetto del velo delle illusioni che separa l’umanità dalla realtà vera e non-soggettiva in diverse culture, sia in Oriente che in Occidente. Nell’antica Grecia, Platone ne spiegava le dinamiche attraverso il suo celebre mito della Caverna che illustrava la differenza tra il mondo delle cose, pregno di apparenze ed illusioni in cui l’anima dimentica la sua essenza ed immortalità attraverso il ciclo delle reincarnazioni, e il mondo delle idee: l’eterno Vero, l’eterno Buono e l’eterno Bello.

Nell’antico Egitto, si parlava del velo di Iside, “La potente”, personificazione della natura naturans. Era possibile ammirare una sua statua a Sais sulla quale era incisa questa iscrizione: “Io sono tutto ciò che è stato, che è e che sarà; nessun mortale ha mai sollevato il mio velo”.

Carl Gustav Jung nel corso del seminario “Psicologia del Kundalini Yoga” affermava: “C’è una quantità di persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminano ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di là di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Sono nel mondo soltanto provvisoriamente e presto ritorneranno al pleroma da cui hanno avuto inizio. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo; sono sospesi per aria, sono nevrotici che vivono una vita provvisoria: una vita condizionata, la vita di qualcuno che è ancora collegato al pleroma, il mondo archetipico dello splendore, da un cordone ombelicale grosso come una gomena da nave. Bene, nascere è importantissimo; si deve venire in questo mondo, altrimenti non si può realizzare il Sé, e fallisce lo scopo di questo mondo. Se questo succede, semplicemente si deve essere ributtati nel crogiolo e nascere di nuovo.

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[…] Vedete, è di un’importanza assoluta essere in questo mondo, realizzare davvero la propria “entelechia”, il germe di vita che si è, altrimenti non si può mai mettere in moto Kundalini e non ci si può mai distaccare. Si viene ributtati indietro, e non è successo nulla, è un’esperienza assolutamente priva di valore. Si deve credere in questo mondo, mettere radici, fare del proprio meglio, anche se bisogna credere alle cose più assurde. […] Si deve infatti lasciare qualche traccia di sé in questo mondo, che certifichi che siamo stati qui, che qualcosa è successo. Se non accade nulla del genere, non ci si sarà realizzati; il germe di vita è caduto, per così dire, in uno spesso strato d’aria che lo ha tenuto sospeso. Non ha mai toccato il suolo, e quindi non ha potuto produrre la pianta. Se invece si entra in contatto con la realtà in cui si vive, vi si rimane per diversi decenni e si lascia la propria impronta, allora può avviarsi il processo di impersonale.

Il velo di Maya, oltre la separazione dualistica del mondo

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Maya è la creazione che muta e si trasforma, è ciò che permette all’essenza di rivestirsi di diverse involucri, la connotazione negativa che potremmo averne deriva soltanto dal confondere l’essere con l’apparire, o meglio, dalla mancanza di memoria rispetto alla natura profonda delle cose prima ancora della comprensione della percezione soggettiva che ne abbiamo. La natura dell’acqua rimane uguale a se stessa anche se cambia la sua forma in base al contenitore nel quale viene riposta. L’illusione sarebbe di credere che il contenitore cambia la sostanza, confondendo così forma e essenza.

Rapportata all’esperienza che abbiamo della vita, il concetto del velo di Maya ricorda il mito della caverna di Platone in cui gli uomini incatenati credevano che la realtà era il riflesso delle ombre proiettate sulle pareti mentre la vita vera li aspettava fuori, all’aperto. La vita non si limita dunque alla percezione che ne abbiamo in quanto può cambiare, mutare in base alle nostre proiezioni, aspettative e credenze.

Maya, intesa come “Creazione” è l’utero fecondo che partorisce innumerevoli forme di vita. Non a caso deriva dal verbo sanscrito , col significato di “misurare”, “distribuire”, “foggiare”, “ordinare”, “costruire”. La creazione distribuisce l’Essenza in innumerevoli forme di vita ma l’illusione di cui viene accusata di essere portatrice risiede soltanto nello sguardo dell’osservatore inconsapevole della sua natura e di quella del mondo in cui vive, perché si è scordato di sé.

Se l’osservatore scorderà la sua essenza, finirà per identificarsi con la sua mente, il suo aspetto esteriore, le sue credenze, i valori nei quali crede, il ruolo che ricopre nella società, le sue aspettative. Questo identificarsi è l’illusione, il non comprendere che la forma non determina la vera identità. E con grande probabilità non riuscirà ad agire nel mondo manifestando il suo Essere Autentico e resterà prigioniero dell’illusione alla quale lui stesso si sarà incatenato per il tramite delle identificazioni di cui abbiamo parlato prima.

Sollevare il velo di Maya significa ricordare, risvegliarsi

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Sollevare il velo di Maya significa comprendere ciò che tutto crea, unisce e connette, significa liberarsi dalle illusioni nelle quali crediamo e che finiscono per limitare l’esperienza che abbiamo della nostra vita e che dividono il mondo in rappresentazioni parziali, frammentarie.

È possibile giungere a questo stato grazie alla forza vitale, la Volontà di vivere presente in ognuno di noi che cerca di manifestarsi nel mondo e che ci porta a fare l’esperienza del seme che tocca la terra di cui parlava C. G. Jung oltre che della piena consapevolezza del momento: la sati nel buddismo, retta consapevolezza o retta presenza mentale, il settimo elemento del Nobile Ottuplice Sentiero che, secondo il Buddha, porta al risveglio.

Fonti:

Strappare il velo della Maya
Il Velo di Maya di Schopenhauer

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it