Il mito della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri

Uccello che rinasce dalle proprie ceneri, la Fenice è molto popolare in Occidente e sebbene ne parlassero già greci e latini, la sua origine a quanto pare è egiziana. Si dice derivi dal Ba (Bennu), l’anima di Ra, il dio del Sole, principio vitale: “io sono colui che chiude e colui che apre e io non sono che uno nel Nu. Io sono Ra alla prima apparizione, governando ciò che ho fatto“” (Alfredo Cattabiani, Volario).

Ma che animale è la Fenice? Difficile descriverla, sicuramente ha i tratti dell’uccello ma se alcuni autori riconoscono somiglianze con gli aironi, altri la equiparano ad aquile, pavoni, cigni. Nelle raffigurazioni egizie assomigliava a un passero o a un airone cenerino, solo dopo presso i Greci assunse le sembianze di un’aquila reale dal piumaggio color oro e porpora con la coda azzurra. Animale solitario era nota per la sua capacità di vincere le forze oscure risorgendo dalle acque, secondo gli egizi, dalle fiamme, secondo i miti greci e latini.

Oggi viene considerata un mito, una fantasia, non certo un animale reale ma sorge spontaneo chiedersi cosa sia la realtà in effetti. I simboli che tanto potere esercitano su di noi condizionando scelte e stati emotivi, sono irreali perché non fatti di materia?

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Ad ogni modo leggenda vuole che si sia creata dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Eliopoli. Non ne esistono diversi esemplari ma uno soltanto per volta, che muore e risorge come il sole. Un tempo abitava in un’oasi nel deserto d’Arabia, nascosta da tutti, al mattino faceva il bagno nell’acqua intonando una canzoncina. Di tanto in tanto raggiungeva Eliopoli, la città del Sole di cui era l’uccello sacro, posandosi sull’obelisco del santuario cittadino.

La prima menzione ufficiale risalirebbe alla Bibbia, nell’Esodo, e una descrizione dettagliata la troviamo in Erodoto due secoli dopo.

Lo storico greco la descrive come un uccello sacro e raro: “Non l’ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Eliopoli) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall’Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra per depositarlo sull’altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un’aquila.”

Ne parla poi Ovidio nelle Metamorfosi, dove vengono descritte le modalità di morte dell’uccello sacro, che depone le sue membra in un nido di incenso e cannella lasciandosi morire. Dal suo corpo nasce un’altra fenice destinata a vivere 500 anni e a portare il suo nido dall’albero alla città di Eliopoli, all’interno del Tempio del Sole. Nel primo bestiario cristiano la Fenice viene paragonata al Nostro Signore Gesù Cristo che nel Vangelo afferma, “posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta“.

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Prima ancora, nelle leggende ebraiche, veniva detta Khôl (עוף החול) o Milcham. Gli ebrei raccontavano che Eva, dopo aver ingerito il frutto proibito, costrinse per gelosia tutti gli animali a mangiarlo, in modo che perdessero la purezza e l’immortalità. L’unico animale che resistettè fu la Fenice, che venne per questo posta in una città fortificata da Dio dove avrebbe vissuto per 1000 anni in pace. Terminato questo tempo, la Fenice bruciava e risorgeva da un uovo posizionato tra le sue ceneri. Questa versione della leggenda venne accolta dai Cristiani che ne fecero successivamente il simbolo della resurrezione della carne tant’è che la ritroviamo in moltissime iconografie delle catacombe.

La Fenice simbolo della rinascita

Simbolo quindi della rinascita spirituale ma anche della Trasmutazione Alchemica, tant’è che gli alchimisti chiamavano “fenice” la pietra filosofale, simbolo della gnosi salvifica. La trasmutazione è quel processo di trasformazione interiore che porta alla rigenerazione passando attraverso diversi stadi alchemici, un percorso iniziatico che passa attraverso Nigredo, Albedo e Rubedo, quest’ultima fase caratterizzata dal colore rosso. Lo scopo della Rubedo è l’illuminazione dell’anima da parte dello spirito, che dovrebbe discendere in essa. In questo modo, attraverso il fuoco celeste, il cuore viene purificato. L’Opera al Rosso viene chiamata guarda caso anche via della Fenice ed è con essa che i conflitti vengono superari nella sintesi della coincidentia oppositorum, con il raggiungimento del vero Sè.

Ne parla anche Dante nella Divina Commedia al termine del Purgatorio, prima di raggiungere il Paradiso. Qui il poeta incontra nuovamente il fuoco che non è più quello delle passioni infernali ma un fuoco purificatore e trasformatore fondamentale per incenerire i residui ultimi della natura terrestre rendendolo puro prima dell’accesso al Paradiso.

La rivelazione della Saggezza divina che concede l’esperienza del Sè, ovvero la comprensione del senso della propria vita, avviene pertanto nell’ultima fase alchemica, e di questo ci parla anche Carl Gustav Jung sotto forma di entelechia, raggiungibile quando il processo di individuazione, ovvero il processo che permette all’individuo di individuarsi, arriva a compimento.  L’essere a questo punto realizza la pienezza delle sue possibilità, le sue potenzialità nascoste vengono allo scoperto.

La Rubedo alchemica, ultima fase del processo, che è il compimento finale delle trasmutazioni chimiche che portano alla pietra filosofale, simbolicamente l’ultima fase del processo di morte/rinascita interiore, avviene per sublimazione sotto l’effetto del fuoco, che è lo spirito, e viene proprio simboleggiata dalla Fenice. Il colore rosso caratteristico di questa fase non è scelto a caso ma rappresenta il colore intermedio tra bianco e nero, quindi tra luce e buio, tra opposti tant’è che la Rubedo indica proprio il ricongiugimento degli opposti, la chiusura del cerchio, l’unione di spirito e materia.

Laura De Rosa

mirabilinto.com

 

Laura De Rosa

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avatar Articolo scritto da Laura De Rosa il 24/09/2017
Categoria/e: Anteprima, Rassegna Etica.



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