Suggestivo, fantasioso, eclettico e sfarzoso: con questi quattro aggettivi potremmo definire il quartiere Coppedè a Roma, un angolo elegante e pittoresco della Capitale, meno conosciuto rispetto alle principali attrazioni della Città Eterna.

Creazione artistico-architettonica tra le più innovative di inizio Novecento, è un luogo incantevole che sorge nel quartiere Trieste-Salario, tra piazza Buenos Aires e via Tagliamento. Si tratta di un complesso di sette fabbricati, dieci palazzine e 18 villini con fulcro centrale in piazza Mincio, progettato dall’architetto, scultore e decoratore fiorentino Gino Coppedè (1866-1927), su commissione della Società Anonima Edilizia Moderna. Il risultato? Un insediamento di circa 30mila mq caratterizzato da un incredibile mescolanza di stili architettonici, dal Liberty all’Art Déco, al neogotico, al barocco, al manierismo fino all’arte greca (non a caso riconducibile alla corrente del Neoeclettismo), che vide la luce negli anni dal 1915 al 1927 e ancora oggi immerge i visitatori in un’atmosfera fiabesca e surreale, tra archi, fontane, torri, loggiati, vetrate, balconi, stucchi, fregi e un’infinita serie di decorazioni multicolori.

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Scrive Corrado Augias ne “I segreti di Roma”: «In una città dall’edilizia spesso disordinata come Roma, il “quartiere Coppedè” si distingue per l’unitarietà del segno e la razionalità del progetto urbanistico. Portando alle conseguenze estreme lo stile detto “eclettico” diffusosi negli anni fra i due secoli, Coppedè s’è inoltrato in una specie di geniale bric-à-brac, dando al suo progetto un’accentuata connotazione fantastica: pinnacoli, guglie, veroni, torrette, portali ferrati, lampade pesantemente sbalzate per l’illuminazione pubblica».

Dopo l’Unità d’Italia e l’affermazione di Roma capitale, la Città Eterna conobbe un lungo periodo di incremento demografico e forte sviluppo economico. La crescita della periferia fu piuttosto sregolata e disordinata e i piani urbanistici di inizio Novecento cercarono di dar vita a un tessuto urbano organizzato, più rispettoso dell’armonia tra le costruzioni e le aree verdi. Intesero subito queste possibilità i finanzieri Cerruti, che avevano già collaborato proficuamente con Coppedè a Genova. Dopo la costituzione della Società Anonima Edilizia Moderna si aggiudicarono uno dei quartieri a est di Roma, ovvero il lotto confinante piazza Quadrata, sulla via Salaria. Il giovane ed eclettico architetto fiorentino, già balzato agli onori della cronaca per lo splendido Castello McKenzie a Genova, fu chiamato dunque a progettare quest’area signorile, pensata principalmente per un ceto medio-alto borghese, ormai sempre più rappresentato e attivo nell’ambiente romano. I lavori furono più lunghi del previsto anche per i contrasti che presto emersero tra il gusto classicheggiante e legato ai fasti del passato della Commissione edilizia romana, e l’estro geniale e bizzarro dell’architetto fiorentino, che mescolava senza remore epoche e stili, trasformandoli e dando vita a fantasiose scenografie di grande impatto visivo. Una originalità che ha portato al riconoscimento di uno stile, l’omonimo “stile Coppedè”, che presuppone proprio l’ingigantimento e il paradosso del gusto corrente, con una rivisitazione spesso originale di quei caratteri (gotici, rinascimentali o manieristi) che erano parte non trascurabile della cultura e del gusto italiano del tempo.

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L’ingresso principale del quartiere Coppedè, dal lato di via Tagliamento, è rappresentato da un grande arco che congiunge i due Palazzi degli Ambasciatori. La maestosa entrata, decorata con elementi architettonici quali efebi, mascheroni, stemmi, iscrizioni e motivi floreali disposti in modo asimmetrico, presenta sotto la volta interna un enorme quanto insolito lampadario in ferro battuto. Sormontato da due torri ampiamente decorate con statue, fregi e balaustre, l’arco dà il suo benvenuto con un’edicola posta lungo la torre di destra che rivisita l’iconografia cristiana classica: il motivo è quello della Madonna con Bambino, ma in questa curiosa reinterpretazione il piccolo non si rivolge alla madre ma al visitatore, invitandolo a seguire il percorso con un gesto di accoglienza. I due Palazzi degli Ambasciatori, completati nel 1921, sono due edifici intensivi a pianta triangolare di sei piani (più quello sotterraneo), che si fronteggiano per un lato e si caratterizzano per il rivestimento di pietre in travertino nella parte bassa, le innumerevoli figure plastiche che conferiscono linee mosse e irregolari, nonché le eleganti finestre dai contorni sempre cangianti su ogni piano. Alzando gli occhi è facile rimanere colpiti dall’effetto scenografico di stucchi, mosaici e stemmi, mentre non mancano neppure i riferimenti mitologici, come la grande Nike alata sulla quale volano le aquile, scolpita alla sommità della torretta.

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Oltrepassato l’arco si apre piazza Mincio, il centro del quartiere, su cui si affacciano i più importanti edifici progettati da Coppedè, in un tripudio di decorazioni all’apparenza incongrue, che incantano e stupiscono il visitatore. Nel bel mezzo della piazza troviamo l’imponente Fontana delle Rane, costruita nel 1924 e nota anche per il celebre bagno che vi fecero i Beatles dopo un concerto al Viper.  La vasca centrale, posta poco al di sopra del livello stradale, presenta quattro coppie di figure, ognuna delle quali regge una conchiglia con una rana che fa zampillare l’acqua verso l’interno del complesso. Altre otto rane sono dislocate sul bordo della conca superiore, sita a circa due metri di altezza, immortalate nel loro tentativo di saltare verso il getto d’acqua centrale. La reminiscenza classica la troviamo invece nell’ape scolpita sul bordo della vasca, chiaro omaggio alla Fontana delle Api del Bernini.

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Oltre ai Palazzi degli Ambasciatori, in piazza Mincio troviamo anche il Palazzo del Ragno, il Palazzo senza nome e i celebri Villini delle Fate. Il primo (1926), di ispirazione assiro-babilonese, è un caseggiato con torretta coperta di quattro piani più uno ammezzato, che presenta un grazioso balconcino con loggia e deve il suo nome al mosaico con un gigantesco aracnide, simbolo di laboriosità e mistero, posto sopra il portone centrale. Sulla facciata spiccano anche i mascheroni, gli archi asimmetrici e un dipinto in ocra e nero che ritrae un cavaliere tra due grifoni, sormontato dall’iscrizione in latino “Labor”. Di fronte a questo curioso e surreale edificio sorge il Palazzo senza nome (1926), il cui portale pare richiamare quello utilizzato nel film muto Cabiria del 1914, la cui sceneggiatura fu scritta da Gabriele D’Annunzio.

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Il capolavoro indiscusso della piazza sono però i Villini delle Fate (1924-’26), composti da tre corpi di fabbrica addossati e con ingressi distinti, circondati da un giardino. Totalmente asimmetrici, colpiscono per la varietà dei materiali utilizzati (marmo, travertino, laterizio, vetro, terracotta legno, ferro battuto) e rappresentano un omaggio a tre importanti città italiane, Roma, Firenze e Venezia. Sul pavimento dell’ingresso da Piazza Mincio l’accoglienza è deputata a un mosaico rotondo con la raffigurazione di tre fanciulle suonatrici in abiti romani antichi, metafore dei tre Villini delle Fate, chiamati Neme, Melete e Aede. Bellissima è la recinzione con un cancello in ferro battuto e legno, mentre le logge e gli archi delle facciate sono intervallati da fregi di svariati colori, tra affreschi ispirati alla storia medioevale, motivi floreali o geometrici, decorazioni in ferro battuto, finestrati multiformi, bassorilievi, pinnacoli e torrette.

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Tutto lo spazio architettonico è mosso e irregolare: i loggiati si susseguono agli archi, alle scalinate e alle tettoie, mentre il verde intorno, con palme, alberi ad alto fusto e cespugli tra colonnate e capitelli, crea degli spettacolari effetti di luce-ombra. Nel prospetto rivolto verso la piazza si nota una quadrifora con i ritratti di Dante e Petrarca, posti accanto a un dipinto che rappresenta Firenze, con la scritta “Fiorenza Bella”.

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Sotto la bifora che si trova nella torretta spicca un raffinato orologio con motivi zodiacali. Sul lato di via Brenta troviamo il leone alato di San Marco e scene veneziane, con il richiamo alla città lagunare a cui segue quello della Capitale, con la Lupa, Romolo e Remo ritratti su un balconcino nel piano centrale. Tutti i dipinti presentano tratti forti e contorni duri e ben sottolineati. Di notevole interesse è anche la facciata posteriore sul lato di via Olona, dove possiamo ammirare l’antico simbolo dell’albero della vita, il dipinto di una meridiana e una scena di battaglia con alcune scritte in latino. L’indicazione “Domus Pacis” contrasta con quanto rappresentato, ennesima provocazione di un artista geniale. Una citazione meritano anche i lussuosi e confortevoli interni, pensati per ottenere la massima funzionalità e orientati a una visione moderna degli ambienti, con la suddivisione delle zone giorno e notte, le eleganti decorazioni (soffitti a cassettoni, mosaici nei bagni, cucine con lavatoi in marmo, caldaie in rame) e la rivisitazione degli spazi per soddisfare le esigenze della clientela.

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Nel complesso siamo di fronte a un unicum architettonico di grande fascino, bizzarria e originalità, che mescola stili e crea un’atmosfera surreale. Non stupisce che in questo scenario, per certi versi anche inquietante, abbiano girato vari film registi famosi quali Dario Argento, Mario Bava, Richard Donner, Nanni Loy, Francesco Barilli e Nando Cicero. Nel quartiere vi sono altri importanti edifici, ma quanto descritto rappresenta il massimo valore della creazione di Coppedè, che in quest’angolo di Roma ha immortalato la sua fantasia esuberante e irrequieta, in una programmatica sintesi di tradizione e modernità.

Marco Grilli