Il pellegrinaggio a Santiago, il cammino che attraversa tutta la Spagna per giungere alla Cattedrale di Santiago di Compostela, tomba dell’Apostolo Giacomo il Maggiore, e anche oltre, fin sulle spiagge di Finisterre, affacciata sull’Atlantico, dove si raccoglie la conchiglia di capasanta che è simbolo e testimonianza del percorso, è ormai parte dell’immaginario planetario. Gli oltre ottocento chilometri del tracciato sono percorsi ogni anno da fiumane di viaggiatori giunti da tutto il mondo, dalla Corea, dall’Australia, dall’India. Non solo cristiani ma anche persone in cerca di esperienze spirituali, o semplici turisti in cerca di percorsi alternativi e camminatori sportivi. C’è un fascino in questo percorso, con i suoi ostelli, le sue fatiche le sue mitiche tappe, che fa presa su ogni genere di persone. Già negli anni 60 Luis Bunuel ne fece un film, La via lattea. Moltissimi scrittori si sono ispirati al Camino, da Paulo Coelho a Enrico Brizzi.

E ora, scatenato, ironico e cinico, ma anche romantico e insperatamente ascetico, ecco arrivare Abbronzati a sinistra (Melville) di Elio Paoloni. Avrete indovinato che non è una guida turistica su Capalbio: Abbronzati a sinistra sono proprio i pellegrini del Cammino di Santiago, dato che nel nostro emisfero il sole è sempre posizionato a Sud, ovvero alla sinistra di chi procede verso Occidente.

 

Si tratta di un falso diario di viaggio “raccontato con contemporaneo disincanto e un sentimento antico del sacro, o forse, al contrario, nuovi sentimenti e antico disincanto”. Ironico, a volte sarcastico, a tratti spietato, ma anche commosso e profondo. Un viaggio di formazione che è soprattutto un percorso all’interno dell’anima dell’io narrante, nonché dell’anima dell’intero Occidente, della sua identità. Anche quelle che sembrano mere notazioni pratiche rivelano, a uno sguardo attento, un risvolto esistenziale, come in questa frase: “Si immagina che perdersi sia faccenda da boschi, tratturi, lande deserte, invece succede quasi sempre in città. E’ nelle grandi città che si finisce per girovagare senza riuscire a trovare l’imbocco dei sentieri”.

“Siamo tutti un grumo di insensatezza, di molle, di costrizioni, di mancanza. Siamo in cerca. Di stimoli, di svago, di stordimento. Vogliamo uscire dalla routine, vogliamo uscire da noi. Abbiamo sempre il presentimento di non essere del tutto a casa. E proviamo a vagare, senza casa, in cerca della Casa. A chiedere asilo”. Ma chi cerca con ostinazione qualche felicità miracolosa non la troverà, invece aspettative più basse coloreranno di stupore le ore e i giorni, lasceranno che piccole gioie inattese giganteggino sulle premesse più ciniche, su crinali di disilluso disincanto. Ma gli occhi per vedere quegli incanti subitanei che ci arrivano in faccia improvvisi dovranno restare aperti e la pelle sempre pronta a cogliere, anche in uno sfregamento minimo, una carezza della vita.

Questo viaggio è un percorso esistenziale, perché segna sul corpo e sulla mente punti fermi e profondi. Il silenzio, la stanchezza, la contezza di una meta che prima o poi arriva, possono, in un luogo intriso di fede e sacralità, piegare anche l’animo più indurito e caustico: “Il Cammino è una vita condensata, un Bignami d’acciaio: ti ripropone in breve tutte le lezioni già impartite dalle quali non hai tratto beneficio. Te le imprime così velocemente, te le impartisce così fisiologicamente che proprio non puoi fare a meno di ‘capire’. Non col cervello ma con ogni fibra muscolare, con ogni organo. Col midollo. E’ una marchiatura: i timbri sono sul corpo, non solo sulla Credenziale”.

Ogni banale accadimento può essere occasione di accostamenti e riflessioni: “Potremmo essere fe-li-ci / e a volte un poco disperati” canticchia tra sé il protagonista camminando, per concludere: “questi versi di Luca Carboni mi sembrano sempre più calzanti, paiono racchiudere, per quanto ridicolo possa sembrare, l’essenza della vita: la felicità intorno e la bolla che ci impedisce di assorbirla, trattenendo e rimettendo di continuo in risonanza cupezze immotivate, sciocchi risentimenti, ridicole preoccupazioni. Questa scarpinata dovrebbe servire appunto a infrangere la bolla”. Ma la voglia di restare la notte a dormire all’aperto per guardare il cielo e la Via Lattea per contemplare magari un soffitto diverso, “un tetto kantiano”, si infrange non appena viene offerta la comodità maggiore di un letto.

Questo percorso scanzonato, divertito e a tratti davvero aspro e complesso, lascia emergere immagini interiori che lavorano sull’anima, che scavano qualcosa o confermano qualcos’altro. “Il Cammino non dà risposte: ti aiuta a formulare la domanda. Quasi certamente, nel campo delle stelle, ti saranno chiariti i tuoi moventi. Almeno quelli”. Il narratore sembra quasi concludere che si compie il cammino per capire perché lo si sta compiendo.

All’inizio del libro ci sono diversi passaggi in cui il narratore si chiede quale debba considerarsi il momento preciso di inizio del viaggio, quale sia stata la linea dello start. Il decollo dall’Italia, la stazione di Madrid, l’ostello di Leon e così via. Per concludere – dopo diverse tappe – “Questo viaggio è iniziato quando sono nato”. Perché le poche settimane di durata del Camino non sono altro che l’epilogo di un viaggio ben più lungo.

Epilogo? C’è davvero un finale? In vista della meta, il sentimento del protagonista è questo: “È troppo presto. Siamo arrivati troppo presto. L’impulso è quello di tornare indietro, anche solo di una tappa, e ricominciare. Mi sembra di essere partito ieri. Dovremmo camminare per una vita”.

Abbronzati a sinistra è il libro per chi il viaggio lo ha già fatto, forse senza comprenderlo fino in fondo, per chi vuole farlo e cerca una spinta – o una guida, una guida vera, non una mappa – per chi non lo farà mai ma ama i racconti di viaggio – o semplicemente la buona letteratura – e per ogni individuo che si interroga sulla Fede. Sì, questo libro è un po’ una summa delle inquietudini di tutti noi, viaggio o non viaggio.