Che sia un neonato, un bimbo di pochi anni o un fanciullo più grande poco importa: il pianto di un bambino ha il potere di destare l’adulto assopito e di condurlo in mondi più interessanti e veri. Mondi che però rimangono per lo più sconosciuti a chi non riesce ad aprire cuore e mente.

Quando piange un bambino la reazione dell’adulto è sempre di fastidio, di timore, di incomprensione, quasi di terrore. Abbiamo perso la connessione con il nostro istinto, non siamo in grado di osservarci e di conseguenza non sappiamo come comportarci. Ci innervosiamo, sgridiamo il bambino, facciamo di tutto e di più per farlo smettere di piangere al più presto quando invece la chiave di tutto è proprio quel pianto… quel disperato, sano, vitale e fondamentale pianto.

Gli occhi che piangono di più sono anche quelli che vedono meglio.
(Victor Hugo)

Il significato del pianto del bambino

bambino che piange
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Per il neonato e per il bambino in generale il pianto è la comunicazione principale che può avere con l’adulto: il suo suono e le sue lacrime sono rivolte a noi, sono un invito ad entrare nel suo mondo. Questa occasione che ci lancia il bambino viene spesso perduta dall’adulto che invece di accogliere questo invito così speciale lo rifiuta talvolta in malo modo con lamenti, con aggressività e con noncuranza.

Ma il pianto di un bambino racchiude in sé meravigliosi significati di vita e più il bambino è piccolo più questi significati sono intrisi di sacralità e di bellezza. Il neonato che piange ci desta dalla nostra routine, ci tocca l’anima, ci scava dentro e proprio per questo è così difficile per noi riuscire ad ascoltarlo e a comprenderlo. Ci invita ad abbandonarci ad esso, a isolarci dal resto del mondo, a entrare in una sorta di meditazione, a centrarci, ad essere presenti e ad accoglierlo per comprenderlo e per potergli dare una risposta: un vero e proprio esercizio di presenza!

E’ soprattutto il pianto del neonato a scavarci dentro. Ecco perché fa male. Ecco perché è faticosamente sopportabile. Abbatte ogni difesa, ci denuda e ci lascia inerme. E l’adulto risponde reagendo invece di fermarsi ed osservarsi. Ci sono dei pianti interminabili e immotivati che arrivano in punti della nostra anima forse mai toccati ed esce una parte di noi che non conosciamo.

Le lacrime sono lo sciogliersi del ghiaccio dell’anima. E a chi piange, tutti gli angeli sono vicini.
(Hermann Hesse)

Il piccolo d’uomo vuole comunicare con noi ma lo fa in modo così primitivo e prepotente che il più delle volte non riusciamo a metterci sulla sua lunghezza d’onda e il suo pianto ci disturba, ci ferisce, lo respingiamo invece di accoglierlo. Che grande ascolto interiore devono affrontare le mamme e i papà, una delle più grandi della loro vita! Ma se riescono a leggere tra le righe assordanti di quel pianto quante cose possono scoprire, quanta forza ed energia avere, un’occasione unica per conoscersi, scoprirsi e arricchirsi!

Entriamo a testa alta in questi pianti, non viviamoli in modo passivo, cerchiamo di esserci. Il nostro piccolo è il nostro maestro più vero: tutto di lui è insegnamento. E più fa male, più è faticoso e snervante e più ci insegna…

Abbandonarsi al pianto è terapeutico

Il pianto di un bambino più grande ci spaventa di meno perché è un po’ più simile a noi rispetto ad un neonato e proprio per questo motivo riusciamo ad affrontarlo meglio ma anche con lui perdiamo però delle occasioni importanti. Le lacrime e le urla di un bambino non sono mai capricci e vanno ascoltate con attenzione, mai derise o non prese sul serio: le sue “scenate” e le sue incomprensibili proteste sono un messaggio che noi abbiamo il dovere di decifrare. Fermiamoci dinnanzi ai pianti dei nostri bambini, immergiamoci in essi, rispondiamo in modo degno e pieno di significato! I bambini si aspettano questo da noi adulti, cercano una guida, implorano presenza.

L’adulto non sa più piangere ed è convinto che il pianto sia una manifestazione umana di debolezza, di inutilità, di perdita di tempo. E questa sua incapacità la riflette nel bambino che invece ha un bisogno primario di piangere, di far esplodere ciò che ha dentro, di essere accolto così com’è. E’ proprio per questo motivo che per poter vivere il pianto di un bambino è fondamentale che l’adulto abbia un’esperienza ricca, vera e sana con il proprio pianto.

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Cerchiamo però di non fonderci con l’emotività del bambino: è lui che è arrabbiato, è lui che si sente male… non siamo noi! Se lui si mette a piangere e noi proviamo rabbia vuol dire che non siamo riusciti a rimanere in noi stessi e non riusciremo così a fornirgli un contenimento e una risposta adeguati. Siamo noi gli adulti, abbiamo il compito di mettere noi dei limiti tra lui e noi, di creare dei confini ed è solo grazie a questi confini che possiamo consolare il bambino.

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La prossima volta allora che udite il pianto di un bambino cercate di spazzare via stanchezza, distrazione, noia e nervosismo e concentratevi su ciò che state sentendo, sintonizzatevi con quel richiamo, accoglietelo, cercate di comprenderlo e di rispondervi senza fretta, senza pregiudizi, senza timori e preparatevi a conoscere qualcosa di più su voi stessi, su quel bambino e sul mondo!

Elena Bernabè Scrittrice