Psicologia

Autosabotaggio emotivo: perché non vogliamo il meglio per noi?

Di Cristina Rubano - 22 Aprile 2022

L’autosabotaggio emotivo è un fenomeno che fa parte dell’esperienza di molte persone ogni qual volta percepiscono che, nonostante i propri sforzi, ottengono il contrario di quanto desiderano a volte rovinando tutto sul più bello!

Ma perché la nostra psiche dovrebbe giocarci questo brutto scherzo?

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Nikefobia e autosabotaggio emotivo

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Alcune persone mettono inconsapevolmente in atto un comportamento autosabotante che impedisce loro di raggiungere o godere di un successo già alla loro portata.

Ne è un esempio illuminante la nikefobia. Si tratta di quel fenomeno ansioso osservato in diversi atleti che, a un passo dalla vittoria, compiono clamorosi errori che li allontanano da un podio praticamente ormai certo. Questi campioni mancati generalmente non hanno propriamente paura di fallire, piuttosto una grande paura di vincere!

Sì perché per alcune persone un successo personale può essere fonte di grande angoscia ad essere vissuto fra estenuanti vissuti di colpa e inadeguatezza. Ed è su questi vissuti che si fonda il loro autosabotaggio emotivo.

Alcune persone senza saperlo coscientemente, possono vivere grandi sensi di colpa all’ipotesi di “arrivare primi”. Temono, nel profondo, di non meritare realmente quella vittoria e che se emergeranno dal resto del gruppo spodestando tutti gli altri questo attirerà nei loro confronti invidie e ritorsioni. Spesso si tratta di conflitti emozionali risalenti al passato familiare su cui è bene fare un lavoro psicologico.

 “Il successo non deve essere inseguito; deve essere attratto dalla persona che diventi”. (Jim Rohn)

Un depresso che spera ancora …

Così lo psicologo Emanule Hammer ha definito le persone con una personalità masochistica (cit.in Mc Williams, 2011).

Il masochismo è un’altra modalità con cui le persone possono compire un autosabotaggio emotivo. Ma attenzione: le persone che hanno un funzionamento di questo tipo (che può non aver nulla a che vedere con il masochismo sessuale)  non sono affatto persone che “amano” la sofferenza!

Piuttosto sono individui che fondano il proprio equilibrio psicologico sul sacrificio di sé nella speranza, più o meno conscia, che questo servirà prima o poi a garantirgli un benessere emotivo o relazionale.

Una persona può relazionarsi agli altri in modo masochistico quando orienta le proprie relazioni sul sacrificio di sé perché da qualche parte ha imparato a convincersi del fatto che solo espiando le sue “colpe” o tollerando sacrifici e sofferenze potrà essere amata e riconosciuta.

Queste persone non amano affatto la sofferenza, ma funzionano sulla base di una credenza disfunzionale. La credenza che solo tollerando dolore e sacrificio, solo mettendo da parte sé stesse, potranno ottenere un benessere emozionale.

Ne sono un esempio limite quelle relazioni di coppia dove una donna non riesce a lasciare il compagno violento. Non certo perché tragga piacere dalle umiliazioni o dalle percosse di lui; ma perché l’alternativa di lasciarlo è per lei molto più dolorosa. In fondo spera che, se lei sopporterà, la famiglia rimarrà unita e il rapporto potrà prima o poi ricostruirsi.

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Fuori da dinamiche così disfunzionali, si possono mettere in atto modalità masochistiche ogni qual volta si rimane in un posto di lavoro tossico nella falsa convinzione di non “meritare” nulla di meglio. O quando ci si ritrova ricorrentemente in relazioni affettive non gratificanti invece di orientarsi verso potenziali partner che possano già dare ciò che si desidera. Tutte le volte, insomma, che invece di ambire a qualcosa stiamo sopportando una situazione contraria nella speranza che solo il sacrificio possa farci ottenere di meglio, stiamo agendo una modalità masochistica che potrebbe rivelarsi autosabotante.

“La violenza esercitata su di noi da altri è spesso meno dolorosa di quella che ci infliggiamo da soli.”

(François De La Rochefoucauld)

Autosabotaggio emotivo o desiderio non riconosciuto?

uomo che si dispera
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Joseph Lichtemberg, un grande psicoanalista dei nostri tempi recentemente scomparso, ha sottolineato come alcune persone utilizzino il concetto di autosabotaggio emotivo come una sorta di passepartout per darsi una fallace spiegazione dei propri comportamenti.

In questi casi quello che viene interpretato come autosabotaggio emotivo non è che una manifestazione di una modalità di pensiero semplicistica e infantile. Si tratta di un ragionamento di tipo teleologico.

Che cosa significa?

Questo modo di pensare e darsi spiegazione degli eventi, tipico nei bambini, parte dall’assunto piuttosto semplicistico che i comportamenti delle persone siano espressione diretta, coerente e consequenziale dei loro stati intenzionali. Non c’è spazio alcuno per l’ambiguità o le contraddizioni. Se una persona si comporta in un certo modo, ad esempio provocando un danno, è perché ha effettivamente un’intenzione aggressiva. Non si ha la capacità di contemplare altre spiegazioni (come ad esempio un danno accidentale). Questa modalità di pensiero, in altre parole, confonde gli stati mentali con le azioni concrete riducendo i primi alle seconde. Tutti noi da bambini adottiamo un pensiero teleologico che man mano sostituiamo con modalità più mature e sofisticate.

Ma quando ci troviamo in condizioni di stress possiamo inconsapevolmente ritornare a utilizzare questa modalità “concreta”.

È quel che accade quando una persona usa dire di autosabotarsi per spiegare semplicisticamente un proprio fallimento.

E se in realtà volessimo il meglio per noi?

Lichtemberg stesso fornisce un esempio illuminante (2005). Immaginiamo uno studente universitario con un padre autoritario scarsamente fiducioso nelle sue capacità intellettuali. Il nostro studente, sebbene si renda conto di essere molto stanco e abbia l’esame il mattino seguente, decide ugualmente di studiare fino a tarda notte. Il giorno successivo l’esame va male ed egli spiega a sé stesso questo fallimento come autosabotaggio!

In realtà il nostro studente potrebbe essere vittima di qualcosa che accade piuttosto di frequente agli esseri umani. E cioè che ciò che vorremmo ottenere e il modo in cui vorremmo sentirci non coincidano affatto con quello che poi effettivamente accade. Nel caso del nostro studente, studiare fino allo “sfinimento” non era una modalità autosabotante, ma un mezzo, per quanto disfunzionale,  per cercare di ottenere fiducia in sé stesso e dimostrare al padre le proprie effettive capacità.

Alle volte se non otteniamo ciò che desideriamo non è perché “in realtà” non lo vogliamo veramente. Ma, al contrario, perché lo desideriamo così intensamente che non ci rendiamo conto di utilizzare strategie disfunzionali. Ma è il bene per noi che stiamo cercando, non l’insuccesso. Dobbiamo solo cambiare strada





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