A volte abbiamo l’impressione di perdere il filo: il filo dei nostri pensieri, il filo della nostra vita, di perderci in situazioni complicate che ci sembrano senza via d’uscita, che ci fanno perdere la gioia di vivere, il coraggio di sperare in qualcosa di più di ciò al quale ci siamo abituati o forse rassegnati.

Ciò che possiamo fare in questi casi è fermarci un attimo, sederci su una sedia comoda, respirare lentamente, lasciare andare le tensioni e magari leggere una storia in grado di ispirarci, di richiamare le nostre doti immaginative, creative: i nostri tesori interiori.

Quella che vorrei proporti è una storia antica che viene dalla Grecia, colma di simboli e di insegnamenti: la storia del filo di Arianna.

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Il mito del filo di Arianna

Questa storia inizia con il re Minosse di Creta e la sua offesa agli dei. Il re di Creta appena insediato sul trono chiese un giorno a Poseidone un toro in segno di approvazione del suo regno, per far tacere la popolazione che non lo vedeva di buon occhio, promettendo di sacrificare l’animale alla divinità. Poseidone mandò a Minosse un magnifico toro bianco, il famoso Toro di Creta (che diventerà in seguito la costellazione del Toro), ma di fronte alla bellezza dell’animale, il re si rifiutò di immolarlo.

Questa provocazione fece arrabbiare gli dei che decisero di ispirare a Pasifae, moglie del re, una furiosa passione per il toro bianco dalla quale sarebbe poi nato una creatura metà-uomo e metà -toro: il Minotauro (Asterios), fratellastro di Arianna.

Il Minotauro fu rinchiuso in un labirinto costruito dall’ingegnoso Dedalo in quanto ritenuto feroce e totalmente dominato dall’istinto animale ed ogni anno gli erano sacrificati 7 ragazze e 7 ragazzi di Atene, caduta sotto il giogo di Minosse. Fu questo tributo crudele a spingere Teseo, eroe ateniese, a voler uccidere il Minotauro.

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Il mito narra che quando Arianna vide sbarcare Teseo sulle coste cretesi se ne innamorò follemente e diede a Teseo gli strumenti necessari alla sua impresa: una spada per uccidere il Minotauro e un gomitolo di lana, il famoso “filo di Arianna”, per ritrovare la via d’uscita dall’ingegnoso labirinto costruito da Dedalo, con la promessa che l’eroe l’avrebbe poi portata con sé in patria e sposata.

Ad un livello simbolico, la lotta di Teseo contro il Minotauro riflette il viaggio dell’eroe per superare i suoi impulsi animali, istintivi, addentrandosi nel labirinto del suo inconscio per vincere la sua natura animale e ritrovare la libertà. Ma quale fine farà Arianna?

Piantata in Nasso

Dopo la sua vittoria sul Minotauro, Teseo riprese la rotta di Atene e portò con sé Arianna con la promessa di sposarla, ma quando ella fu profondamente addormentata la abbandonò sull’isola di Nasso, da cui fu tramandata l’espressione “piantare in Nasso”.

Il motivo di questa sua decisione rimane oscura, lasciando pensare che parte del mito originario fu persa; ciò che ci è dato sapere è che Arianna rimase sola, abbandonata dall’uomo che aveva aiutato, rischiando la sua propria vita tradendo suo padre il re, acerrimo nemico di Atene.

Si narra che ella pianse così tanto da intenerire il cuore di Dioniso che giunse a lei su un carro trainato da maestose pantere e decise di sposarla. Il giorno delle loro nozze, il dio le regalò un diadema d’oro forgiato da Efesto in persona, che si trasformò poi nella costellazione della corona boreale, ben visibile durante la primavera e l’estate.

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Una storia che parla all’anima

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Questa storia a lieto fine per Arianna ci mostra quanto i miti antichi possono rappresentare dinamiche senza tempo e aiutarci a conoscerci meglio, a darci degli spunti di riflessione che possano stimolare in noi le risorse necessarie per uscire dai nostri dedali interiori.

Arianna rappresenta l’anima che guida l’essere umano attraverso le sue peregrinazioni terrene ma non può legarsi in eterno con un essere mortale, ella rimarrebbe eternamente in attesa del suo ritorno, invano, come Arianna fece con Teseo. No, l’anima immortale è sposa del divino, di ciò che Dioniso rappresenta; lui è il dio del vino, dell’ebrezza e della trance mistica, è il “nato due volte”, il dio risorto che sconfisse la morte e aprì le porte dell’eternità, è colui che s’innamora di Arianna, le regala una corona e la fa regina; grazie a lui, la sua regalità brillerà in eterno e guiderà gli uomini sulla terra come le stelle nel cielo.

Ma ad un livello più concreto, Dioniso rappresenta il furore dell’ispirazione divina, la creatività, il lampo di genio (ricordiamo che Dioniso è figlio di Zeus, il dio dei fulmini), il fuoco trasformatore; ed ecco che uno dei tanti significati del mito si apre a noi: quando abbiamo la sensazione di perderci nei labirinti della nostra vita, possiamo richiamare in noi le forze dell’anima, quelle che ci ricordano chi siamo e quali sono le nostre capacità e con questa consapevolezza possiamo affrontare il nostro Minotauro, il nostro timore intimo, “sacrificarlo” nel senso etimologico del termine ovvero sacrum facere: “farlo sacro”, e tornare in noi seguendo il nostro “filo di Arianna”, quel filo dell’anima che ci riporta alla coscienza.

Superare la paura, affidarci al nostro sentire profondo quando ci sentiamo smarriti nei labirinti dei nostri pensieri è ciò che può aiutarci ad accendere in noi il fuoco dell’ispirazione.

Allora sorge in noi il coraggio di uscire dagli schemi, di inventare, guardare altrove, guardare al di là. Dove non si vedevano vie d’uscita, si decide di alzare gli occhi al cielo dove brillano le stelle della corona di Arianna e inventare nuove soluzioni, originali, visionarie forse, ispirate sicuramente, ma che funzionano. Con un’accortezza sempre, che questa volta ci insegna lo stesso Dedalo che fuggì dal labirinto fabbricandosi delle ali di cera, labirinto che esso stesso aveva costruito e nel quale era stato rinchiuso da Minosse: quella di non volare né troppo basso, né troppo alto, ma di mantenersi nel mezzo per non bruciarsi le ali.

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Sandra “Eshewa” Saporito
Autrice e operatrice in Discipline Bio-Naturali
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