Ci sono persone che passano gran parte della loro esistenza a lavorare: sicuramente c’è la passione e dedizione al lavoro, ancor di più se è la professione da sempre desiderata e tanto attesa, ma spesso si genera una vera e propria dipendenza da lavoro e la persona diventa un vero stacanovista.

Dove sta quindi il confine tra normale dedizione e passione e la condotta disfunzionale? In tutto quello che sta alla base e nella capacità di mantenere l’equilibrio tra lavoro e vita personale.

Ma andiamo con ordine.

Chi è lo stacanovista?

Il termine stakanovismo deriva dal sistema lavorativo della Unione sovietica di Stalin e più nel dettaglio da Aleksej Stachanov, un minatore russo che riuscì a estrarre una grande quantità di carbone, molto maggiore a quella normalmente estratta e in meno tempo, grazie ad un’organizzazione del lavoro e a un nuovo modello di scavo. La condotta lavorativa “Stacanovista” divenne quindi fulcro della propaganda stalinista per mostrare l’efficienza del modello lavorativo del popolo sovietico.

Quindi lo stacanovista, come si sa a livello generale, è una persona che ha come fulcro centrale della propria esistenza il lavoro. Lavorare è l’unica cosa fondamentale nella propria vita, unico scopo e talvolta vero e proprio desiderio inteso come unica cosa concepibile nella propria giornata.

Le ore al lavoro diventano infinite, fuori dal contesto professionale si continua a parlare o pensare al lavoro, sono persone che appaiono instancabili e non lasciano mai andare la dedizione al lavoro, a costo di perdere tante altre cose importanti.

Forse qualcuno si riconosce in questa descrizione, forse altri riconoscono un amico, un famigliare, un parente… tanti sono i modi sentirsi catturati in questo vortice, anche perché, purtroppo o per fortuna (dipende dai punti di vista), è una condizione che ha un elevato riconoscimento sociale ed è vista come adeguata al consumismo e alla produttività, quindi normale e funzionale. Anzi arriva a diventare difficile rimpiangere di lavorare troppo.

Noi viviamo nell’epoca in cui la gente è così laboriosa da diventare stupida.

Oscar Wilde

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Stacanovismo in psicologia: tra normalità e dipendenza

donna china sulla scrivania con computer e telefono
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Proprio perché ha un grande valore sociale ed è considerato benevolmente dal contesto in cui si vive, spesso l’essere stacanovista riceve riconoscimenti ed elogi, specialmente inizialmente. Se sei una persona dedita al lavoro sei ben vista dalla famiglia, dai colleghi, dai responsabili e dall’ambiente in generale e mai e poi mai qualcuno potrebbe arrivare a pensare che, in realtà, dietro quelle mille mila ore al lavoro si cela una difficoltà.

In psicologia, infatti, il termine stacanovista si sta nel tempo sostituendo con l’accezione di “dipendenza lavorativa”. Come ben sappiamo le dipendenze, vedi quella da alcool, droghe, nicotina, ecc. portano con sé molte conseguenze e condizioni negative.

Ma come possiamo paragonare queste dipendenze “pericolose” alla massima dedizione al lavoro? Può sembrare folle ma molte sono le cose in comune.

A livello cognitivo le persone dipendenti continuano a pensare, avendo l’intero focus o la maggior parte di esso, rivolto alla “sostanza” della dipendenza. Nel caso dello stacanovista i pensieri ricorrenti sono rivolti al lavoro, alle scadenze, alle tante cose da fare, al progetto da portare a termine, ecc. è faticoso per queste persone pensare e dedicarsi ad altro.

A livello emotivo si ha irritabilità, stress elevato, ansia, difficoltà nella gestione dei pensieri e della condotta, fatica nello staccarsi dal lavoro, con forte preoccupazione e talvolta senso di colpa, ridotto con il ritorno al lavoro o con l’aumento del carico. Se non si lavora si sente una sensazione spiacevole che deve essere colmata. Sono persone che soffrono di insonnia, problematiche psicosomatiche ed elevato nervosismo.

Infine, a livelli comportamentale gli stacanovisti, oltre a passare tante ore impegnati a lavorare, chiudono molte relazioni dedicando ad esse pochissimo o nessun tempo, trascurano la propria salute fisica e mentale, non si occupano di famiglia, amici, o di altri interessi, aumentano sempre più il carico di lavoro per riempire il proprio tempo. Sono persone che sembrano faticare nella loro gestione del tempo, percependo di non averne mai abbastanza.

 Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero

[Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.)]

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Cosa si cela dietro allo stacanovista

Seppur condizione riconosciuta come ottimale a livello sociale, come abbiamo visto l’essere dipendenti dal lavoro può portare con sé gravi conseguenze e situazioni o condizioni spiacevoli.

Ma cosa porta a questa interminabile attività lavorativa e dedizione alla professione? Diverse sono le risposte.

Queste persone sono spesso governate da un eccessivo senso del dovere in cui associano la necessità di lavorare a qualcosa di fondamentale e assolutamente doveroso per affermare se stessi ed avere un valore. Se non lavoro e non lo faccio al massimo fino allo stremo, non valgo nulla. Il senso del dovere porta a non concedersi svago, vacanze, momenti di serenità e di dedizione a qualcosa che appare come una sola “perdita di tempo”.

Lo stacanovista, quindi ha paura anche del giudizio degli altri: cosa penserà la gente, la mia famiglia, il mio capo se riduco le mie ore di lavoro? Devo essere sempre super performante oppure non raggiungerò mai i miei obiettivi. Attenzione però che spesso quest’ultimi non sono chiari o ben definiti e le azioni fatte poco funzionali. Quindi l’impegno e la spesa non valgono l’impresa, o meglio non sono ben equilibrati.

Uno degli aspetti fondanti però è la bassa autostima. Le persone dipendenti dal lavoro, infatti necessitano di questa “sostanza”, l’essere impegnati in qualcosa di produttivo appunto, per sentirsi capaci, abili per darsi un valore e riconoscersi un ruolo e una funzione. Il lavoro diventa quello che definisce la persona nella sua interezza e unica cosa importante. Il resto non riesce a dare un senso al sé, ma anzi fa sentire poco adeguato e privo di alcun valore. La bassa autostima genera insicurezza che cerca di essere colmata con la produttività e le tante ore al lavoro. Se lavoro verrò riconosciuto e se vengo riconosciuto ho un valore e sono qualcuno.

Le persone non riescono ad osservare se stesse al di là del sé professionale, che comunque non è mai abbastanza, non è mai a livelli adeguati ma spinge a cercare ancora, ancora e ancora, aumentando quindi l’impiego lavorativo nel tentativo di trarre benessere e soddisfazione. Nel tempo però a rimetterci è il proprio benessere e la soddisfazione di sé in altri ambiti della vita, che inevitabilmente incidono sull’immagine di sé e quindi riducono ulteriormente l’autostima.

Se vi riconoscete in questo articolo è importante prendersi un attimo di pausa, riflettete sulla vostra gestione del tempo per capire cosa state facendo, cosa vi state perdendo, ricordandovi che il tempo non torna, che oltre al lavoro e al professionista c’è tanto altro da scoprire e da cui lasciarsi travolgere. È importante trovare equilibrio: lavorare per passione e appassionarsi del proprio lavoro ma anche di tanto altro.

Non voglio raggiungere l’immortalità con il mio lavoro. Voglio arrivarci non morendo.
(Woody Allen)

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Milena Rota

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Psicologa e psicologa dello sport. Attenta al benessere della persona ad ampio raggio, ama lo sport e specialmente camminare in mezzo alla natura. La montagna è la sua passione. È determinata, sempre in movimento e a caccia di nuovi stimoli e spunti. Crede fortemente nel lavoro di equipe dove “tante teste possono suonare insieme per dare voce ad una bellissima melodia”. Lavora principalmente presso uno studio privato multidisciplinare (Centro Elpis di Ispra -Varese), dove si occupa prevalentemente di tematiche relative all’età dello sviluppo e di performance sportiva. Componente di equipe accreditate dall’AST-Insubria per la prima certificazione dei Disturbi dell’Apprendimento (DSA). Frequenta un master di specializzazione sui Disturbi del Comportamento Alimentare. “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.” (Il Piccolo Principe, Saint-Exupéry)