Come siamo giunti a confondere la leggerezza con la superficialità, la frivolezza, e a privarci di questa grande virtù nel confrontarci con la vita?

“Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
(Italo Calvino)

Mentre la frivolezza ci abbaglia in un mondo di strass e apparenze e addormenta la nostra coscienza, la pesantezza rende tutto molto più cupo e faticoso intorno a noi, impedendoci di osservare la realtà per ciò che è realmente. Una visione della vita basata sulla dicotomia profondo/pesante – illusorio/superficiale può farci scordare della via di mezzo che contempla la dimensione della leggerezza profonda, o paradossale, un modo di vivere poetico che sonda l’animo umano con saggezza senza lasciarsi trascinare dalle trappole della sofferenza.

La profonda leggerezza e la danza della vita

Secondo Italo Calvino e molti altri grandi pensatori, esisterebbe una leggerezza profonda, paradossale; la facoltà di distaccarsi dalla gravità e dalla pesantezza della vita che ci impedisce di vedere la realtà diversamente che imprigionata da concetti granitici o dalla superficialità (saltellante di illusioni in illusioni), e che ci impedirebbe di comprendere a fondo la gioia e la bellezza di vivere.

Vivere con leggerezza sarebbe oggi un atto di ribellione: si andrebbe contro la corrente che ci spinge a plasmare la nostra vita in base alle idee e alle aspettative che abbiamo o che ci sono state inculcate; questa leggerezza concreta e profonda ci proporrebbe di seguire l’impulso della nostra vita con consapevolezza, senza attaccamenti, ma bensì con un vivace senso dell’osservazione e con decisione. Opposta all’idea di abbandono promulgata dalla superficialità, la leggerezza ci parla di vivere con arte, di “danzare la realtà” senza opporci resistenza, senza ostinarci a trattenere ciò che tende naturalmente ad allontanarsi da noi.

“La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume [ndr. Occorre essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma].”
(Italo Calvino)

La pesantezza deriva dalle resistenze e dal dolore

Quando ci sentiamo vittime in un rapporto tossico con il nostro stesso vissuto, le nostre resistenze si manifestano in tutto il loro splendore: ci illudono di non poterci far nulla, di essere costretti a trascinare questo peso, ancora e ancora, mentre basterebbe un attimo di consapevolezza per infrangere l’illusione di non poter agire; tutto questo perché la voce della leggerezza mormora con dolcezza mentre il passato strilla come un bimbo capriccioso. Lui esige tutta la nostra attenzione, vuole essere cullato, nutrito, e non importa se ci toglie le forza, il sonno, se ci vampirizza la mente a tal punto che non riusciamo a pensare ad altro che a questo passato che rifiuta di evolvere per lasciarci liberi di proseguire senza di lui.

Basterebbe aprire i pugni stretti dal dolore e lasciare scivolare tra le nostre dita i legami che il passato tirava a sé e che dall’inizio potevamo lasciar andare se fossimo stati abbastanza fiduciosi in noi, consapevoli che ce l’avremmo fatta comunque, evitandoci si diventare carnefici inconsapevoli di noi stessi.

Le resistenze ci frenano nel vivere la vita con leggerezza; le resistenze sono i vestigi delle ferite passate che proiettano la loro ombra sul presente e che indossiamo come stivali di piombo; si fondono quasi con la nostra identità, fino a dimenticarci che potremmo toglierceli di tanto in tanto, questi pesi dai piedi. Forse è nella sensazione di lasciarci alle spalle il peso morto del passato che comprendiamo quanto la leggerezza può essere una maestra saggia e compassionevole: quando sentiamo la tensione lentamente scemare e la linfa vitale scorrere di nuovo.

“È buio perché ti stai sforzando troppo. […]
Con leggerezza, bimba, con leggerezza. Impara a fare ogni cosa con leggerezza. […]
Sì, usa la leggerezza nel sentire, anche quando il sentire è profondo. Con leggerezza lascia che le cose accadano, e con leggerezza affrontale. […]
Dunque getta via il tuo bagaglio e procedi.
Sei circondata ovunque da sabbie mobili, che ti risucchiano i piedi, che cercano di risucchiarti nella paura, nell’autocommiserazione e nella disperazione.
Ecco perché devi camminare con tale leggerezza.
Con leggerezza, tesoro mio.”
(Aldous Huxley)

Per vedere i problemi da un’altra prospettiva

Vivere con leggerezza richiede equilibrio, fluidità di movimento e pensiero, e per questo motivo necessità di sapersi muovere con agilità tra gli opposti, non con disinvoltura ma con grazia, non con aggressività, ma con distacco (e distacco non significa indifferenza!); tutto ciò richiede una grande conoscenza di se stessi, richiede di muoversi nella vita seguendo le regole della leggerezza paradossale, che contempla le profondità dell’essere con fare poetico, quella che non fugge dalla gravità ma la usa per liberarsi dalla pesantezza del passato, per appoggiarci il trampolino e guardare il mondo da un’altra prospettiva perché, come disse Albert Einstein, “non si risolvono i problemi con lo stesso tipo di pensiero che li ha creati”.

Potremmo pensare erroneamente che vivere con leggerezza spinga a fuggire di fronte alle difficoltà ma invece la leggerezza profonda accoglie le sfide, come le gioie, con la consapevolezza che ogni attimo è di passaggio e compone le note della nostra vita; saltarne alcune ci porterebbe solo a vivere nella cacofonia più totale, nel caos percettivo, nell’illusione.

La leggerezza invece ci insegna che “La vita è come un pianoforte: i tasti bianchi rappresentano la felicità e i tasti neri la tristezza. Ma qualunque sia il cammino della tua vita, ricorda che anche i tasti neri servono per fare musica”.

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in discipline bio-naturali
www.risorsedellanima.it