Il mito di Edipo è forse la tragedia più profonda dell’antichità greca e una delle più conosciute ancora oggi. La sua popolarità contemporanea è in gran parte attribuibile al celebre padre fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud, che vi riconobbe l’illustrazione narrativa di un complesso infantile.
Ma, oltre la visione freudiana, il mito di Edipo ci offre una lettura simbolica preziosa, che ci parla di destino, verità, cecità e redenzione.
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Il mito di Edipo nella tradizione greca
Se oggi riporteremo la versione del mito di Edipo codificata da Sofocle nel V sec. a.C., va riconosciuto a Omero il merito della prima testimonianza, nell’VIII sec. a.C., di questo racconto mitico di probabile origine orale.
Secondo il mito, il re Laio e la regina Giocasta consultarono l’Oracolo di Delfi. Qui ricevettero un terribile responso: se avessero avuto un figlio, avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Nacque un figlio e, per il terrore, Laio gli fece forare le caviglie (probabilmente per renderlo riconoscibile e neutralizzarlo) e lo fece abbandonare sul monte Citerone da un pastore. Tuttavia, il neonato venne trovato e adottato dal re di Corinto, Polibo, e dalla regina Peribea, che curò il bambino chiamandolo Edipo, dal greco Oidípous, “piedi gonfi”.
Divenuto adulto, Edipo si reca a Delfi, dove l’Oracolo gli ripete la medesima profezia fatta ai suoi genitori naturali: è destinato a uccidere suo padre e a sposare sua madre. Credendo che Polibo e Peribea siano i suoi veri genitori, Edipo decide di fuggire da Corinto per proteggerli da se stesso.
A un trivio, sulla strada verso Tebe, incrocia un uomo su un carro che gli impone brutalmente di cedergli il passo, arrivando a uccidere il suo cavallo. La disputa degenera ed Edipo, in preda all’ira, uccide l’uomo sul carro e il suo seguito. Era Laio, suo vero padre. Ma questo Edipo non lo sapeva.
Giunto a Tebe, Edipo trova la città alla mercé di una Sfinge che divora chiunque non sappia risolvere il suo enigma: “Chi è l’animale che al mattino cammina con quattro zampe, a mezzogiorno con due e alla sera con tre?”

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Edipo risponde: l’Uomo, che da neonato carponi usa quattro arti, da adulto cammina su due gambe e da vecchio si appoggia a un bastone. Sconfitta, la Sfinge si suicida. I Tebani proclamano Edipo re e gli offrono in sposa la regina vedova, Giocasta. Il destino si compie.
Edipo regna con rettitudine fino a quando una terribile pestilenza si abbatte su Tebe. L’indovino cieco Tiresia rivela che il male cesserà solo quando l’assassino di Laio sarà punito. Edipo inizia l’indagine, mosso da onestà e determinazione, ignaro di essere lui stesso il colpevole, fino a quando scopre la terribile verità. Di fronte all’orrore commesso, Giocasta si suicida; Edipo si toglie la vista e sceglie l’esilio, cercando redenzione nel dolore e nella cecità fisica che gli conferisce una visione spirituale.
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Edipo come archetipo umano
Edipo è l’esempio stesso di una dinamica che ognuno di noi vive nel profondo: più ci allontaniamo da ciò che neghiamo di noi (l’Ombra), più questo finisce per dominarci.
Edipo è una figura enigmatica e complessa, in quanto non rimanda all’immagine di un archetipo unico, ma a un’evoluzione archetipica: passa dall’Eroe inconsapevole al Saggio ferito, dall’uomo che si confronta con la propria Ombra a colui che perde la capacità di riparare a un danno e, tuttavia, non si arrende al suo destino, cercando redenzione.
Ed è qui tutta la bellezza di questa tragedia greca. Resterà il peso della sua colpa sul suo nome, eppure sarà il dono che emergerà dalla sua grande ferita a portare intorno a sé saggezza e guarigione. È l’uomo che, attraverso la sofferenza e l’accettazione della propria fragilità, acquisisce un potere sacro. Diventa colui che “vede” meglio degli altri perché ha attraversato l’oscurità.
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Il simbolismo nel destino
Prima di affrontare il simbolismo del destino di Edipo, vi è un punto interessante da approfondire, che getta le basi dell’intera vicenda.
La predestinazione
Per farlo, è importante andare all’origine del mito. Era infatti consuetudine per i re consultare gli oracoli, ma per Laio, padre di Edipo, questo consulto aveva una doppia funzione: conoscere il futuro della sua discendenza e appurare di non portare sulle proprie spalle una maledizione di cui egli stesso era stato artefice.
Prima di regnare su Tebe, Laio visse infatti molti anni in esilio nel regno di Pelope, re del Peloponneso, che aveva un figlio, Crisippo. Laio se ne invaghì mentre gli insegnava a condurre un carro e lo violentò, provocando l’ira del re e la morte del giovane Crisippo, che, per la vergogna, si tolse la vita.
La tragedia di Edipo non era quindi, secondo Euripide, un capriccio degli dei, ma la colpa del padre ricaduta sul figlio. Il destino, qui, non è un arbitrio divino, bensì la risposta a una colpa non riparata che si trasmette di generazione in generazione.
Come il destino si compie?
Il mito dispiega qui molteplici aspetti sulla natura del destino. Innanzitutto, parla del peso dell’ereditarietà, della colpa dei padri che ricade sui figli e, simbolicamente, di ciò che riceviamo senza averlo scelto.
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Il destino non manca d’umorismo, o di ironia, poiché si attiva proprio nel momento in cui si cerca di evitarlo. Possiamo riconoscervi un simbolismo prettamente junghiano: nel tentativo di negare ciò che non vogliamo vedere, lo rinforziamo, gli diamo potere e autonomia, così come avviene con l’Ombra. Più la combattiamo, più la rafforziamo. Il tentativo di fuggire dal destino diventa la trappola stessa.

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La possibilità di riscrivere il proprio destino
Edipo ebbe una possibilità di non soccombere all’infausta predizione nell’esatto momento in cui, a un trivio, incrociò la strada di suo padre. Qui i loro carri si scontrarono, ed è emblematico che il carro compaia già nella tragica vicenda tra Laio e Crisippo.
Il crocevia era un luogo di soglia, territorio della potente dea Ecate, sovrana della magia, dell’oscurità e di tutto ciò che sfugge all’umana comprensione. In questi luoghi di limine, tutto era possibile. Qui, l’arroganza di Laio provocò l’ira del figlio inconsapevole, che d’impeto lo uccise, dimostrando come il destino si compia negli attimi in cui non siamo presenti a noi stessi.
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Lettura psicologica e spirituale del mito
Freud interpretò il mito come l’espressione di un desiderio letterale e sessuale, che codificò nel famoso Complesso di Edipo, il quale “si struttura in un sentimento di attrazione amorosa nei confronti del genitore dell’altro sesso e in una gelosia e ostilità verso il genitore del proprio sesso”.
[Fonte: Spiweb.it]
Carl Gustav Jung offrì invece una lettura più simbolica e spirituale. Per l’allora allievo di Freud, Giocasta, madre di Edipo, simboleggiava il grembo, l’origine della vita, l’inconscio. L’attrazione di Edipo rappresentava quindi l’anelito dell’anima verso il luogo della propria origine per rinascere e rigenerarsi. Qui, l’incesto diventa la rappresentazione di una pulsione archetipica: un desiderio di restare protetti, di non affrontare la sfida dell’esistenza e del diventare se stessi.
Il desiderio di “tornare alla madre” indicherebbe, secondo Jung, un desiderio di morte e rinascita: un morire come figlio per rinascere come individuo integro e consapevole.
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Conoscenza, verità e cecità interiore
Nella tragedia greca, la vista è spesso inversamente proporzionale alla saggezza. All’inizio del mito, Edipo vede bene ma è cieco alla verità della propria identità. Al contrario, l’indovino Tiresia è fisicamente cieco, ma possiede una visione profonda, chiaroveggente.
Quando Edipo scopre la verità, non può più reggere la vista del mondo esterno nel quale si è compiuto l’irreparabile. Si mutila accecandosi e, tuttavia, in questo atto di condanna si cela anche una forma di liberazione, poiché raggiunge una visione profetica. Il paradosso risiede nel fatto che è proprio nel momento in cui i suoi occhi si chiudono sulla realtà che egli riesce a vederne la trama e a giungere alla conoscenza.

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La vera visione, quella spirituale, richiede il coraggio di guardare nell’oscurità del proprio sé, di aprire gli occhi sulla propria cecità interiore.
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Perché il mito di Edipo parla ancora a noi oggi
La necessità di verità e il bisogno di dare forma al proprio destino sono temi ancora profondamente attuali e rappresentano il perno intorno al quale ruota il mito di Edipo. Possiamo leggerlo anche da una prospettiva propositiva.
Nella sua opera Il codice dell’anima, James Hillman analizza il dolore di Edipo come una necessità iniziatica, una tappa fondamentale dell’evoluzione, o meglio della “personificazione”: la capacità di essere pienamente umani. Per Hillman, l’anima ha bisogno di scontrarsi con la dimensione imperfetta della realtà per maturare.
Ed è proprio lì che si trova la vera visione: non nel sapere, ma nel conoscere, nel portare a sé la verità attraverso l’esperienza.
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Fonti e approfondimenti
• Carl G. Jung, Simboli della trasformazione, (R. Raho Trad.), Bollati Boringhieri, 2012.
• James Hillman, Il codice dell’anima, (Adriana Bottini, Trad.), Adelphi, 2009.
• Pseudo-Apollodoro, Il mito di Edipo – Biblioteca, III 48–51.




