La poesia esprime i moti dell’anima al di là dello stile e della ritmica delle parole e molti poeti condividono un passato travagliato, tormentato, che ebbe per effetto collaterale quello di avvicinarli al mistero che alberga nel cuore umano. Non fece eccezione una delle più grandi poetesse del Novecento: Alda Merini, scrittrice dalla piuma prolifica e variegata che seppe toccare il cuore a volte in maniera delicata e gentile, altre volte con fare incisivo e brutale, come a testimoniare della sua ricca vita interiore, fatta di luci ed ombre.

“Ogni poeta è un sacerdote e sopporta pene indicibili per regalare la propria parola agli altri. ‘È un improbo recupero di forze per avvertire un po’ di eternità’.
La gente cerca di amalgamarlo col volgo, di confonderlo con il pantano, di farlo morire di asfissia tra polvere e reati, e il poeta muore veramente, vinto dalla stanchezza e dalla preghiera che non riesce più a risorgere. Mai più?”
(Alda Merini, L’anima innamorata)

Alda Merini, l’infanzia tormentata e la poesia come salvezza

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Alda Giuseppina Angela Merini vide la luce il primo giorno di primavera dell’anno 1931 nel centro di Milano, a qualche passo dai Navigli. Figlia di Nemo Merini, di origine aristocratica, e di Emilia Painelli, casalinga, si descrisse come “una ragazza sensibile e dal carattere malinconico, piuttosto isolata e poco compresa dai suoi genitori ma molto brava ai corsi elementari…”

La sua educazione fu divisa tra un padre colto, che spingeva la figlia verso lo studio, e una madre più pragmatica, che desiderava per la figlia una vita tranquilla, di famiglia; ma la ricca vita interiore di Alda Merini iniziò presto a palesarsi e, ancora bambina, ebbe una crisi mistica che la spinse a voler prendere i voti ed entrare in convento. La madre si oppose fermamente al volere della figlia, fatto che risvegliò l’animo ribelle di Alda con conseguenze purtroppo dolorose: la madre la punì con la violenza.

La seconda guerra mondiale portò ulteriore scompiglio nella sua giovane esistenza e ad appena 12 anni vide la sua casa distrutta dai bombardamenti e fu costretta a vivere coi suoi cari in una vecchia cascina a Vercelli e poi in un monolocale, di nuovo a Milano. La giovanissima Alda dimostrò tuttavia una grande forza interiore, non si arrese e volle continuare gli studi.

Dopo la guerra, Alda si appassionò alla musica ed iniziò a scrivere poesia. Appena quindicenne fece ritorno a casa, orgogliosa, con una sua poesia recensita dal romanziere e critico letterario Giacinto Spagnoletti. La porse al padre che l’aveva iniziata alla bellezza delle parole ma lui la stracciò davanti ai suoi occhi riducendo i suoi sogni in mille pezzi perché la poesia, secondo lui, non era un mestiere. Un anno dopo, Alda Merini ebbe un crollò psicologico e fu internata per un mese. Correva l’anno 1947, aveva soltanto 16 anni.

Malgrado un inizio poco felice, Alda Merini non si diede per vinta e nutrì con cura il suo talento e l’amore che provava per la poesia. Giacinto Spagnoletti non smise di credere in lei e nel suo talento e pubblicò nel 1950 alcune sue opere nell’Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949: Il gobbo, scritto il 22 dicembre 1948, e Luce, scritto esattamente un anno dopo e che la poetessa diciassettenne, che avrebbe poi fatto la storia della letteratura italiana, gli dedicò personalmente.

Luce, l’esordio di una grande poetessa

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Chi ti scriverà, luce divina
che procedi immutata ed immutabile
dal mio sguardo redento?
Io no: perché l’essenza del possesso
di te è “segreto” eterno e inafferrabile;
io no perché col solo nominarti
ti nego e ti smarrisco;
tu, strana verità che mi richiami
il vagheggiato tono del mio essere.

Beata somiglianza,
beatissimo insistere sul giuoco
semplice e affascinante e misterioso

d’essere in due e diverse eppure
tanto somiglianti; ma in questo
è la chiave incredibile e fatale
del nostro “poter essere” e la mente
che ti raggiunge ove si domandasse

perché non ti rapisce all’Universo
per innalzare meglio il proprio corpo,
immantinente ti dissolverebbe.

Si ripete per me l’antica fiaba
d’Amore e Psiche in questo possederci
in modo tanto tenebrosamente
luminoso, ma, Dea,
non si sa mai che io levi nella notte
della mia vita la lanterna vile
per misurarti coi presentimenti
emananti dei fiori e da ogni grazia.

(22 dicembre 1949, da La Presenza di Orfeo)

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Luce, una luce divina indefinibile, indecifrabile, profonda e potente che squarcia un velo per la giovane artista è il titolo della prima opera che fece conoscere la sua piuma spontanea, autentica, pregna di una sensibilità mistica al grande pubblico. Alda Merini palesa una maturità e una consapevolezza della sua notte interiore e cerca, non si arrende, si aggrappa all’arte per giungere all’anima o cercare almeno di coglierne il profumo, la dolce emanazione che la mente, vorace, vorrebbe dissolvere.

In questa luce lei percepisce la vera essenza, quella che tormenta i poeti da sempre perché non può essere descritta: le parole non sono mai abbastanza, figuriamoci i silenzi. Ma solo i poeti possono avvicinare le persone a questo mistero senza nome ed è ciò che fanno sacrificando loro stessi sull’altare dell’arte, della bellezza, di un’eternità non conoscibile. Eppure non si arrendono, come lo fece questa grande poetessa che non smise mai di scrivere, di disegnare il suo mondo interiore con la sua piuma così sincera, vera, genuina, per permettere a chi si sarebbe avventurato tra le sue parole di scorgere quella porta misteriosa che si apre verso l’oltre, e forse, scorgervi un poco di quello che la strappò alle sue ombre e permise al suo mirabile talento di brillare.

Fonte:

Alda Merini, la sua biografia 

Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali
www.risorsedellanima.it