Psicologia

Cibo e psiche: come il cibo influisce sulla mente?

Di Cristina Rubano - 25 Marzo 2022

Cibo e psiche sono due elementi strettamente correlati, almeno per gli esseri umani. Per la specie umana, infatti, l’atto del mangiare può essere legato a motivazioni variegate. Questo contribuisce a rendere complesso e multideterminato il nostro rapporto con il cibo.

Come influisce il cibo sulla mente?

Possiamo immaginare l’alimentazione come un complesso sistema di autoregolazione composto da tre ingranaggi. Il cibo infatti può essere utilizzato dalle persone per regolare o ristabilire 3 diversi equilibri “vitali”.

Vi è quello prettamente fisiologico che abbiamo in comune con gli animali, in cui l’atto del mangiare è prettamente legato alle esigenze energetiche dell’organismo. Ma se ne possono individuare almeno altri due caratteristici della specie umana.

Non mangiamo, infatti, solo per nutrirci ma, poiché siamo dotati di autoconsapevolezza, assegniamo molti significati culturali e affettivi al cibo. Lo utilizziamo, nel bene o nel male, per ridefinire i nostri equilibri e appartenenze sociali e gestire i nostri stati emozionali.

A questi due livelli cibo e psiche sono strettamente legati. Ciò rende il preparare, offrire e consumare del cibo un atto potenzialmente creativo, comunicativo, organizzativo, politico, religioso, affettivo, pubblico  o intimo e privato a seconda delle circostanze…

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Cibo e psiche nella cultura

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©Pexels

Nel suo famoso libro Il crudo e il cotto (1964), Levis Strauss propone un’analisi antropologica della funzione del cibo entro le società umane. Egli sottolinea come, il processo di cottura degli alimenti, introduca un importante elemento di manipolazione da cui derivano precisi significati culturali. Possiamo prendere in considerazione tre livelli che vengono ridefiniti culturalmente.

  1. Che cosa possa essere considerato cibo. Non tutto l’edibile è considerato cibo in una determinata cultura. Si pensi all’abitudine di certe popolazioni di consumare insetti, cosa che in noi occidentali provocherebbe un franco disgusto. Sebbene l’essere umano sia tipicamente onnivoro lo è, come sostiene Michael Pollan (2006), entro il perimetro delineato dalla propria cultura.
  2. Come debba essere cucinato. Le cucine locali sono depositarie dell’identità culturale di una nazione, di un territorio di provincia e fin anche di una famiglia. In ogni famiglia esistono “miti gastronomici”, particolari piatti di cui solo alcune persone all’interno di essa conoscono il segreto… Alla faccia dell’imperante globalizzazione, dunque, le tradizioni culinarie definiscono e mantengono viva nel tempo la storia e l’identità culturale di una popolazione, come la musica, le arti o la letteratura.
  3. Quando e come debba essere consumato. Bere del tè a Londra o a Tokio non è affatto la stessa cosa. Consumare carne con le mani in un ristorante etiope è un’esperienza gastronomica ben diversa dall’affondare un affilato coltello in una bistecca fiorentina… Ogni cultura detta precise regole e significati su quando e come un certo cibo debba venir consumato. Queste regole scandiscono una convivialità tipica in cui quella cultura si riconosce.

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A questo livello dunque cibo e mente sono legati da un punto di vista sociologico e antropologico. Assegnando particolari significati conviviali al cibo, costruendo tutta una specifica ritualità intorno alla sua preparazione, lo si rende depositario, costruttore e espressione di cultura.

L’effetto del cibo sulla mente è anzitutto quello di sancire, per l’essere umano che lo consuma, l’appartenenza a una determinata comunità.

Cibo e psiche: Quando a mangiare sono le emozioni?

Il terzo ingranaggio del complesso sistema di autoregolazione rappresentato dell’alimentazione è quello delle emozioni. A molti livelli infatti noi esseri umani assegniamo significati emozionali al cibo. Dal comfort food in cui ci rifugiamo quando siamo giù di corda, al cibo offerto in segno di affetto, al piatto che ci ricorda un momento particolarmente caro.

Perché questo binomio? È molto semplice: mente e alimentazione sono due dimensioni fuse e indistinte fra loro fin dall’inizio della nostra vita quando riceviamo calore e affetto proprio attraverso l’esser nutriti. Sebbene si diventi sempre più competenti nel discriminare i propri bisogni, la possibilità di utilizzare il cibo come compensazione affettiva, rimane in modi diversi in ognuno di noi. Psicologia e alimentazione continuano ad essere intimamente legate per tutto il corso della nostra vita. Dalla fame nervosa a veri e propri disturbi alimentari, il meccanismo che ci porta ad utilizzare il cibo per sedare, alleviare o gestire gli stati emotivi più disturbanti è spesso automatico e “ancestrale”. Come prenderne maggiore padronanza?

1. Riconoscere la fame emotiva

Cibo e vita affettiva possono essere l’uno lo specchio dell’altra…

La vera fame è quella che cresce lentamente, si avvale di nutrienti sani e realmente sazianti e ci lascia un gradevole stato di benessere. Al contrario, la fame emotiva parte “dalla testa”, arriva con un improvviso senso di urgenza e si gratifica generalmente solo con cibi ipercalorici. Può letteralmente “divorarci” in barba ai nostri stati di sazietà e pienezza fisica. E, ultimo ma non per importanza, lascia sensazioni emotivamente sgradevoli come: senso di colpa, vergogna, calo dell’autostima. D’altra parte se è un bisogno emozionale quello che vorremmo soddisfare è piuttosto logico che non riusciremo mai a sentirci sazi finché il cibo che ci stiamo dando è quello concreto e non emotivo.

2. Il diario alimentare

Come fare dunque a riconoscere i bisogni e le emozioni camuffate dalla fame emotiva? Provare a tenere un diario alimentare può essere una buona idea per prendere coscienza del problema e iniziare a gestirlo. Non il tipico diario alimentare che si compila prima di una dieta dimagrante. Ma una sorta di diario di dove annotare, oltre al cibo consumato, situazioni, pensieri ed emozioni che si stavano vivendo in quel momento. Può darsi che si identificheranno alcune emozioni negative o bisogni affettivi che hanno accompagnato la ricerca di un conforto alimentare. Ma dovete essere onesti con voi stessi e domandarvi sempre: in quel preciso momento avevate realmente fame? Può trattarsi di noia, bisogno di tranquillizzarsi da uno stato di ansia  o da uno spavento, rabbia inespressa, stanchezza fisica…

In quali modi alternativi (preferenzialmente “non edibili”) potreste soddisfare questi bisogni e trovare appagamento psicologico?

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