Psicologia

Volere non è potere, all'origine di un falso mito

Di Cristina Rubano - 18 Novembre 2021

Se vuoi puoi” questo sembra essere il motto dominante nella società occidentale post-moderna, quella che Zygmunt Bauman definiva “liquida”, fondata sull’autodeterminazione e la realizzazione del singolo chiamato a riadattarsi, reinventarsi, realizzarsi e ricominciare 1000 altre volte se necessario pur di costruire il proprio successo: in quest’ottica il volere è dovere, si vive nell’imperante spinta a migliorarsi, autorealizzarsi, raggiungere il successo ogni giorno di più, non si è mai “giusti”, non si è mai abbastanza per come si è.

“Nel dare forma alla nostra vita, siamo la stecca da biliardo, il giocatore o la palla? Siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca?”

(Zygmunt Bauman, L’arte della vita, Laterza, 2008)

Perché si dice che “Volere è potere”?

È il mito americano del self man che tanto connota la società in cui viviamo sicuramente molto più incentrata sull’individualismo di quanto non avvenisse secoli fa. Porre l’accento sulla libertà di scelta e realizzazione autonoma, piuttosto che su ruoli obbligati e prescritti dalla comunità, rappresenta senz’altro una conquista degna di nota del mondo moderno. Tuttavia, il vecchio motto che “volere è potere” ci insegna anche quanto possiamo essere condizionati dalla credenza che tutto il nostro destino debba essere nelle nostre mani e che tutto dipenda dal nostro controllo. Perché è pericoloso questo? Perché assumendoci l’intera responsabilità di quello che accade nella nostra vita finiremo per colpevolizzarci di ogni impedimento vivendo nella falsa illusione che tutto potrebbe essere ricondotto sotto il nostro controllo se solo fossimo abbastanza bravi, più capaci…

Da questa equazione rimane fuori l’imponderabile, l’emozionalità, l’intuizione, il caso, insomma tutto ciò che sfugge, nel bene o nel male, ad una pianificazione razionale.

“Dovete sapere che i desideri sono fatti strani che crescono nell’attesa e sono difficilissimi da cogliere: un attimo prima sono troppo acerbi loro, un attimo dopo siamo troppo maturi noi. Tra i due attimi c’è però un tempo perfetto ed è quello in cui noi smettiamo di voler cogliere il desiderio e accettiamo che sia lui a cogliere noi. Un paio di minuti al massimo che, solitamente, ci trovano totalmente impreparati …”

(Simone Tempia, Storie per genitori appena nati, Rizzoli, 2020)

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Volere e potere in psicologia

donna in sospensione su teli

Credit foto
© Pexels

La psicologia ci insegna che in realtà volere non è potere o, almeno, non del tutto, non sempre… Volere implica ineludibilmente l’innesco della facoltà desiderante della nostra psiche: prima di ogni pianificazione, prima di ogni razionalizzazione, prima ancora della “nuda e cruda” forza di volontà c’è il desiderio, deve esserci altrimenti nulla potrà accadere.

E per vivere il desiderio, per contattarlo nel profondo del proprio essere, per riconoscerlo come tale è fondamentale non tanto esercitare un qualche potere sugli eventi, ma vivere le mancanze. Sì, le mancanze, le assenze, quei “buchi”, quei “vuoti” intervallati ai “pieni” della nostra esistenza. Quella gratificazione che non arriva, quel divertimento che manca, quella scintilla che non si accende più come la prima volta… Ogni desiderio nasce da un vuoto, da un’assenza non potremmo desiderare alcun che se prima non ci confrontassimo con ciò che manca, con quello che ancora non c’è.

Primo passo fondamentale per desiderare è allora sostare in questi vuoti, resistere alla tentazione di riempirli con diversivi, distrazioni e compulsioni a buon mercato… Solo la pena, il disagio, la frustrazione per quello che non c’è o non è più può aprirci, gradualmente, le porte del desiderio. E non c’è nulla di volitivo o razionale in questo: si tratta di coltivare la fiducia nei propri stati interni, rispettare e onorare anche i momenti di smarrimento, confusione o dolore: se è un cambiamento ciò di cui abbiamo bisogno, la psiche ci aprirà la porta del desiderio…

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Motivazione e perseveranza

Anche perseguire un obiettivo, una volta contattato il proprio desiderio, non è materia solo razionale. La perseveranza si fonda su una buona componente di autodisciplina, ma ha anche bisogno di un altro ingrediente motivazionale importante: l’emozione. Ciò che desideriamo, che intendiamo perseguire con costanza a costo magari di grandi sacrifici o lunghe attese è ciò che ci emoziona, ci appassiona, ci rende vivi. Questo non solo alimenta l’autodisciplina più raziocinante della forza di volontà, ma apre la mente a percorsi di pensiero divergenti, a idee creative, a intuizioni che possono aiutarci a risolvere empasse apparentemente inamovibili. Tutta la psicologia del pensiero positivo insegna questo: come riconoscere e padroneggiare tutte le risorse della nostra mente per coltivare il nostro benessere psicologico.

Ma, non dobbiamo mai dimenticarlo, quasi mai le cose vanno come le avevamo immaginate o pianificate: accadono imprevisti che non possiamo né prevedere né controllare che possono aiutare o ostacolare il nostro percorso, tutto quel che possiamo fare è procedere con fiducia accettando che la vita faccia il resto…

“Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza.”

(Reinhold Niebuhr, Preghiera della serenità)

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Cristina Rubano





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