Siamo come delle isole.

Lontani dai nostri famigliari, dai nostri amici, da tutte le persone che solitamente incontriamo nella nostra quotidianità.

E non riusciamo a percepire il mare che ci collega tutti.

Questo tempo è giunto per insegnarci molte cose. Una di queste è senza dubbio il significato più profondo della vicinanza.

L’essere vicini fisicamente non può essere scambiato con la vera essenza della vicinanza. Può essere una sua parte, una sua manifestazione finale, un suo completamento.

Ma la vicinanza è ben altro.

E’ un legame profondo che va oltre lo spazio e il tempo, un sentire che travolge, è il nostro istinto che si attiva e che sente. E questo processo non ha bisogno di abbracci, di baci, di occhi che si osservano.

Anzi.

Spesso il corpo è un disturbo per la vera vicinanza.

Ci si può toccare con l’anima, con gli occhi della mente, con il silenzio meditativo, con il pensiero connesso. E solo dopo essere divenuti esperti far entrare anche il corpo per completare questo potente atto d’amore.

Solo che abbiamo perso questa nostra capacità ed è per questo che riduciamo la vicinanza alla mera vicinanza fisica.

Questo isolamento obbligato ci chiede di esercitarci, di allenarci, di ritornare alle origini della vicinanza. E di affidarci al nostro sentire e percepire.

Ogni persona può essere raggiunta dalla nostra attenzione.

Esisto in due posti: qui e dove sei tu.
(Anonimo)

Il contatto fisico è diventato ormai privo di valore: l’abbraccio, il bacio, la carezza dovrebbero essere manifestazioni d’affetto così potenti da richiedere tempo, lentezza, cura. Dovrebbero essere atti finali di una profonda conoscenza di anima.

Non si dovrebbero regalare a chiunque, in modo frettoloso, solo per abitudine o per moda.

Siamo invitati in modo urgente a ritornare alla sacralità del contatto fisico.

E lo possiamo fare solo allontanandoci l’uno dall’altro.

È nella separazione che si sente e si capisce la forza con cui si ama.
(Fëdor Dostoevskij)

E ritornare prima di tutto a ricontattare noi stessi, la nostra essenza. Per poi aprirci al mondo.

Ora dobbiamo stare lontani. Un metro e anche più. Ed osservare questa distanza fisica, percepirla senza porvi resistenza. Dobbiamo allenarci a vivere senza il contatto fisico dei nostri amici e dei nostri famigliari per poter esercitare il contatto di anima.

E’ un vuoto che ci può insegnare tanto.

Il mio cuore è vicino a te, anche se il mio corpo è lontano. Se non puoi vederlo non devi far altro che scendere nel tuo cuore e lì troverai il mio.
(San Bernardo di Chiaravalle)

E’ proprio il cuore che siamo invitati a richiamare. Il nostro motore di vita, la nostra potenza, l’apertura a noi stessi e agli altri.

Un cuore spesso dimenticato dalla fretta quotidiana, dai mille impegni, dall’attenzione rivolta ad altro ritenuto più importante.

Ora abbiamo tutto il tempo per prenderci cura del nostro cuore.

Se lo vogliamo.

Tramite la meditazione, la preghiera, il pensiero, l’immaginazione, l’atto creativo.

Si può ballare per connettersi a qualcuno e dedicargli la nostra danza, immaginarlo cavalcare libero in una prateria, pensarlo profondamente mentre si scrive una lettera per lui, bruciare dell’incenso in suo onore, accendere una candela.

Esistono infiniti modi di toccarsi. E’ questo il mare che dobbiamo imparare a percepire.

A volte basta anche un semplice, semplicissimo rito.

L’importante è essere totalmente presenti in ciò che facciamo.

Nessun posto è lontano. Se desiderate essere accanto a qualcuno che amate forse non ci siete già?
(Enrico Brizzi)

In questo tempo prezioso rispondiamo a questo invito.

Ritorniamo alle origini.

Riconquistiamoci il vero senso della vicinanza.

E nessuna persona, su questa terra o in altre dimensioni, vicina o lontana, sarà sola se avrà accanto un’anima in grado di contattarla così profondamente.

Elena Bernabè