Recentemente il premio Nobel Giorgio Parisi, in un discorso alla Camera dei Deputati, ha sottolineato quanto il PIL risulti riduttivo e, da solo, inefficace a misurare il benessere e la prosperità di un Paese. Il concetto non è poi così nuovo, almeno fuori dall’ambito politico: era il 1974 quando Richard Easterlin coniò il cosiddetto “paradosso della felicità”. Che cosa vuol dire? Che il vecchio proverbio secondo il quale i soldi fanno la felicità è vero solo fino ad un certo punto. Si tratta di un concetto ormai noto agli economisti e sicuramente controintuitivo: il benessere percepito (da una persona, un gruppo, una nazione) va di pari passo con la ricchezza ma, superata una certa soglia critica, il rapporto tende a invertirsi… Non tutto ciò che fa la felicità è economicamente misurabile e nell’affrontare le preoccupazioni e valutare il nostro rapporto coi soldi dovremmo ricordarcelo.

Il rapporto con il denaro non risente infatti solo di aspetti pratici e concreti, ma anche di tutta una serie di significati simbolici e affettivi che più o meno impropriamente attribuiamo ad esso. Se certamente la crisi economica, la paura di non farcela, i problemi economici poggiano su un’indiscutibile base di realtà, quel che fa la differenza è anche il rapporto psicologico che abbiamo con il denaro.

Spendo quindi sono: psicologia del denaro e degli acquisti

Per i monaci medievali ori e ricchezze erano espressioni del demonio e, come tali, da allontanare insieme ai piaceri della carne. Nella società dei consumi post moderna potremmo dire che questa concezione si è ribaltata in senso diametralmente opposto: il denaro, la ricchezza, il guadagno sembrano collocarsi ai primi posti e considerati mezzi per ottenere qualsiasi cosa, compresi “benefit” immateriali come amore, autostima, felicità, amicizia. In questa logica tutto si può e tutto si deve comprare: per ogni bisogno umano (reale o indotto) c’è un bene, un servizio, un qualcosa che può essere acquistato (più o meno illusoriamente) tramite il denaro.

Questo atteggiamento, in forme meno estreme ma forse più inconsapevoli, è presente in quelle persone che sono dipendenti dal denaro perché vedono in esso il veicolo per ottenere affetto, fama, potere, riconoscimento sociale, stima di sé. Molti sono, ad esempio, i figli che raccontano di aver ricevuto affetto da un genitore, affettivamente assente, prevalentemente sotto forma di denaro o regali materiali. Ancor più spesso assistiamo a lunghe e inesauribili file fuori dagli store commerciali di persone che vogliono a tutti i costi accaparrarsi l’ultimo modello di uno smartphone o altro device tecnologico perché quel prodotto, prima ancora di uscire sul commercio, è già uno status symbol.

Alti ancora spendono soldi in maniera compulsiva, spesso inconsapevole, per cercare sollievo da stati di ansia, depressione, vuoto interiore o insicurezza in sé stessi.

In questi casi il denaro rischia di non essere più un mezzo, ma di diventare un fine in sé stesso: averlo o poterne spendere (in una logica tipicamente consumistica) è in sé qualcosa che si ricerca per ottenere un benessere, tanto effimero quanto illusorio. Eppure quagli economisti avevano anche detto che, entro certi limiti, i soldi aiutano a fare la felicità…

“E’ piuttosto difficile dire che cosa conduce alla felicità, la povertà e la ricchezza hanno entrambe fallito.”

(Kin Hubbard)

Bisogni umani materiali e immateriali: la piramide di Maslow

Negli anni ’50 uno psicologo appartenete alla psicologia umanistica, Abraham Maslow, studiò con attenzione la gerarchia dei bisogni umani e arrivò a una modellizzazione, certo non esaustiva, ma illuminante. Egli raffigurò i bisogni umani in una scala gerarchica che aveva la forma di una piramide: nei livelli più basilari si situavano i bisogni più elementari, come il soddisfacimento delle necessità fisiologiche o i bisogno di sicurezza. Sono bisogni primari, che richiedono di essere soddisfatti prima che la persona possa accedere ai livelli superiori.

Sono certamente anche quelli che possono essere più facilmente appagati con il denaro: avere il frigo pieno, una casa confortevole e spaziosa, abitare in una città o in un quartiere dove non ci di debba aspettare rapine a mano armata, attentati o incursioni criminali ogni giorno consente senza dubbio non solo di appagare le necessità di base, ma anche di avere a tranquillità necessaria per rivolgere la mente al soddisfacimento dei bisogni gerarchicamente superiori. Come il bisogno di appartenenza, affetto, stima o quello di realizzazione personale. Bisogni decisamente non materiali che non necessariamente risulteranno soddisfatti in proporzione al livello del conto in banca.

“È bene avere il denaro e le cose che il denaro può comprare, ma è bene anche, ogni tanto, controllare ed essere sicuri di non aver perso le cose che il denaro non può comprare.”

(George Horace Lorimer)

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Controllare tutto non aiuta

mano che tiene una banconota
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Alcune persone potrebbero avere un atteggiamento opposto al precedente, provare stress e ansia ogni volta che devono affrontare una spesa, sentirsi in colpa quando si spendono soldi, apparire avare agli occhi degli altri. Questo atteggiamento è molto diffuso in coloro che hanno una personalità ansiosa e soprattutto ossessiva poiché vorrebbero tenere tutto sotto controllo, anche ciò che non lo è. Pertanto impiegano tempo ed energie per risparmiare il più possibile, fare spese oculate, fare piccole e grandi rinunce, anche quando questi accorgimenti non sembrano proporzionati rispetto alle disponibilità economiche o alle necessità reali. Sono guidate dalla paura che in un vicino o lontano futuro possa sopraggiungere un imprevisto catastrofico e che possano trovarsi impreparate ad affrontarlo. Il denaro è un modo per convogliare su un aspetto concreto, e quindi più facilmente gestibile, queste paure.

Solo noi possiamo rendere il denaro buono o cattivo

Gestire i soldi significa dunque molto spesso gestire il potere (anche nelle relazioni), le paure, la propria immagine sociale, l’affetto che non si riesce a dimostrare, il senso di colpa per le proprie mancanze e molto altro.

È per questi motivi che il denaro è un argomento di cui spesso si parla con imbarazzo e pudore, che convoglia liti e conflitti accesi in un matrimonio.

In effetti i soldi sono la materializzazione di una quota di possibilità, di energie che, non solo materialmente, ma soprattutto psichicamente possiamo investire in qualcosa, in una relazione in un progetto, in un obiettivo di vita.

Se ci riconosciamo avere un rapporto di dipendenza dal denaro o, al contrario, di timore e rifiuto quasi temendo di scivolare nella vanità e nell’apparenza, in entrambi i casi forse stiamo vivendo in modo sbilanciato questa dimensione della vita nella nostra personalità. E qualunque cosa nella nostra psiche sia eccessivamente polarizzata su un estremo non potrà che darci disagio, sofferenza, disorientamento.

In questi casi proiettiamo sui soldi immagini e significati automatici, fissi: il successo, l’affetto, la paura, la vanità, la felicità, il “male”.

Come possiamo recuperare un rapporto più sano col denaro e quindi anche con le preoccupazioni relative ad esso?

Non dovremmo mai dimenticare che i soldi non sono in sé né buoni (come vorrebbe la logica capitalista), né cattivi (come pensavano i monaci medievali), sono un qualcosa “in potenza”, sono una possibilità, un carburante energetico a nostra disposizione. Sta a noi decidere verso quale destinazione impiegarlo. Svolgere un lavoro che ci consenta di guadagnare del denaro è solo metà dal compito: l’altra metà sta nel renderci capaci di tradurre quel denaro in esperienze, progetti, oggetti che diano realmente un valore alla nostra esistenza.

“Il denaro che si ha è lo strumento della libertà. Quello che si insegue è lo strumento della schiavitù.”

(Jean Jacques Rousseau)

Cristina Rubano

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Psicologa, specialista in Psicologia della Salute e Psicoterapeuta. La sua attività di psicologa si unisce all'interesse per ambiti e settori variegati tra loro. Trova che la saggezza e lo spirito delle culture orientali possano insegnare molto alla frenesia della mente occidentale, ha fatto esperienza di tecniche di meditazione e collabora con associazioni che si occupano di diffondere questa pratica. Da diversi anni conosce e pratica il Training Autogeno – il così detto “yoga occidentale” – e svolge corsi di addestramento a questo e ad altri metodi di rilassamento. Si occupa inoltre di psicologia dell'alimentazione, sia in ambito clinico che di prevenzione e promozione del benessere psicologico. Le piace pensare alla sua non solo come una professione d’aiuto, ma una competenza messa al servizio della realizzazione delle persone affinché possano ampliare le proprie capacità di scelta, raggiungere i propri obiettivi e intravederne sempre di nuovi. “La felicità è una cosa nella quale ci si deve esercitare, come col violino”. (John Lubbock) Il suo sito web è www.cristinarubano.it